Meno opinioni, più azioniLa minoranza creativa dei riformisti deve agire e non essere cattedratica

Il nostro è un grande Paese, pieno di risorse, di patrimoni, di imprese, ma in declino. Quindi pieno di paure. Se vogliamo che la maggioranza abbracci il riformismo bisogna connettersi con quella parte di società che per interessi e per valori esige riforme e innovazione. Solo nel movimento reale si potranno sciogliere differenze, bizantinismi teorici, personalismi e narcisismi

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I mesi passano, i partiti si occupano delle questioni del giorno e, anche quando sono faccende più lunghe, se ne occupano comunque solo per un giorno. Matteo Salvini e, a turno, Enrico Letta, talvolta Giuseppe Conte, Giorgia Meloni sempre, sollevano o gonfiano artificialmente un tema, per tentare disperatamente di farsi vedere e poi lo mollano, sperando che la scena del mondo offra sempre nuovi pretesti per farsi notare.

L’orizzonte più ampio cui costoro riescono a sollevare lo sguardo è quello dell’elezione del nuovo presidente della Repubblica: sei mesi scarsi. Le questioni strategiche – che possiamo sinteticamente definire la tavola delle riforme – sono continuamente rinviate all’ora X, quella in cui uno di costoro vincerà decisamente e irreversibilmente le prossime elezioni. Superato quel Capo di Buona Speranza, per il Paese arriverà la musica dei lendemains qui chantent (un futuro migliore, ndr). Il sol dell’avvenire è tramontato, ma nuove albe si annunciano. Anche se, si deve constatare, i personaggi succitati tendono a scambiare la luce del tramonto per quella dell’alba. 

C’è però una categoria di aficionados della politica che fa eccezione, i cosiddetti riformisti, di cui sono modesto con-militonto. Costoro non scambiano i tramonti con le albe e i lampi del temporale per luci di resurrezione. Da costoro – cioè da noi – partono articoli, zeppi di proposte di programma e di azioni concrete e immediate da fare, caldi appelli a entrare in campo su cause meritorie, inviti ad aderire a sigle più o meno solide e strutturate. Ultimo in ordine di tempo è stato il Manifesto, pubblicato dal quotidiano “Il Riformista”, a firma di diciassette intellettual-politici, intitolato “Sedici tesi sul riformismo”. Per citarne i firmatari politici: Fabrizio Cicchitto, Bobo Craxi, Biagio de Giovanni, Riccardo Nencini, Bruno Pellegrino, Claudio Petruccioli, Umberto Ranieri, Claudio Signorile… Si tratta di personalità della sinistra già comunista e socialista. Penultimo l’Appello lanciato da questo giornale, intitolato “Alleanza per la Repubblica contro il bipopulismo perfetto”  con alcune decine di firme. In occasione delle prossime elezioni amministrative compaiono Manifesti locali, a Milano, per esempio. 

Tuttavia, se si osserva questo piccolo formicaio in movimento non si può non ricavare la sensazione di un’inanità complessiva. Le volenterose formiche si spostano animatamente, entrano ed escono da un buco trascinando sempre qualcosa più grande di loro, ma il formicaio non cresce.

Forse c’è un difetto di architettura? Cioè, fuor di metafora, non c’è qualcosa di radicalmente sbagliato e irreale nella visione che il movimento riformista ha del Paese?  È un’ipotesi da esplorare, per tentare di comprendere l’impotenza del riformismo endogeno nazionale. 

Intanto, va osservato che l’Italia è un Paese in declino. Un grande Paese, pieno di risorse, di patrimoni, di imprese, ma in declino. In primo luogo demografico, che è la base di ogni altro declino. Le cifre a sostegno di questa tesi non mancano, ahinoi! Un Paese in declino non vuole innovazione, riforme socio-economiche, amministrative, politico-istituzionali. Un Paese in declino è pieno di paure. Da questo punto di vista, che esista una maggioranza di centro-destra sovranista, costituita da Salvini-Meloni e da una parte di Movimento 5 stelle, con un pezzo liberal-democratico al seguito, che si è dato la missione subalterna di freno a mano del sovranismo, è probabilmente il sintomo più evidente.

