Senza la notteDopo la pandemia, la vita notturna milanese è sempre più culturale

La Milano by night del dopo-covid sta mostrando sfumature di intrattenimento inedite: cineconcerti, distanziamento, rassegne letterarie, dj set da ascolto. La pandemia ha cambiato i nostri gusti in fatto di divertimento notturno, ma non tutto il mondo del clubbing può adeguarsi

Le Cannibale al Pac 2020

Milano è tante cose, e sicuramente anche divertimento: la cultura del clubbing è profondamente connessa al tessuto sociale, economico e culturale della città. La storia di Milano è intrisa dell’influenza di club come il Plastic, l’Hollywood o il Rolling Stone: propulsori di una coolness di stampo newyorkese, ma anche laboratori di creatività. Non tutti sono sopravvissuti al nuovo millennio, e per la maggior parte si sono già dovuti trasformare per continuare a essere appealing per le nuove generazioni, ma su una cosa sono sempre rimasti granitici: in questi luoghi sacri del divertimento si è sempre ballato fino all’alba.

La crescita della scena musicale e della movida milanese ha anche coinciso con il progredire della città, diventata la capitale italiana dell’inclusività anche grazie alla scena notturna Lgbt. La culture club della città in un certo senso ha sempre rispecchiato il progresso culturale, umano ed economico di Milano. Come non citare la Milano da bere degli yuppies e tutti i club legati al mondo della moda, come Armani Privé e Tocqueville?

E adesso? Adesso che Milano è identificata come la città italiana alla guida della ripartenza post-pandemia, come evolverà la sua nightlife? Nell’epoca della responsabilità, del green pass, degli ingressi contingentati e del metro di distanza da tenere tra gli avventori, non è certo semplice ricostruire lo scenario della movida milanese. Ma se la vita notturna è specchio dell’anima della città, ed è vero che Milano è la capitale italiana dell’innovazione, questa avrà un riflesso potente anche sulla vita notturna.

Il prossimo 30 settembre il governo si esprimerà sull’ipotetica fine del distanziamento nei luoghi nei quali si svolgono attività culturali, sportive, sociali e ricreative, ma non è scontato che si possa tornare ai volumi di prima, alle serate per come le conoscevamo.

È possibile infatti che i nostri gusti in fatto di divertimento notturno siano cambiati con la pandemia. Due anni di confinamento a periodi alterni, il coprifuoco e la comprensibile preoccupazione nel condividere uno stesso ambiente con dei totali sconosciuti hanno spostato il nostro consumo di divertimento serale? Ci sentiamo più a nostro agio seduti e distanziati a fruire di una performance audio e video, anziché in fila al bancone o in mezzo a tantissime persone che ballano?

«Oggi come oggi si è reticenti anche nell’usare il termine dj set nel naming degli eventi» fa il punto Albi Scotti, dj, speaker radiofonico, autore e conduttore del documentario sulla storia del clubbing milaneseSono in lista. «Se da una parte la voglia di tornare a fare festa c’è, soprattutto da parte dei più giovani, dall’altra la diffidenza è ancora molta, anche da parte degli addetti ai lavori. Il mondo del clubbing milanese è stato da subito molto responsabile, decidendo di autolimitarsi ancora prima delle restrizioni a livello nazionale di marzo 2020: all’epoca nessuno poteva immaginarsi che l’emergenza non sarebbe passata così in fretta, e soprattutto che avrebbe avuto conseguenze così pesanti; inventarsi oggi una maniera diversa di fare intrattenimento è obbligato. Pensare di fare concerti con capienze del 25%, ma anche del 60% o 70% è semplicemente impossibile: le spese di produzione sono alte, servono soldi per i cachet degli artisti e i compensi di tutti i tecnici».

E le discoteche? «La situazione qui è ancora peggiore, perché il governo non ha mai veramente voluto avviare un discorso con questo comparto, fortemente in sofferenza. L’intrattenimento notturno ha assunto quindi una sfumatura più soft e culturale: fare una serata in discoteca dove non si balla è quasi impossibile, ma della musica si può fruire in molti modi. C’è stato un cambio di prospettiva, sia nella concezione che nella fruizione degli eventi, e da questa estate hanno iniziato a farsi strada formule ibride con dj set da ascolto, talk musicali, formule che integrano musica elettronica in festival letterari o cinematografici».

