Maleducazione civicaCosì la burocrazia ha distrutto la scuola italiana

I nuovi programmi sono elefantiaci, gli obiettivi irrealistici e gli studenti sono obbligati a sapere troppo e male. Come spiega Claudio Giunta nel suo ultimo libro (Rizzoli) questo è uno dei mali del Paese, in un contesto in cui la qualità dell’istruzione è già in calo da tempo

da Unsplash, di Debby Hudson

Cosa dovremmo insegnare ai bambini? E agli adolescenti? Sono domande a cui si poteva rispondere con una certa sicurezza fino a qualche decennio fa, quando il mondo – e nel mondo specialmente la cultura – era immobile, o in lentissimo movimento. C’è senz’altro più di un modo per insegnare il latino, la matematica, la biologia, ma è chiaro che in tutti questi modi verranno contemplate le declinazioni, le equazioni e la fotosintesi. Ma nell’ultimo mezzo secolo il mondo non ha fatto che muoversi e complicarsi, e ora non siamo più veramente sicuri che su quell’insieme di saperi debba fondarsi la formazione dei giovani; e siamo quasi sicuri che il possesso di quell’insieme di saperi non spiani più automaticamente la strada a una carriera soddisfacente.

Con l’educazione civica le cose si fanno ancora più spinose, perché l’educazione civica non è un corpus di conoscenze bell’e pronto, che in modi più o meno intelligenti si possano comunicare agli studenti. Per il modo in cui è stata disegnata, l’educazione civica è un contenitore di conoscenze e competenze che coinvolgono un po’ tutti i rami dello scibile: è il buono preso dove lo si trova.

Abbiamo visto come una delle ragioni per cui la nuova legge appare sconnessa dalla realtà è che essa indica obiettivi mirabolanti, non commisurati né alla forza degli insegnanti né a quella degli studenti, un campionario di eccessi, un continuo esercizio d’irrealtà. Ma non è, questa smania di fare tanto (sorella di quella che porta a scrivere tantissimo), uno degli stigmi della scuola italiana?

Bisogna fare tanto, o fingere di fare tanto, perché c’è tanto da sapere, e perché gli studenti sanno così poco… D’accordo. Ma è con questa congerie di materiali grezzi che si dovrebbero colmare quelle lacune? Si sa che lo stupore di fronte all’ignoranza degli studenti è quasi sempre un buon indizio di senilità, e deriva soprattutto da due circostanze, che il docente si è dimenticato quant’era ignorante lui alla loro età, e che il docente tende a identificare l’ignoranza nella sua disciplina con l’ignoranza tout court.

Ciò premesso, è inevitabile che in una scuola frequentata da tutti e in un’università frequentata da molti la media dei saperi si abbassi; ed è inevitabile che, in un mondo così pieno di oggetti culturali alternativi a quelli che si studiano a scuola, il sapere scolastico, le materie insomma, finisca per essere solo una parte del bagaglio culturale di un adolescente, mentre fino a qualche decennio fa era praticamente tutto.

Questo per dire che l’impressione che a molti studenti manchino quelle conoscenze che definiremmo «di base» – a cominciare dal leggere, dallo scrivere, dal parlare decentemente, o dall’orientarsi in temi, come la storia sacra, di cui un tempo si discorreva in casa o in chiesa – non è un’impressione illusoria. Ma tanto più, allora, si resta allibiti davanti alla vastità ingovernabile dei programmi scolastici e delle performance olimpiche che il Sistema (ministero, docenti, libri di testo) si aspetta da atleti così stenti.

Fare bene, con calma, poche cose importanti che siano commisurate alla capacità e alla maturità degli studenti: non dovrebbe essere questa la ratio della buona scuola? E invece. Non c’è insegnante intelligente, fra quelli che conosco tra secondarie e università, che non trovi sproporzionato il carico dei programmi, il numero delle pagine dei manuali e in letteratura, per esempio, la quantità di autori che nelle antologie vengono imposti a brandelli a studenti che non hanno mai letto un libro per intero.

Servirebbero diete severe, indicazioni mirate, per non peggiorare lo spaesamento di studenti e insegnanti già immersi, come tutti, nel gorgo dell’informazione continua, e invece non si fa altro che portare nuovi piatti alla mensa. Alla lettera: «tutela del patrimonio ambientale, delle identità, delle produzioni e delle eccellenze territoriali e agroalimentari»…

Dall’altro lato, bisogna notare che quelle che secondo la legge dovrebbero essere insegnate nell’ambito dell’educazione civica non sono soltanto idee ma anche virtù, con il che si torna alla questione della predica e dell’intimazione. Io ingenuamente credevo che questa propensione a insegnare il Bene, a dire come bisogna vivere la vita, fosse soprattutto un difetto della sinistra. Invece, a giudicare dal testo di legge, è una tendenza bipartisan: evidentemente perché il semplice contatto con le leve del potere trasforma qualsiasi italiano in un Solone. Le trentatré ore di educazione civica, dice l’articolo 3 della legge, contemplano tra l’altro «l’educazione alla legalità e al contrasto delle mafie, l’educazione al rispetto e alla valorizzazione dei beni comuni, l’educazione al benessere e al rispetto delle persone, degli animali, dell’ambiente». L’educazione a essere buoni.

Perciò non è solo l’ampiezza del programma a lasciare perplessi, è anche la sua pertinenza. In inglese, quando qualcuno sta dicendo a un altro cose che non dovrebbe dirgli perché non lo riguardano o non gli interessano, questo qualcuno può sentirsi rispondere: «Why am I hearing this?». Ecco: perché stiamo ascoltando, perché stiamo leggendo tutto questo?

da “«Ma se io volessi diventare una fascista intelligente?» L’educazione civica, la scuola, l’Italia”, di Claudio Giunta, Rizzoli, 2021, pagine 176, euro 15