Le nuove politiche attive del lavoroOrlando spiega che ci saranno voucher da usare nei centri per l’impiego o nelle agenzie private

Il ministro risponde sul Corriere alle critiche in merito alla sua riforma. «Se non c’è l’assenso delle Regioni, non lo fai», dice. «Nessuno ha diminuito i poteri di Anpal, l’ho solo commissariata perché con la presidenza di Mimmo Parisi non funzionava». E l’assegno di ricollocazione renziano, che sarà tagliato, «in realtà non ha mai funzionato»

Foto Mauro Scrobogna /LaPresse

La riforma delle politiche attive del lavoro, da realizzare in parte con i fondi del Recovery Plan, fa discutere. Il timore è di gettare al vento l’occasione dei fondi europei, finanziando i centri pubblici per l’impiego che finora non hanno funzionato, trasferendo risorse alle Regioni e ridimensionando l’Agenzia nazionale Anpal, e rinunciando pure all’assegno di ricollocazione che dava al disoccupato l’opzione di rivolgersi alle agenzie private. È come «mettere acqua in un tubo pieno di buchi», ha detto l’ex presidente dell’Anpal Maurizio Del Conte.

E a queste critiche oggi risponde il ministro del Lavoro Andrea Orlando in un’intervista al Corriere. «Pensiamo a un sistema di voucher che possono essere utilizzati sia nel sistema delle agenzie private che pubblico», dice.

«L’architettura è frutto di un faticoso compromesso con le Regioni, che in base al titolo V della Costituzione hanno una competenza diretta nelle politiche del lavoro», spiega. «Ci avevano contestato l’eccesso di centralismo della nostra proposta iniziale. Lo capisce chiunque che in queste condizioni non passa alla conferenza Stato-Regioni. Se c’è qualcuno che entro l’anno sa come cambiare il titolo V o come portare le Regioni a una spontanea cessione di sovranità, è il benvenuto. Questa critica non tiene conto dei rapporti di forza. Se poi ci sono esponenti delle forze politiche che hanno le stesse riserve, lo dicano ai governatori di Regione della loro parte».

La prima stesura della riforma, secondo quanto racconta Orlando, «dava standard più stringenti, ma le Regioni non hanno voluto rinunciare alle loro prerogative. Questo assetto è frutto di un compromesso perfettibile, ma renderlo perfetto significava rischiare di arrivare tardi. Ricordo che la riforma dev’essere legge entro l’anno. Se non c’è l’assenso delle Regioni, non lo fai. E la conferenza Stato-Regioni è come l’Onu, c’è bisogno di un consenso largo. In poco tempo siamo riusciti a trovare un punto di equilibrio».

Ma «dopo la delibera della conferenza Stato-Regioni, ci saranno i decreti attuativi. È lì che vanno precisate le modalità di spesa e controllo», assicura il ministro. Che spiega anche le scelte su Anpal, l’Agenzia nazionale delle politiche attive del lavoro: «L’Anpal era paralizzata. Nessuno ha diminuito i poteri di Anpal, l’ho solo commissariata perché con la presidenza di Mimmo Parisi non funzionava. Ora la funzione di indirizzo delle politiche attive del lavoro va al ministero. Ma è l’unica modifica. Non si vuole lasciare al ministero neanche la competenza di indicare gli obiettivi? Peraltro è una scelta empiricamente giustificata dalla vicenda Parisi, perché si era determinata una situazione di stallo. Nel nostro Paese i governi storicamente sono cambiati spesso: c’è il rischio di trovarti un vertice dell’Anpal e un governo che vogliono portare avanti obiettivi diversi. A quel punto hai la paralisi».

Altra questione è l’assegno di ricollocazione pensato con il governo di Matteo Renzi, che dava al disoccupato l’opzione di rivolgersi alle agenzie private, se gli uffici pubblici non funzionano. Perché rinunciarci? «In parte è assorbito dalla Garanzia di occupabilità dei lavoratori (Gol), il modello della riforma attuale. Ma l’assegno di ricollocazione renziano in realtà non ha mai funzionato. E preciso: noi i soldi non li mettiamo nei centri pubblici per l’impiego. Pensiamo a un sistema di voucher che possono essere utilizzati sia nel sistema delle agenzie private che pubblico».

La differenza è che spetta alle Regioni decidere se offrire i finanziamenti ai loro stessi uffici o alle agenzie private. «Sì, ma si stanno orientando tutte per un sistema misto», spiega Orlando. «Tra l’altro la regione dove il sistema pubblico intermedia di più fra domanda e offerta di lavoro è il Veneto leghista, non l’Emilia-Romagna a guida Pd. E anche quando c’era Maurizio Del Conte all’Anpal c’era una lotta interna fra presidente e direttore: mica ho ereditato un orologio svizzero, ho ereditato una macchina incagliata e mi sono limitato a farla ripartire».

Diversa è la situazione delle Regioni del Mezzogiorno. «Al Sud in certe realtà non ci sono né centri pubblici per l’impiego, né agenzie private», ammette Orlando. «Il punto ora è indicare livelli essenziali di servizio che permettano a queste attività di nascere anche nel Mezzogiorno. Quella fra pubblico e privato è una contrapposizione falsa. Dove non ci sono centri pubblici per l’impiego non ci sono neanche le agenzie interinali».

Secondo Orlando, le critiche al suo modello di politiche attive avrebbero ragioni soprattutto politiche: «C’è un gioco politico generale, da un lato. E dall’altro i proto-renziani che continuano a esibire risultati che nessuno ha mai riscontrato. Anpal era pensata per la Costituzione che toglieva il potere alle Regioni ed è stata bocciata con il referendum di Renzi. Mi ricordano la canzone di De Andrè. Danno buoni consigli quando non possono più dare il cattivo esempio».