Tentazioni bipolari «O si sta di qua o si sta di là», dice Letta. Ma è una scorciatoia che annulla l’effetto Draghi

Per il Pd fare campagna elettorale in un’ottica maggioritaria, avendo di fronte un centrodestra caricaturale, sarebbe più facile che misurarsi con un avversario come Giorgetti. Ma il disegno di normalizzazione del premier non potrebbe arrivare a compimento se la competizione politica regredisse in uno scontro tra due schieramenti contrapposti

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Sono d’accordo con le critiche che Francesco Cundari rivolge a una frase, a mio avviso in perfetto stile tafazziano, di Enrico Letta nel discorso di chiusura della Festa nazionale dell’Unità: «Siamo entrati in una fase nuova: si chiude il periodo iniziato nel 2013 quando era finito il bipolarismo ed era nato un tripolarismo che ha fatto saltare tutto. Stiamo entrando in una fase nuova di bipolarismo estremo e in un nuovo schema politico in cui o si sta di qua o di là: non c’è posizione intermedia che abbia la minima possibilità di fare qualcosa di utile».

Innanzi tutto la “fase”, se è nuova, lo è soltanto perché a sinistra sono cambiati i principali protagonisti (è subentrato – ne siamo sicuri? – il M5S) e a destra si sono ribaltati i rapporti di forza tra i partiti (è finita l’egemonia di Silvio Berlusconi che con il Pdl aveva portato tutto il centro-destra nel Partito popolare europeo). Ma la logica è la stessa: l’esistenza di uno dei due poli (peraltro divenuto “estremo”) si giustifica in contrapposizione all’altro. E come è sempre avvenuto da più di vent’anni il confronto politico si è basato essenzialmente sul tentativo di fare la caricatura dell’avversario.

Bisognerebbe chiedere ai romantici del “chi vince governa per cinque anni e attua il suo programma”, quando mai ciò sia stato possibile in Italia. Se non erro dal 1994 a oggi, sia pure con leggi orientate al “maggioritario”, c’è stato un unico governo che ha durato un’intera legislatura: quello presieduto da Silvio Berlusconi dal 2001 al 2006.

Gli altri esecutivi eletti all’insegna del bipolarismo non hanno retto che pochi anni. Gli unici presidenti “eletti dal popolo” sono stati Berlusconi e Romano Prodi. Gli altri hanno navigato nella “palude proporzionalista”, quasi sempre usufruendo di molte decine di cambi di casacca che hanno assicurato maggioranze variabili. Ed è stato quasi impossibile trovare a fine legislatura gli stessi partiti che avevano preso parte alla campagna elettorale.

Se le esperienze sono queste, come sarebbe possibile garantire – come ha detto Letta – uno schema politico in cui «o si sta di qua o di là»? Con una legge elettorale di conio nettamente maggioritario? Ma si è accorto il Pd che una legge siffatta regalerebbe il Paese non al centro-destra ma alla destra-destra? Quale interesse avrebbe il Pd a riportare Forza Italia all’interno delle sue tradizionali alleanze o, peggio ancora, a bloccare i cambiamenti in corso nella Lega?

Certo, Letta avrebbe più chance e meno necessità di programmi seri se l’avversario fosse un Matteo Salvini “al naturale”. Incontrerebbe maggiori difficoltà con un interlocutore come Giancarlo Giorgetti che è il vero braccio destro di Mario Draghi sul fronte dell’azione politica. Ma il Paese ci guadagnerebbe, se i partiti “antisistema” continuassero a risciacquare i loro panni in Arno. Il Pd ha un bel da giurare sull’agenda Draghi. Il capolavoro di Sergio Mattarella l’ha subito; per dirla con il film “Il padrino”, è stata una “proposta che non poteva rifiutare”, ma in verità stava lavorando per il Conte 3 anche a costo di raccattare voti purchessia in Parlamento. E Draghi sta svolgendo una missione importante per il futuro del Paese: quella di “romanizzare” i barbari, di sdoganare agli occhi e al giudizio dell’Europa e dei mercati internazionali forze politiche che domani potrebbero essere chiamate a governare.

Ecco perché il posto dell’ex presidente della Bce è al Quirinale. Dal Colle più alto e nel ruolo e con i poteri di Capo dello Stato può farsi garante del disegno di normalizzazione che sta portando avanti con determinazione da Palazzo Chigi. Ma questo processo non potrebbe arrivare a compimento se la competizione politica regredisse in uno scontro tra due schieramenti contrapposti.

La mission di Draghi ha bisogno che i diversi partiti corrano da soli (e quindi con una legge proporzionale) per consentirgli, dal Quirinale, di comporre un puzzle il più adeguato possibile alle esigenze del Paese. L’alternativa di Draghi potrebbe essere una personalità che si faccia invece garante dell’incontro strategico tra il Pd e il M5S. Non è escluso che qualcuno caldeggi questa ipotesi.