RipopolamentoProblemi e successi della strategia delle case a 1 euro

Un approccio nuovo, radicale e forte che cerca di salvare la vita di comunità sempre più isolate. Il libro di Valentina Boschetto Doorly, “La terra chiama” (Saggiatore) esplora il futuro di chi sceglie di lasciare le città

di Fabio Santaniello, da Unsplash

La strategia delle case a 1 euro è solo agli inizi; una manciata di comuni hanno fatto da apripista sondando il terreno e validando metodi. Questo approccio innovativo e cruciale, che nasce dall’interno della comunità, non solo riporta in vita tante case che sarebbero altrimenti andate perdute, ma ha dato nuovo vigore ai borghi che vi si sono cimentati, mostrando ai residenti che sì, è possibile inventare nuovi orizzonti e uscire da quella maledetta sala per malati terminali in cui la globalizzazione li aveva chiusi.

È vero, non parliamo di numeri stratosferici. Un comune che riesce a restaurare 10, 30 case cosa conta nel computo di un paese grande come il nostro? Ma questo è, come evidenziavamo nel capitolo precedente, un metro di misura sbagliato. Avere 30 case restaurate e 30 nuovi nuclei familiari che risiedono o frequentano un paese che conta 300 residenti significa un incremento del 10%-20%. Un prezioso, preziosissimo contributo per invertire la rotta.

E in Sicilia, dove tutto era iniziato, com’è andato l’esperimento?

A Mussomeli (Caltanissetta) sono state «vendute» 120 case a un euro, attivando un’economia locale di circa 7 milioni di euro in due anni nelle filiere coinvolte. Per un paese che contava un tempo 40000 abitanti e oggi è ridotto a poco più di 11000 questa è la prima vittoria, il primo passo nella direzione giusta compiuto da decenni. Va poi considerato che chi si avvicina al borgo in questione per il bando delle case a 1 euro prende poi spesso in considerazione anche lo stock delle altre case in vendita a prezzi simbolici o minimi.

E a Gangi (Palermo), paesino primogenitore e antesignano dell’iniziativa che ha poi contagiato il resto dell’Italia con la pazzia delle case a 1 euro, dal 2008 a oggi sono state riportate in vita ben 180 case.

Per capire cosa abbia spinto a una scelta simile questo paese a 1100 metri di altitudine, che sembra un presepe con l’Etna per fondale di scena ed eletto «Borgo dei borghi» nel 2014, bisogna ricordare che quest’ultimo ha subito uno spopolamento drammatico, passando dai 16.000 residenti all’inizio degli anni cinquanta ai 6.500 abitanti di oggi.

Come abbiamo già accennato all’inizio, per l’avvio dell’esperimento – il primo in Italia – è stato decisivo il contributo di Giuseppe Ferrarello, sindaco di Gangi per due mandati, dal 2007 al 2017, che ha riversato in quegli anni il piglio e la managerialità del settore privato e turistico (da cui proviene professionalmente) nella gestione della cosa pubblica.

Ferrarello è convinto che il turismo siciliano possa andare oltre le coste, e facendo leva sulle 500 aziende agricole del territorio, ha stimolato l’autocoscienza delle tipicità e avvicinato il territorio alla cultura Slow Food avviando una condotta e promuovendo così un volano di qualità e tipizzazione delle produzioni.

Per mettere in moto la promozione turistica del paese, Ferrarello si pone per prima cosa il problema della ricettività, che manca quasi del tutto: nel 2007 a Gangi c’erano solo 60 posti letto. Sa che il paese, però, è caratterizzato da molte, moltissime case abbandonate o disabitate. L’Amministrazione conduce allora un censimento e ne rileva oltre 640. Si tratta per lo più di case tradizionali del centro storico, denominate pagliarole, a più piani e con entrate sia a valle che a monte. Come a Ollolai, successioni mai fatte e proprietà indivise sono la norma. Partono 640 lettere indirizzate ai proprietari, in cui li si invita a liberarsi della proprietà indesiderata regalandola al comune. Solo in 15 rispondono.

L’inizio dell’esperimento è fiacco; scarsa la risposta della cittadinanza, colta di sorpresa e che non sa come inquadrare ideologicamente l’iniziativa o, peggio, sospetta qualcosa di oscuro sotto.

Dalle file dell’amministrazione pubblica e dai ranghi di partito, si solleva un coro di commenti perplessi e sarcastici.

«Siete pazzi» ci dicevano. «Una cosa mai vista». «Idea fallimentare, una cretinata, una sciocchezza» ricorda l’ex primo cittadino. Ma Ferrarello è uno di quei sindaci che puoi trovare in giro per il paese a raccogliere le cicche dal selciato, e non demorde. L’originalità del concetto alla fine attira i media che, spostando lo spotlight mediatico sull’iniziativa, le conferiscono allo stesso tempo rilievo e, come sempre per l’effetto magico della comunicazione, una dimensione di realtà. Parte l’onda di attenzione nazionale e internazionale, si spengono i commenti sarcastici e gli scuotimenti di capo perplessi.

Non solo la strategia avviata in paese ha portato nuova linfa economica e popolazione stimolando al contempo i locali a reinvestire nel decoro privato e urbano, ma, modulandosi sul concetto di albergo diffuso, i posti letto del paese sono passati dai 60 del 2007 a 500 nel 2018.

Una volta rotti gli argini delle convenzioni, del «non si può», del «mai fatto prima» e del «questo non rientra nei canoni dell’economia di mercato», le iniziative si moltiplicano e si moltiplicheranno ancora, lasciando ad amministrazioni e persone il piacere di riappropriarsi del proprio destino, secondo i propri termini e alle proprie condizioni.

E così, ecco che Luserna, provincia di Trento, 300 abitanti, dopo il Covid decide di offrire le case popolari in locazione gratuita a giovani coppie che intendano stabilirsi nel comune con contratti di 4 anni.

Ad Aprigliano (Cosenza), il sindaco ha chiesto ai privati proprietari di case sfitte di metterle a disposizione gratuitamente per avviare un’operazione di richiamo turistico basato, anche qui, sul concetto di ospitalità diffusa e promuovere il borgo come base escursionistica per gli itinerari trekking dei dintorni.

In Molise, il comune di San Giovanni in Galdo (Campobasso) ha dovuto far fronte a 2000 richieste per 40 alloggi messi a disposizione gratuitamente per le vacanze estive.

E perché non smobilizzare i nostri fari, avamposti costieri sparsi in tutta la penisola, quasi sempre abbandonati eppure collocati in posizioni spettacolari, in bilico tra mare e terra, al margine tra il solido e il liquido, impavidi di fronte al maestrale, allo scirocco, alle acque salate e alle onde fragorose a cui cedono ogni anno un po’ di intonaco ma senza mai decadere dalla loro funzione di vedette?

E infatti abbiamo iniziato a smobilizzare anche quelli. Proprietà dello Stato italiano e della Marina italiana, non vengono alienati tramite vendita ma attribuiti in affitto produttivo a chiunque presenti un progetto imprenditoriale pertinente, nel business turistico o nella ristorazione.5

Ogni iniziativa di questo segno condivide la consapevolezza che il turismo porta con sé un effetto moltiplicatore per l’economia locale, e che l’ospitalità è solo uno degli elementi coinvolti.

da “La terra chiama. Il nostro futuro lontano dalle città”, di Valentina Boschetto Doorly, Il Saggiatore, 2021, pagine 304, euro 22