Esempi virtuosi sono stati i concerti dell’Estate Sforzesca, le rassegne di Le Cannibale o gli eventi tematici di Mare Culturale Urbano. Il Mi Ami Festival invece ha rivoluzionato la sua forma nel Mi Manchi. La kermesse di musica indie per eccellenza, che si teneva ogni anno al Circolo Magnolia e che oltretutto ha sempre usato come slogan “Il festival dei baci”, ha dovuto reinventarsi includendo, oltre ai concerti all’aperto, anche talk e spettacoli di Stand Up Comedy. 

Va sottolineato però che molte realtà una soluzione non l’hanno trovata, per impossibilità o per una precisa scelta artistica, lasciando il mondo della notte milanese orfano dei nomi che lo hanno reso famoso, creativo, inclusivo. «Dobbiamo tenere conto che il settore dell’intrattenimento notturno è chiuso da venti mesi. Uno stop che nessun altro comparto ha subito per così lungo tempo: a chi fa clubbing è stata negata l’operatività» è la premessa di Marco Greco, co-fondatore di Le Cannibale. «La nostra realtà comprendeva varie anime e aveva già iniziato un percorso in cui si univa intrattenimento e cultura ben prima del covid. In questo senso l’emergenza sanitaria ha accelerato un processo che era già in atto. Il nostro punto di partenza per il post pandemia è stato trovare un luogo d’incontro tra quello che era possibile fare e quello che ci avrebbe permesso di mantenere un legame con un certo tipo di pubblico», spiega Greco. 

Cosa aspettarsi dal nuovo mondo del divertimento? «Tutti i consumi culturali, non essendo tecnicamente dei bisogni primari, devono essere alimentati: chi non è mai stato a teatro non ne sentirà a priori il bisogno; la stessa cosa vale per l’andare a ballare o l’assistere a un concerto. Se da venti mesi non si entra in un club quel bisogno verrà naturalmente sostituito da altri. Non mi stupirebbe se nel prossimo futuro uno studio evidenziasse che i giovani vanno meno a ballare rispetto al passato. Il fatto di obbligare il pubblico a stare seduto ha segnato un solco: ha cambiato il tipo di contenuti che si possono proporre. La rassegna di sperimentazione dei linguaggi a cavallo tra audio e video che abbiamo realizzato in estate in Triennale, con prodotti come i cineconcerti, in un’altra epoca l’avremmo pensata diversamente. Il dialogo con certe realtà cittadine invece si è intensificato: il planetario Hoepli ad esempio ha ospitato a settembre una due giorni dedicata ad arte, musica e astronomia».

Le realtà di puro clubbing, quindi, che fine faranno? Se una via di uscita sembra essere stata tracciata, è pur sempre vero che per alcuni non è così semplice, né sostenibile, riciclarsi in hub culturali. «Molti locali milanesi sono chiusi dal 23 febbraio del 2020 e non riapriranno a breve. E se per noi virare verso un intrattenimento di tipo più culturale è stata un’evoluzione naturale, tante altre realtà semplicemente non possono farlo: per via di un’offerta a monte troppo lontana da quello che viene permesso adesso o per i costi insostenibili di un pubblico contingentato».

In conclusione, spiega Greco: «Spesso la vita notturna ha anticipato i cambiamenti della società o ne ha fornito delle chiavi di lettura, è stata incubatrice di tendenze e sottoculture giovanili: questo deve farci riflettere sul fatto che un mondo “senza notte” è un mondo a cui manca qualcosa». Se rimodulare l’offerta di intrattenimento incrociando musica, arte, letteratura, cinema e scienza è una strada in qualche maniera percorribile, è comunque importante che al mondo della notte vengano date delle risposte e delle linee guida per capire se il clubbing per come lo abbiamo sempre conosciuto potrà continuare a esistere e a evolversi.

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