Ja, Ich willIl sì ai matrimoni gay in Svizzera e la prossima battaglia italiana sui diritti civili

Anche l’elettorato di cantoni tradizionalmente conservatori si è espresso in larga maggioranza a favore del matrimonio egualitario nel referendum di domenica. La prova che i cattolici elvetici hanno un diverso sentire su questo tema ispetto all’episcopato e al Papa

LaPresse

Un grande successo quello del fronte del sì al referendum elvetico sul matrimonio egualitario, pur senza colpi di scena. Il 64,1% (1.828.427) della popolazione dei 26 cantoni e della cosiddetta Quinta Svizzera, cioè di residenti all’estero, che si è recata domenica alle urne, si è espressa a favore della modifica del Codice civile in materia, così com’era stata approvata dai due rami del Parlamento il 18 dicembre 2020. Mentre i no, che sono stati in tutto 1.024.167, si sono arrestati alla soglia del 35,9%, confermando così i dati del secondo sondaggio della Società svizzera di radiotelevisione (SRG SRR).

Realizzata tra l’1 e il 9 settembre dal prestigioso istituto gfs.bern su un campione di 13.261 aventi diritti al voto, l’inchiesta aveva infatti attestato i suffragi favorevoli e contrari rispettivamente al 63 e al 35% e comunque confermato come, rispetto al primo sondaggio del 2-16 agosto, il fronte del no avesse guadagnato consensi di sei punti percentuali. 

A incidere la martellante propaganda condotta dai principali partiti di destra, Unione democratica di centro (UDC) e dall’Unione democratica federale (UDF), che, promotori di tre distinti comitati referendari, avevano depositato in aprile oltre 60.000 firme contro l’accennata modifica del Codice civile o matrimonio per tutti. Nessuna novità negli argomenti da questi addotti, comuni in realtà a tutti i movimenti transnazionali Pro Life e Pro Family: complementarietà dei sessi, matrimonio quale sola unione tra uomo e donna, ruolo dell’uno e dell’altra all’interno della società, fecondità dell’unione matrimoniale “tradizionale”, necessità di entrambi i modelli, maschile e femminile, per una crescita piena e completa dei bambini.

Da qui, soprattutto, i particolari attacchi contro l’adozione congiunta di minore per coniugi dello stesso sesso e contro l’accesso alla procreazione medicalmente per coppie di donne come normati dalla legge del 18 dicembre 2020. 

Tali motivazioni hanno trovato una convinta rispondenza in componenti di religioni non cristiane e di confessioni cristiane altre rispetto a quella riformata e cattolica. Rappresentanti dell’una e dell’altra hanno infatti votato sì al referendum con percentuali rispettivamente del 60 e 59. Riprova, invero, che i cattolici elvetici (ma il ragionamento potrebbe essere esteso anche a quello di altri paesi) hanno un diverso sentire in tema di parità di diritti rispetto all’episcopato e allo stesso pontefice. Quel Papa Francesco, cioè, che appena qualche settimana fa aveva criticato la risoluzione del Parlamento europeo in materia di nozze egualitarie e omogenitorialità, ricorrendo all’argomento – per nulla pertinente in riferimento alle legislazioni civili – della natura sacramentale del matrimonio, 

Non meraviglia pertanto che anche l’elettorato di cantoni tradizionalmente conservatori si sia espresso in larga maggioranza per il sì, come, ad esempio, Grigioni (62,8%), Nidvaldo (61,6%), Glarona (61,1), Vallese (55,5%). E, se nell’italofono Ticino i voti favorevoli hanno raggiunto il 52,9%, in quello di Basilea Città si è quasi raggiunta la soglia del 75. Insomma, una vittoria sotto ogni punto di vista per i promotori della campagna per il matrimonio egualitario, che ne avevano già assaporato i risultati al Pride di Zurigo, quando, il 5 settembre scorso, oltre 20.000 persone avevano sfilato al triplice grido di Ja, ich will; Oui, je le veux; Sì, lo voglio. Uno slogan, questo, anche per ribadire il superamento, in quanto ritenuto discriminatorio, dell’istituto dell’unione civile, che nella Confederazione elvetica è legale dal 2007. 

Ma l’esito del referendum svizzero del 26 settembre va letta anche in ottica più ampia: esso, infatti, segna sempre più la distanza dell’Italia dal resto dei Paesi dell’Europa occidentale, che, a eccezione di Andorra, Lichtenstein, San Marino e, ça va sans dire, Città del Vaticano, hanno tutti normato il matrimonio egualitario.

A Linkiesta Angelo Caltagirone, che nel 2012 ha fondato Edge – Excellence Diversity by Glbt Executives, ha dichiarato: «È vero che la Svizzera ci è arrivata con un po’ di ritardo, ma con dati significativi. Basilea, la città in cui vivo, ha avuto la più alta percentuale: quasi tre quarti della popolazione ha detto sì. Sono fiero della mia città. Nessun cantone ha votato contro il matrimonio egualitario e questo non capita quasi mai in una votazione in Svizzera. Il risultato dimostra anche che la società è cambiata ulteriormente: al referendum sulle unioni civili, che si tenne 15 anni fa, il Ticino e il Vallese, di forte estrazione cattolica, avevano votato contro». 

Come osservato dall’imprenditore attivista, che dal 2009 è unito civilmente col proprio compagno Stefan, «dalle prime statistiche emerge che questa volta non ci sono differenze tra città e campagna e neanche tra le varie fasce di età e diversi ceti sociali. Dopo l’approvazione della legge contro l’omofobia l’anno scorso, penso che la comunità Lgbti+ svizzera abbia ottenuto praticamente tutto, per lo meno sul piano legale. Certo, vi sono ancora discriminazioni soprattutto nei confronti delle persone transgender, ma per questo deve cambiare la mentalità delle persone. E le leggi servono anche a questo: persino chi è contrario deve conformarsi e rispettarle».

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