Inside AnkaraLa crescente violenza in Turchia contro i migranti

La frustrazione profonda nei confronti dei profughi è diffusa e trasversale, da persone che si ritengono conservatrici o nazionaliste fino ad alcuni sostenitori della sinistra progressista. La tensione ha portato all’assalto di alcuni negozi gestiti da Siriani nel quartiere Altındağ, nella capitale. E il sindaco di Bolu ha annunciato di voler aumentare le bollette agli stranieri che abitavano nel suo comune

LaPresse

Pubblicato originariamente su Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa

Vetrine in frantumi, segni di pietre lanciate contro le saracinesche e auto rovesciate a terra annerite da segni di bruciatura. Così si presentava il quartiere Altındağ, ad Ankara, dopo che centinaia di persone, lo scorso 12 agosto, avevano assaltato negozi che ritenevano essere gestiti da rifugiati provenienti dalla Siria. La notizia dell’uccisione a coltellate di un adolescente turco da parte di due siriani qualche giorno prima ha fatto esplodere rabbia e frustrazione; in moltissimi si sono diretti verso il quartiere della capitale turca conosciuto anche come “la piccola Aleppo”, a causa dell’alto numero di rifugiati siriani che lo abitano, e hanno cercato di distruggere tutto quello che potevano e che ritenevano essere in qualche modo legato ai siriani, come gli esercizi commerciali gestiti dai rifugiati che sono stati brutalmente danneggiati.

La foga degli assalitori ha rischiato di provocare addirittura altre vittime, un bambino siriano è finito in ospedale dopo essere stato colpito alla testa da sassate che sono arrivate all’interno della sua abitazione. Settantasei sono state le persone fermate dalla polizia il giorno seguente: nelle immagini degli attacchi diffuse da loro stessi sui social media si possono vedere molte persone fare il gesto dei “lupi grigi” legato alla destra ultranazionalista turca.

Molti siriani che abitano ad Altındağ non hanno avuto il coraggio di uscire di casa per giorni in seguito all’attacco subito, alcuni hanno dichiarato che restare nelle proprie abitazioni con le finestre chiuse e le luci spente ha ricordato loro i momenti drammatici della guerra in Siria da cui erano fuggiti sperando di trovare in Turchia un luogo sicuro.

Poco importa se a colpire la “piccola Aleppo” siano stati amici stretti o parenti del ragazzo turco ucciso, il triste episodio di Ankara mostra chiaramente la frustrazione esasperata di gran parte della società turca che non sopporta la presenza di immigrati. Lo dimostrano alcuni commenti degli abitanti del quartiere che non hanno condannato l’episodio e hanno sostenuto che i siriani «se ne devono andare».

Non è questo il sentimento che pervade l’intera società, i turchi che sostengono una politica di accoglienza, fortemente promossa dal presidente Erdoğan, sono molti e in tanti hanno fermamente criticato in modo esplicito l’attacco di Ankara. La frustrazione profonda nei confronti dei migranti è tuttavia ampiamente diffusa e in maniera trasversale, da persone che si ritengono conservatrici o nazionaliste fino ad alcuni sostenitori della sinistra progressista.

Recentemente proprio il sindaco di Bolu, eletto con il socialdemocratico CHP, il maggior partito di opposizione, aveva annunciato di voler aumentare le bollette agli stranieri che abitavano nella municipalità che dirige. Scelta ritenuta da tanti controversa e che nello stesso tempo ha ricevuto apprezzamento e comprensione da parte di molti residenti e non ha ricevuto comunque critiche dalla direzione del partito.

Già in luglio, ben prima dell’attacco ai negozi dei siriani di Ankara, si era diffuso sui social media turchi lo slogan «Non voglio migranti nel mio paese, fermare l’invasione silenziosa», messaggio condiviso in maniera trasversale. Questo sentimento è diffuso ampiamente tra i turchi e anche tra parecchi elettori di Recep Tayyip Erdoğan. Il fastidio per i migranti è particolarmente forte nell’elettorato nazionalista, rappresentato da vari partiti di opposizione ma anche dall’MHP, forza nazionalista di destra alleata in parlamento con il partito di governo AKP di Erdoğan.

Dal 2015 in poi, e quindi da quando il flusso migratorio dalla Siria alla Turchia è diventato sempre più consistente, il presidente turco non ha comunque mai modificato la sua politica dell’accoglienza dei migranti e anche recentemente ha ribadito questa posizione dichiarando “non lasceremo in mano agli assassini il popolo di Dio che ha cercato qui da noi rifugio”. Nonostante un calo dei consensi secondo alcuni sondaggi, il presidente Erdoğan resta il politico più popolare di Turchia ma le sue dichiarazioni a favore dell’accoglienza dei migranti non trovano un appoggio compatto nemmeno nel suo stesso elettorato. Per questi motivi la nuova ondata di migranti provenienti da un Afghanistan al collasso rappresenta una nuova sfida molto delicata per il capo di stato turco.

Secondo le statistiche delle Nazioni Unite, nel 2020 erano 125mila gli afghani richiedenti asilo in Turchia, ma alcuni accademici stimano che si possa trattare in realtà di oltre mezzo milione di persone. Una cifra comunque destinata ad aumentare. Secondo i media turchi, durante l’estate, parallelamente all’avanzata dei talebani verso Kabul, circa 1000-1500 persone al giorno, in fuga dall’Afghanistan, sono riuscite ad attraversare il confine tra Iran e Turchia. Proprio su questo tratto di terra, Ankara ha appena completato la costruzione di un muro lungo circa 300 km.

Anche per questo motivo, oltre che per le aumentate misure di sicurezza, si è in questi giorni ridotto il numero dei migranti afghani che riescono a entrare illegalmente in Turchia. Ma dopo la presa di Kabul da parte dei Talebani il numero di persone provenienti dall’Afghanistan che chiederanno di entrare in Turchia è inevitabilmente destinato a crescere.

Erdoğan non cambierà la sua retorica riguardo all’accoglienza dei richiedenti asilo e la utilizzerà per negoziare con Bruxelles puntando il dito sulle ipocrisie dell’Unione europea che di fronte a questa ennesima crisi afghana sembra già essere pronta a chiudersi come una fortezza. «La Turchia non ha l’obbligo di essere il deposito dell’Europa per i rifugiat» ha affermato in questi giorni Erdoğan, potendo contare sull’appoggio di Angela Merkel che nei mesi scorsi aveva lodato nuovamente gli sforzi della Turchia, di fatto il paese che ospita più rifugiati al mondo (3,7 milioni di persone secondo i dati ONU).

Avere un sempre crescente numero di migranti in Turchia può rappresentare però anche un problema. La frustrazione di gran parte della società turca, recentemente esplosa nella violenza con gli attacchi di Ankara, non riguarda i siriani di per sé ma i migranti in generale e tra luglio e agosto le lamentele di molti turchi sui social media hanno preso fortemente di mira anche gli afghani arrivati in Turchia.