Quota zeroSulle politiche del lavoro manca il lavoro della politica (e del ministro competente)

Il presidente di Confindustria ha rivolto una (muta) critica ad Andrea Orlando che nel frattempo ha rilasciato una lunga intervista al Corriere per dire poco o niente. E intanto sui temi dell’occupazione, che pure il Pnrr considera determinanti, non si vede ancora niente di preciso

Roberto Monaldo/LaPresse

Se gli strali più appuntiti che il presidente di Confindustria ha indirizzato alla politica nel suo discorso all’Assemblea di giovedi scorso, sono stati quelli rivolti a Matteo Salvini e alla sua quota 100, “furto” per i più deboli, c’è un altro politico con cui Carlo Bonomi è stato molto più sottilmente critico, e cioè il ministro del Lavoro Andrea Orlando.

La differenza era che Salvini era in giro per selfies e Orlando stava invece seduto lì in seconda fila, dove ascoltava Bonomi flirtare con i sindacati in nome di un Patto per l’Italia (e Mario Draghi addirittura chiamare i segretari per nome di battesimo), mentre per lui – Orlando – neanche un cenno, quasi fosse ancora un ministro del Conte 2, che Bonomi non ha degnato di un commento.

Già, perché non è piacevole sentir definire una “sciocchezza” l’esaltazione e la reiterazione del blocco dei licenziamenti sul quale Orlando ha invece campato da quando è diventato ministro, per evitare grane e rinviare l’urgentissimo lavoro da fare per la riforma del mercato del lavoro.

Tant’è che Bonomi ha praticamente proposto il fai-da-te alla controparte: decidiamo insieme, ha detto, come introdurre strumenti nuovi “che la politica non vede”. Ma vedere è compito istituzionale proprio del ministro del Lavoro.

Anche Draghi non è stato proprio leggero. Lasciando il testo e parlando a braccio, quando ha ricordato che le relazioni industriali sono state costruttive e utili finchè il “giocattolo” non si è rotto negli anni Settanta. Erano gli anni del salario variabile indipendente e della conflittualità muscolare. Cose di cui il politico spezzino ha spesso dimostrato di aver nostalgia, con le critiche radicali al Jobs Act e il cordoglio per il defunto articolo 18.

Il problema vero, al di là delle punzecchiature, è che non si vede ancora qualcosa di preciso in un capitolo che pure il Pnrr considera determinante.
Proprio il giorno dell’assemblea di Confindustria, in verità, Orlando si è fatto intervistare dal Corriere per raccontare qualcosa prendendo mezza pagina di spazio, ma – anche sforzandoci molto – non siamo riusciti a rintracciare un’idea, una proposta.

Quando Federico Fubini gli fa presente che il tempo scorre ed entro fine anno, per aver i soldi europei, bisogna aver fatto la riforma, Orlando fa spallucce: la colpa è delle Regioni, non hanno dato l’assenso al compromesso da lui proposto, la cui “prima stesura” è già cassata.

Sulla seconda non racconta dettagli, dice solo che la Conferenza Stato-Regioni è come l’Onu, c’è bisogno di un consenso largo. Ma più largo della base di appoggio del governo di cui fa parte cosa può esserci? Anche l’ok di Giorgia Meloni?

Sui Centri per l’impiego è pure peggio. Se l’intervistatore fa presente che non devono servire solo a catalogare i disoccupati anziché trovargli un lavoro, e che nessuno controlla ex post, Orlando risponde che «è un giudizio azzardato». E allora, senza azzardo, qual è la verità? Aspettiamo i decreti attuativi, spiega. Campa cavallo.

Quanto poi all’agenzia per il lavoro, applicata ovunque in Europa, la colpa è di Mimmo Parisi, l’italo americano delle trasvolate a carico dei contribuenti. Ma allora perché ve lo siete tenuto? Quando, quasi 10 mesi dopo, si è deciso a cacciarlo (senza chiedere i danni?), non si è trovato di meglio che riportare la funzione dentro il Ministero, perché è lì che si «fissano gli obiettivi». Ma non doveva essere un’agenzia indipendente? E la colpa non è solo di Parisi, anche Maurizio Del Conte “litigava con il direttore”. «Mica ho ereditato un orologio svizzero, ho ereditato una macchina incagliata e mi sono limitato a farla ripartire». Direzione di marcia? Non pervenuta.

E l’assegno di ricollocazione? Se i Centri pubblici non funzionano, ci si poteva rivolgere a quelli privati. Male non faceva, salvo il peccato originale di essere targato Renzi, in quanto pensato dal suo governo di cui Orlando, peraltro, faceva parte. Risposta tranchant (da dimostrare): non funzionava, meglio ricorrere al sistema dei voucher (per ora solo “pensato”). Ma non era quello su cui era partito un referendum che a Orlando piaceva e aveva prodotto la cancellazione di questo sistema?

Prima di passare il pezzo in pagina, al Corriere avranno fatto una certa fatica a trovare il titolo.

Alla fine hanno optato per un virgolettato: “Era urgente mettere ordine nelle politiche sul lavoro”. Ma così, il lettore crede che alla fine l’ordine sia arrivato. Vallo a spiegare a Bruxelles che l’imperfetto va cambiato col presente: perché allo stato delle cose è (ancora) urgente mettere ordine.

Conclusione: restiamo tutti in trepida attesa dell’esito delle capacità mediatorie del ministro del Lavoro. Secondo lui mettere ordine tra Stato e Regioni è un compito più difficile che fare il segretario dell’Onu.