Un Paese maniacodepressivoGli ori di Jacobs e Tamberi ci rendono mitomani. Poche ore e torneremo vittimisti

È il nostro carattere nazionale. Per qualche trionfo sportivo italiano tutti d’improvviso “Siam pronti alla morte” (ma chi?, ma dove?) e via a parlare di un nuovo rinascimento. Poi, il pendolo oscilla ed eccoci a fare l’elogio della fragilità, a dire che è chi non vince che vince davvero

Cecilia Fabiano/LaPresse

E se un’italiana vincesse Miss Mondo? E se Mario Martone fosse candidato agli Oscar contro Martin Scorsese, e trionfasse? E se Roberto Vecchioni vincesse il Nobel per la letteratura?

Nel sempiterno andirivieni maniacodepressivo del carattere italiano, quello in cui nello stesso minuto riusciamo a essere mitomani e vittimisti, pare chiaro che la fase maniacale ha in questo momento la prevalenza. E, poiché tutto è simbolico, ogni vittoria ci parla di quanto siamo in un nuovo rinascimento (nessuno si senta offeso).

Siamo così determinati a trovare significativa ogni vittoria che, finché non sono arrivati gli ori, abbiamo gioito dei bronzi come fossero stati primi posti. Siamo così determinati a dire che non sono coincidenze, è proprio un momento storico di supremazia italiana, che chi fa la lista dei trionfi (l’ultimo che ho visto è Giorgio Gori, ma ce ne sono mille) ci mette dentro pure i Måneskin. Ora stai a vedere che dobbiamo fingere di trovare l’Eurovision rilevante a scopo d’esibizione d’orgoglio patriottico.

Se questo andazzo regge altri due mesi, cioè finché Apple+ manda in onda la nuova stagione di “The Morning Show”, ci toccheranno articolesse su Valeria Golino che conquista Hollywood. Chissà se ci accontenteremo di copincollare i nostri stessi articoli degli anni Ottanta, o se decideremo che un’attrice italiana in una serie americana nell’anno in cui l’Italia si dedica all’autostima è diversamente significativa da come lo era quando faceva i film con Tom Cruise. (Devo far sparire ogni prova di quanto avessi trovato mediocre la prima stagione di “The Morning Show”: non vorrei sembrare antipatriottica).

Finiremo scemi come gli americani, a commuoverci per l’inno. Già durante gli Europei di calcio vedevi questi video, su Instagram, e fosse casa Ferragni o casa Vieri erano tutti lì, in piedi mano sul cuore, e neanche gli veniva da ridere. Il tutto mentre cantano «siam pronti alla morte»: ma chi, ma dove. Abbiamo deciso di farci piacere anche quello, ormai se dici che se fossimo meno adolescenzialmente ideologici cambieremmo quella porcheria di Fratelli d’Italia con Bella ciao ti dicono che sei pazza, Fratelli d’Italia è un pezzo bellissimo. E hanno ragione, non perché sia bello, ma perché sei scema tu: cosa ti metti a discutere coi tifosi, cosa.

Figuriamoci se posso capire il meccanismo io, che quando Zidane diede una testata a Materazzi continuavo a dire «Eh, ma però Zidane è un figo», e ci mancava poco mi cacciassero dal salotto medio riflessivo in cui ero ospite. Figuriamoci se posso capire il meccanismo io, che non ho mai visto un’olimpiade in vita mia, e pochi cliché trovo più stucchevoli di quello dell’epica dello sport. Però in effetti la foto di Tamberi che nel 2016 si scrive sul gesso che quella è la strada per le Olimpiadi del 2020, e poi a quelle Olimpiadi vince l’oro, è una bella sceneggiatura (bisogna solo trovare un modo cinematografico per spiegare che le Olimpiadi del 2020 si tengono nel 2021 senza farne il film che nessuno vuole vedere: un film sulla pandemia).

Tuttavia, la domanda mi pare un’altra: dov’eravamo, durante l’ascesa di Marcell Jacobs? Che è il più forte velocista del mondo, e già questo avrebbe dovuto farci gorgheggiare che siam pronti alla morte. Ma è pure di razza mista (presto, un’intervista sull’integrazione, sullo ius soli, su Salvini, sulla rava, sulla fava). Ma è pure consigliato da una mental coach, qualunque cosa essa sia (a me viene subito in mente Tom Cruise in “Magnolia”, ma è perché sono anziana), e quindi urgono anche interviste sulla salute mentale, il prendersi cura di sé stessi, il sapersi accettare, altra rava, altra fava.

Come diavolo è che di Jacobs non sono stati pieni i giornali di questi mesi, non foss’altro come svago dalla monotematicità pandemica? È perché non ci credeva nessuno, neppure la mental coach che infatti prima della gara rispondeva alla Gazzetta, che chiedeva se fosse possibile una medaglia, «Ci sono diversi atleti che hanno un personale migliore del suo. Sulla carta, ripeto sulla carta, è così, molto difficile, ma lui quest’anno ha dimostrato tanto», tipo mamma dello scarrafone che però ne vede i limiti?

O è perché nessuno sa più fare lo storytelling, neanche Matteo Renzi, che come tutti i politici ha fatto i suoi bravi tweet sulle vittorie, ma non ne ha, come mi sarei aspettata, approfittato per volgere in velavevodettismo il «la gente deve soffrire» del giorno prima, non è più il ghepardo d’una volta, poteva dire che aveva avuto ragione a dire che la differenza è tra chi aspetta il sussidio sul divano e chi si sbatte per fare più di ciò che il mondo s’aspetta da lui, e invece.

 

Nessuno sa fare lo storytelling, neanche il marito della Ferragni, che ci si sarebbe aspettati ci riempisse di penzierini sul corridore fortissimo rappresentato dalla sua agenzia, e invece solo dopo la vittoria ha ripescato dagli archivi il post con cui, tre anni fa, Jacobs annunciava d’essere entrato nella sua agenzia.

 

Nessuno sa fare lo storytelling, tranne Giovanni Malagò che, invece di dire alla segreteria di Draghi «un attimo, è in conferenza stampa», irrompe mentre Jacobs parla coi giornalisti e scandisce bene porgendogli il cellulare: Mario Draghi, il presidente del consiglio, ti voleva parlare.

Ma forse quando leggerete questo articolo il pendolo sarà già dalla parte del vittimismo, saremo già tornati a fare l’elogio della fragilità, a dire che è chi non vince che vince davvero, che l’importante è partecipare (e non nel senso spiegato ieri da Stefano Bartezzaghi su Repubblica: che, se arrivi secondo, dietro di te ce ne sono millemila che neanche a gareggiare sono arrivati).

Adesso però, mentre sto scrivendo, in questa domenica estiva di grandine e medaglie d’oro, siamo nella fase mitomane, convinti d’essere un Paese di vincenti, con un ottantenne prigioniero al Quirinale perché ci sono sempre nuovi campioni da ricevere e la villeggiatura può aspettare, stabili nella nostra schizofrenia, certi che la sola accidentale presenza di gente presentabile nelle istituzioni ci emendi dall’essere il solito Paese di cialtroni.

Adesso, mentre sto scrivendo, scommetto un soldino sull’elogio dei giovani. Li avete tanto insultati, scriverà qualcuno: avete detto che erano choosy, fancazzisti, redditodicittadinanziani, e poi guardali, le medaglie le vincono loro, i bistrattati ventenni con la comprensione del testo di bambini di terza elementare. Ma tu pensa. E dire che, nella fase vittimista, credevamo le medaglie sportive si vincessero dopo i cinquanta. E anche a Miss Mondo, avrei giurato fosse candidata la Lollobrigida.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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