GrindadrápLa mattanza di delfini alle Fær Øer e le altre tradizioni di crudeltà sugli animali

Le immagini dei quasi 1500 cetacei uccisi nell’arcipelago ci ricordano che in tutto il mondo ogni anno vengono celebrati eventi, feste e altre usanze che comportano l’uccisione di migliaia di esemplari. «Spesso il tratto storico-culturale di questi eventi non è più presente, sono solo spettacoli indecenti», dice la presidente dell’Enpa

Unsplash

Le immagini dei delfini uccisi sulle spiagge delle Isole Fær Øer, con il mare rosso sangue a fare da sfondo, hanno fatto il giro del pianeta in poche ore. L’arcipelago appartenente al Regno di Danimarca – che si trova a nord della Scozia – ha celebrato una tradizionale battuta di caccia che ha portato alla morte 1.428 esemplari tra delfini e altri cetacei in un solo giorno, battendo con buona probabilità il poco invidiabile record per la più grande uccisione quotidiana di cetacei.

La caccia ai cetacei – Grindadráp, in faroese – è autorizzata dalle autorità locali, è un’antica tradizione che fa seguire alla mattanza la distribuzione della carne di delfino. Ma questa motivazione non sembra avere basi abbastanza solide per giustificare i numeri dell’altro giorno: sarebbe troppa carne per sfamare i soli 53mila abitanti faroesi, e una gran quantità andrebbe comunque sprecata. È per questo che, come segnalato anche dal New York Times, anche alcune associazioni favorevoli al Grindadráp avrebbero contestato l’operazione di domenica scorsa.

«Questa tradizione delle Fær Øer – dice a Linkiesta Carla Rocchi, presidente dell’Ente nazionale protezione animali – si basa su un elemento culturale che non ha più ragion d’essere: nasce per rafforzare lo spirito di gruppo e infondere coraggio alla popolazione. Poteva avere un senso quando procurarsi il cibo era difficile, si rischiava la morte, ci si doveva avventurare in mare aperto con imbarcazioni pericolanti. Oggi è solo motivo imbarazzo». Rocchi non parla solo in quanto presidente Enpa, ma anche in qualità di antropologa e docente alla Sapienza: «Se dovessimo preservare e legittimare sempre tutte le tradizioni di tutte le popolazioni – aggiunge – sarebbero in pericolo migliaia di specie animali in tutto il mondo, e il pianeta stesso».

Anche la storia italiana aveva e ha tradizioni simili. Rocchi cita l’esempio più evidente e conosciuto, quello della mattanza, un antico metodo di pesca del tonno rosso, sviluppato nelle tonnare, in cui i pesci venivano uccisi per dissanguamento (diffuso soprattutto in Sicilia e in Sardegna).

Il riferimento più immediato quando si parla di eventi di questo tipo, caratterizzati dalla crudeltà nell’uccisione dell’animale, è la corrida spagnola, che forse è il più famoso evento di una tradizione nazionale in cui vengono uccisi gli animali. Vero che negli ultimi anni il fenomeno, un tempo molto popolare, si è ridimensionato, ma resta uno dei simboli più riconoscibili della Spagna nel mondo.

Le autorità di Madrid sono intervenute più volte negli ultimi anni in difesa della corrida, intercettando un dibattito che si divide tra chi definisce la pratica una tortura legalizzata e chi invece sostiene che un toro da corrida viva mediamente più a lungo di qualsiasi bovino da carne o da latte.

Nel 2010, ad esempio, il parlamento catalano dichiarò che le corride sarebbero diventate illegali. Ma nel 2013 il governo centrale le rese patrimonio culturale con una legge. Tre anni più tardi il Tribunale Costituzionale annullò il provvedimento della Catalogna per ribadire che la corrida fa parte del patrimonio culturale spagnolo, ed è quindi un elemento culturale da preservare.

In tutto il mondo di tradizioni, feste e ricorrenze celebrate con metodi crudeli verso gli animali ce ne sono moltissime.

La Farra do Boi in Brasile – diffusa soprattutto nello Stato di Santa Catarina – prevede la liberazione di buoi che vengono poi inseguiti e colpiti con bastoni, coltelli, fruste, pietre; gli vengono cavati gli occhi e spezzati coda e arti, poi uccisi. Formalmente è una pratica illegale dalla fine degli anni ‘90 ma ancora nel 2019 le associazioni ambientaliste lamentavano una diffusione piuttosto palese della festa.

Il Gadhimai Festival, in Nepal, viene celebrato ogni cinque anni presso il Tempio Gadhimai di Bariyarpur, nel distretto di Bara 150 chilometri a sud della capitale Katmandu. Di fatto è un massacro su larga scala di animali – maiali, capre, polli, ratti, uccelli di ogni tipo, bufali d’acqua – a cui gli sciamani prelevano poi il sangue in cinque punti del corpo, portandoli a una morte lenta e dolorosa: la pratica è un omaggio a Gadhimai, la Dea della forza. L’edizione del 2009 costò la vita a circa 200mila animali e venne indicato come il più grande sacrificio al mondo. Oggi il festival viene celebrato nonostante un bando emesso nel 2015 da autorità religiose e che la Corte suprema del Nepal ha trasmesso alle autorità locali.

Gli esempi potrebbero proseguire ancora, ce ne sono moltissimi – dal Festival Deopcapreokhari al Umkhosi Ukweshwama, rispettivamente in Nepal e Sudafrica – e sempre più spesso oggi sono oggetto di dibattito non solo tra cittadini sempre più attenti a certi temi, ma anche nel mondo accademico.

Oltre alle istanze portate avanti dalle associazioni animaliste e ambientaliste, Rocchi denuncia – da un punto di vista antropologico – una mancanza di interesse o legame da mantenere con il passato e con questi metodi: «Il problema di queste tradizioni non è il fatto che esistano, perché hanno sempre una loro storia alle spalle e sono radicate in un territorio. Però bisogna capire quando sono nate e se le ragioni che valevano un tempo sussistono ancora. Se il tratto caratteristico ha perso valore e oggi sono solo feste di una crudeltà indecente, che vengono portate avanti senza un vero criterio, l’unica opzione che ci rimane per preservare l’ambiente e la vita sul pianeta è abolirle».