La grande corsaPerché la ripresa economica dell’Italia è più veloce di quella europea

Gli indicatori macroeconomici evidenziano una netta ripresa della macchina italiana, anche se le incognite, come la mancanza di materie prime su scala globale, minacciano la durata del mercato e potrebbero provocare temporanee frenate

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L’estate 2021 è stata il vero motore della ripartenza dell’Italia dopo la pandemia di Covid-19. A spiegarlo è un articolo della Stampa, dove si elenca e si spiegano le cause di questa rinascita economica. A partire dalla produzione industriale, alle previsioni del Pil, riviste al rialzo in modo costante, passando per percentuale di occupati e tasso di disoccupazione.

Gli indicatori macroeconomici evidenziano una netta ripresa, anche se le incognite, come la penuria di materie prime su scala globale, non mancano. E potrebbero provocare temporanee frenate.

«Dopo un Pil in calo dell’8,9% nel 2020, complici i lockdown e il blocco pressoché totale del commercio internazionale, l’economia italiana registrerà un’espansione del 5,1%, secondo le più recenti stime della Banca d’Italia. Solida sarà la situazione anche nel 2022, dove il Pil è previsto in rialzo del 4,4% su base annua, e nel 2023, dove la crescita sarà del 2,3 per cento», si legge nell’articolo.

Come fatto notare anche dalla Bce, la ripresa è evidente e omogenea. E l’Italia corre più della media dell’area euro, che viaggia al 4,8%, ma anche di Germania, +3,6%, e Olanda, +3,3 per cento. Meno incoraggiane il fronte del debito pubblico: quello italiano passerà dal 134,6% del Pil toccato nel 2019 al 159,8% stimato per fine 2021, ma poi inizierà la discesa. Nel 2022 la Banca d’Italia lo prevede al 156,9% del Pil. Sotto controllo l’inflazione, nonostante le recenti fiammate dovute ai prezzi dell’energia. Nel 2021 e nel 2022 sarà a quota 1,3 per cento.

A retto bene, al netto della grande crisi causata dalla pandemia, anche il mondo del lavoro. «In giugno il tasso di disoccupazione è stato del 9,7%, scendendo al di sotto della soglia del 10% dopo cinque mesi. In calo anche la disoccupazione giovanile, ora al 29,4 per cento. In aumento v’è il tasso di occupati, che per giugno ha toccato quota 57,9 per cento. In arrivo c’è un ulteriore miglioramento. A dirlo sono i numeri della banca olandese Rabobank, che vedono un rilancio generalizzato del mercato del lavoro nell’eurozona a partire da giugno. Italia compresa», spiega il quotidiano piemontese.

Ma l’evidenza più netta che di ripartenza sicuramente riguarda i servizi, uno dei segmenti più impattati dal Covid-19. «Secondo l’indice PMI (Purchasing Managers Index, che monitora gli acquisti dei direttori degli acquisti delle imprese) a giugno il comparto dei servizi ha toccato quota 56,7 punti. Considerato che sopra i 50 punti il PMI registra un’espansione, si può affermare che la strada verso la (nuova) normalità è stata intrapresa».

Anche l’ultimo rapporto di Confindustria è positivo. La produzione industriale italiana «è cresciuta nel secondo trimestre a un ritmo vicino a quello rilevato nel primo (1,0% contro 1,3%)». Tuttavia, il terzo trimestre è partito con un abbrivio negativo: «In luglio si stima un calo dell’attività dello 0,7% (dopo +1,0% rilevato dall’Istat in giugno) spiegato sia da un maggiore ricorso alle scorte di magazzino, necessario per soddisfare l’afflusso di ordini, sia da alcune strozzature dell’offerta lungo la filiera produttiva internazionale dovute alla scarsità di alcune componenti e materie prime». Tale situazione potrebbe risolversi entro la prima parte del prossimo anno. Per ora la vivacità più significativa riguarda il manifatturiero, il digitale e il terziario, mentre faticano a tornare ai livelli pre-crisi il tessile e il turismo.

Per quanto riguarda consumi e risparmi, secondo le indagini della Banca d’Italia e dell’Istat fanno notare che la propensione al risparmio delle famiglie italiane è ancora alto. Dagli studi preliminari dell’Istat, i consumi potrebbero essere finalmente ripartiti nel terzo trimestre. Il clima di fiducia dei consumatori, infatti, è al massimo livello dal 2015. Viceversa, non cala la propensione al risparmio degli italiani, mai così alta dal 1992 a oggi.

Le incognite tuttavia si annidano: «Come fatto notare da Christine Lagarde, numero uno della Bce, lo scenario è roseo, ma la strada verso può essere disseminata da ostacoli e imprevisti. Il rischio maggiore che corre l’economia globale, Italia inclusa, è un prolungamento delle strozzature nelle filiere di approvvigionamento di materiali grezzi, cruciali per i processi produttivi. Dall’acciaio ai semiconduttori, dall’alluminio al silicio, la forte domanda di semilavorati e la grande dipendenza dell’industria contemporanea dai chip rischia di rallentare la ripresa in atto» si legge ancora.

C’è poi il timore di nuove varianti del coronavirus Sars-Cov-2. Se finora la variante Delta non sembra aver ridotto l’efficacia dei vaccini, in special modo quelli a base mRNA come Pfizer/Biontech e Moderna, l’Organizzazione mondiale della sanità non ha escluso che possano esserci nuovi ceppi capaci di provocare problemi. Sanitari ed economici.