«Arredano benissimo»La morte di Roberto Calasso è la tragedia culturale che archivia il Novecento

In Italia l’unico editore era Adelphi: uno di cui il pubblico si fida così tanto da far diventare Carrère la star che Einaudi non era riuscita a creare pur avendo in catalogo il suo romanzo più irresistibile. Dopo aver letto la notizia di RC, il mio secondo pensiero è stato: dovevo sbrigarmi a comprare Bobi, adesso sembrerò una provinciale

Adelphi edizioni

Il mio primo pensiero quando m’hanno detto che era morto Roberto Calasso è stato per me. Per me che pensavo sempre «devo farmelo presentare», e poi non facevo niente perché accadesse, e mica per timidezza o sobrietà o timore di trovarlo poi antipatico (è fondamentale che i punti di riferimento culturali, se ridotti a esseri umani, siano antipaticissimi: ciò ti permette di confermare la convinzione che non si debbano mai incontrare i propri poster, e di non sentirne poi troppo la mancanza s’essi dovessero svelarsi non immortali).

Non lo facevo per la stessa ragione per cui non sono mai stata a un concerto di Lucio Dalla: il paesaggio non muore, non pensi mai che muoia, i portici di Bologna saranno sempre lì, erano patrimonio dell’umanità ben prima d’esserlo, non è che se perdi un’occasione poi non ti ricapita di rivederli.

Era non più tardi d’una settimana fa, parlavo con un’amica del mondo che finisce, il mondo che conoscevamo, e a un certo punto ho detto «pensa se morisse Calasso, quella sì sarebbe la tragedia che archivierebbe il Novecento, fortuna che Calasso è immortale», e invece niente, Dalla è morto, Calasso è morto, meno male che è un’estate piovosa e i portici sono indispensabili per non bagnarsi.

Era mercoledì pomeriggio, a casa mia c’erano amici che scuotevano la testa per l’assurdità dell’impresa in cui m’ero andata a infognare, liberarsi dei libri, degli oggetti, di tutto, diventare non dico Marie Kondo ma almeno una che non deve ricomprare tutto diciassette volte perché non trova mai ciò che le serve, e sedici di quelle diciassette peggiorano l’introvabilità degli oggetti con nuovi strati di troiaio. Un amico ha guardato la parte più bella della mia biblioteca e ha detto: gli Adelphi li teniamo sulla fiducia.

Era una ventina d’anni fa, scrivevo per un piccolo quotidiano lunghe spatafiate di cazzi miei (sì, persino più miei di quelli di qui, sì, persino più lunghe di quelle di qui), e a un certo punto scrissi un rigo sul fatto che compravo Adelphi perché arredavano benissimo, e nei giorni successivi mi arrivò un pacco enorme con un bigliettino di Calasso, «arredano benissimo», non posso neanche instagrammarlo perché ero così giovane da non sapere che un giorno la nostalgia non sarebbe più stata quella d’un tempo e non l’ho conservato.

Era un mese fa, leggevo il libro di Matteo Codignola sulla vita in Adelphi e non solo, e a un certo punto parla d’uno scrittore francese che è insofferente perché il suo editore italiano vuole metterlo in una collana minore, e alla fine lo prendono loro, e lui non lo dice ma lo scrittore era Carrère, e ho pensato che forse quella era la sintesi di che cos’era un editore, e del fatto che in Italia l’unico editore era Adelphi: uno di cui il pubblico si fida così tanto da farlo diventare la star che Einaudi non era riuscita a creare pur avendo in catalogo il Carrère più irresistibile, quello dell’Avversario. (Felici i felici sarebbe stato quel che è, il più gran romanzo di questo secolo, se Adelphi non ce l’avesse reso irresistibile? Yasmina Reza era già lei con Arte: forse Einaudi ha un problema coi mangiarane, forse come Adelphi non c’è nessuno, come Adelphi in glicine).

Era il terzo anno di liceo, quello in cui mi bocciarono e anche quello in cui capii che le cose che t’insegnavano a scuola facendoti sbadigliare potevano essere spiegate in modo da farti incantare: non farei a cambio per nulla al mondo della fortuna d’aver avuto sedici anni quando uscì Le nozze di Cadmo e Armonia.

Era la primavera della seconda media quando cominciai a scrivere un libro sull’adulterio che avrei pubblicato quasi trent’anni dopo. Nello scaffale medio riflessivo in cui mia madre teneva le letture socialmente presentabili, tra Un uomo e Frammenti di un discorso amoroso, arrivò quello che non sapevo essere il primo titolo d’una nuova collana Adelphi, non sapevo essere un autore che poi avrei amato a vita, non sapevo essere l’azzurradelphi che sarebbe diventato la base d’arredo della mia vita adulta. Sapevo solo che in quel Kundera c’era scritto: Franz cavalcava Sabina e tradiva sua moglie, Sabina cavalcava Franz e tradiva Franz.

Era a un qualche punto delle scuole medie, e Calasso faceva leggere Nietzsche alle sbarbine che l’avrebbero citato a casaccio tutta la vita; erano gli stessi anni in cui ci ammollava Hermann Hesse, e non s’è mai vista truffa maggiore e truffate più liete d’esser tali, mai con la sola eccezione delle stagioni in cui Miuccia Prada fa le scarpe a punta; era vent’anni dopo quando Martina Stella cercava invano di regalare a Stefano Accorsi, adulto renitente, Siddharta (cui poi in edizioni di questo secolo aggiunsero un’acca, acciocché le sceme del secolo scorso avessero modo di distinguersi dalle loro eredi di questo secolo, parimenti liete truffate, ma con un’acca in più).

Il mio secondo pensiero, quando m’hanno detto che era morto Calasso, è stato per un romanzo inglese di cui non ricordo niente se non che la voce narrante diceva che bisogna sempre avere tutti i dischi per evitare che poi muore Bowie e tu sei in fila coi parvenu che comprano per la prima volta Ziggy Stardust. Il mio secondo pensiero è stato: dovevo sbrigarmi a comprare Bobi, adesso sembrerò una provinciale, con tutto quel che ho speso per arredare Adelphi.

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