È il sovranismo della paura, un sovranismo straccione. Riconosciamolo: quello mussoliniano non aveva paura. Si slanciava, piuttosto orgogliosamente e improvvidamente, verso il mondo. In ogni caso, se il Paese è questo, se la società civile è questa, la politica democratica finisce per rispecchiarla e, causa gioco degli specchi, per rinforzarne le tendenze. Abbiamo un bel richiamare i dati strutturali – siamo o no la seconda potenza manifatturiera in Europa? Disponiamo o no di una grande patrimonio culturale e paesaggistico di valore mondiale? – ma la coscienza della gente va in basso.

Domanda: e allora il Partito democratico? Difende lo status quo, esattamente come la destra: assistenzialismo, spesa pubblica, sindacalismo sempre più corporativo. Dunque: il riformismo è largamente minoritario nella società italiana e perciò nella politica. Cari riformisti, siamo minoranza! Non è una scoperta eccezionale. Bisogna trarne delle conseguenze più rigorose e più realistiche.

Ci sono tre tipi di minoranze: le minoranze giacobine, le minoranze corporative, le minoranze creative. Le minoranze giacobine hanno sempre caratterizzato la sinistra, ma, più in generale, i movimenti rivoluzionari, di sinistra e di destra. Condividono un’idea della storia, secondo cui la storia ha un grande futuro, la cui chiave è in mano a delle élite. Da Pareto a Lenin, l’idea è quella.

Le minoranze corporative – lo dice la parola stessa – difendono i propri interessi particolari. Il sindacato contro il Green Pass è l’esempio ultimo. In un Paese in declino, sono sempre più esigenti e più forti. La loro anarchia è uno dei fattori del declino.

Le minoranze creative – il copyright è di Joseph Ratzinger – non hanno pretese soteriologiche: testimoniano le loro convinzioni con il pensiero e con i comportamenti. Il contesto della teorizzazione di Ratzinger è quello di un Cristianesimo e di una Chiesa cattolica in minoranza sempre più piccola. Niente paura! Il destino della Chiesa non è nelle mani  della Chiesa, ma di Chi l’ha fondata e sorretta lungo le tempeste dei secoli. 

Ora, Il Movimento riformista appartiene alle minoranze creative. Ma, diversamente da Ratzinger, non può attendere quietisticamente la salvezza da fuori. E non si può neppure rassegnare a rimanere minoranza. 

Che fare per diventare maggioranza? Deve uscire dalla dimensione del “riformismo della cattedra” per connettersi con quella parte di società che per interessi e per valori esige riforme e innovazione. 

Per costruire queste connessioni deve percorrere due strade: una teorica e una pratica. 

Quella teorica: prendere finalmente atto che la condizione di ogni politica di riforma è la riforma istituzionale della politica. Se la struttura istituzionale della politica non evolve anche in Italia in direzione di una democrazia governante e decidente, continuerà a mancare la base per ogni possibile riforma. Inutile strologare accademicamente sulle policy, inutile infilarsi nei labirinti della politics, solo un  institution building può costituire il terreno per una policy/politics di innovazione e riforme.

Quella pratica: dare sbocco e organizzare la mobilitazione personale dei cittadini. Il 31 gennaio del 1988 Mario Segni firmò insieme ad altri 30 un Manifesto per l’introduzione della legge elettorale uninominale a doppio turno. Il 22 aprile dal manifesto nacque il Movimento per la Riforma Elettorale. Era e apparve ai partiti del tempo un’iniziativa balorda. I risultati che esso produsse furono rivoluzionari. Progettare e sviluppare un Movimento per Repubblica Presidenziale, definire un quesito referendario molto semplice, organizzare un percorso referendario. Solo nel movimento reale si potranno sciogliere differenze, bizantinismi teorici, personalismi e narcisismi. 

Perché non smuoviamo il Paese? Perché disponiamo di molte opinioni e di scarse azioni.