Le vite degli altriIl feticismo della fragilità e la fine dell’eccellenza

Il caso della ginnasta Biles, e della tennista Osaka, ma anche il lamento delle laureande della Normale di Pisa, raccontano la crisi della competitività. Con gli applausi di chi vorrebbe tutti mediocri come noi

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Forse avete sentito parlare di Amanda Knox: è la trentaquattrenne di Seattle che venne condannata per l’omicidio della tizia con cui, a vent’anni, divideva l’appartamento mentre frequentavano l’università di Perugia (a ventott’anni, la Cassazione la rimandò a casa); è la titolare d’un podcast (come tutti); è la chiave più interessante per capire la percezione del ritiro di Simone Biles. 

Forse avete sentito parlare di Simone Biles: è la ginnasta ventiquattrenne che si è ritirata dalle Olimpiadi, facendo rapidamente accadere tre cose. Una, l’oscuramento del resto della squadra statunitense: che ha comunque vinto l’argento dopo l’abbandono della sua fuoriclasse, e tuttavia nessuno si è filato le atlete che non si sono ritirate consapevoli che, se sei un’olimpionica, convivere con lo stress è il tuo lavoro. 

Due, il rafforzamento del feticismo della fragilità, che già era in voga in questa stagione grazie alla tennista Naomi Osaka; che si era ritirata, prima che dalla gara, dalla conferenza stampa, e che perciò è, come Simone, l’eroina d’un tempo in cui guardiamo gli atleti non nella speranza di vederli eccellere ma di vederli crollare, di sentirli più simili a noi, di poterci raccontare che, se la campionessa non se la sente di vincere le Olimpiadi giacché di malumore, allora io posso ritirarmi da questo Zoom giacché mestruata. 

Tre, la fine dell’eccellenza. Non sarebbe interessante se riguardasse l’Italia, un paese il cui naturale sbocco culturale è il reddito di cittadinanza, ma è impressionante vedere la nazione che ha inventato l’eccezionalismo americano diventare un pubblico di piscialetto che ambisce ad avere la nostra vocazione a essere falsi invalidi, mica la propria (ex) vocazione alla competizione. 

Se, in un paese in cui le università sono così poco competitive che chiunque può prendere 30, ti iscrivi alla Normale di Pisa, una delle pochissime che i 30 non li regalano, e poi fai il discorsetto lagnoso per lamentare che, santo cielo, ti sei ritrovata in un contesto competitivo, io penserò che un po’ sei scema e un po’ sei furbescamente pregna di spirito del tempo; ma, soprattutto, penserò che sei italiana: ti aspetti che la mamma ti porti il caffè a letto a quarant’anni, mica che ti chiedano di sbatterti. 

Se però sei una campionessa del mondo, e per arrivare fin lì ti sei sbattuta persino più che per entrare in un’università selettiva, se rinunci forse perché non sei in forma e non vuoi essere quella che in mondovisione sbaglia la piroetta, forse perché non ti tengono i nervi e quindi non sei poi la gran campionessa che credevamo, fatto sta che ti ritiri, se poi dici che tutti i messaggi solidali ti hanno fatto capire che non sei sola nella tua umanità, allora abbiamo un problema. 

Giacché, ragazza, quelle che solidarizzano con te fanno le commesse di Sephora, le supplenti di lettere, le social media manager, le mamme montessoriane. Non fanno le campionesse del mondo: vogliono che tu sia fragile come loro per sentirsi meno mediocri, ma non serviresti da specchio deformante se non fossi un’atleta olimpica ma solo la loro vicina di casa, e non saresti lassù, tra le icone vittoriose, se fossi davvero fragile. Non ci saresti arrivata, o non ci resteresti. 

A proposito del caso Osaka, lo scrittore Thomas Chatterton Williams aveva ricordato come, nelle settimane in cui tutti guardavano The Last Dance, andasse di moda dire che Michael Jordan ne usciva come un sociopatico. Che è la definizione che noi mediocri che non tolleriamo l’eccellenza – se non in una fiabesca dimensione che non preveda dedizione ossessiva, spirito di sacrificio, tenuta psicologica – diamo dell’essere un campione sportivo. 

A novembre esce un film in cui Will Smith fa il padre delle sorelle Williams. Nel trailer, il babbo crudele fa allenare le piccine sotto la pioggia. Chissà se il messaggio sarà «è così che si diventa fuoriclasse, mica godendosi la vita», o «mostro, dovevano togliergli le figlie»: punto il mio soldino sulla seconda ipotesi. Open è di dodici anni fa: se la biografia di André Agassi uscisse oggi, i tutori della fragilità andrebbero a prendere coi forconi il papà che l’ha oberato di allenamenti invece di lasciargli godere l’infanzia. 

Ieri Amanda Knox ha scritto una serie di tweet sull’ingiustizia d’un film con Matt Damon liberamente ispirato alla sua storia. Era indignata che i dettagli fossero stati cambiati, che nessuno l’avesse interpellata, che fatturassero altri e non lei (quest’ultima indignazione ha tutta la mia solidarietà). Vorrebbe, Amanda, la stessa cosa che vorrebbero le fan della Biles e forse persino la Biles stessa: il diritto inalienabile a ricevere empatia (e anche che Matt Damon andasse ospite del suo podcast: non c’è fragilità che non possa essere tamponata da un premio Oscar riflesso). 

È, Amanda, una fan del ritiro di Simone, ce lo dicono i tweet precedenti. Una sostenitrice del diritto alla fragilità. Di quel diritto degli ignoti che, nel suo caso, ha perso per sfiga: se la tua fama è per un’accusa d’omicidio, non te la sei cercata come chi si è allenata per andare alle olimpiadi. Tuttavia, dopo quattordici anni di riflettori, dovresti essere allenata a sapere che sì, tutti hanno diritto ad avere opinioni, perlopiù infondate, su di te. E invece no. 

E invece, che siamo atlete, o commesse, o scrittrici, o accusate d’omicidio, c’indignano gli sconosciuti che osano discettare della nostra vita per criticarci, ma ci rasserenano gli altrettanto sconosciuti, altrettanto ignari, che con noi simpatizzano. Che occuparsi delle vite degli altri sia la stessa nevrosi, che lo si faccia per proiettare o per criticare, è un sospetto che non ci sfiora. Specie quando gli altri siamo noi.