Uniti nella diversitàLo squilibrio tra Premier League e altri campionati è (anche) una questione di tasse

Un report dell’Europarlamento spiega perché bisognerebbe introdurre un sistema di licenze valido in tutta Europa, da affiancare a un apparato di monitoraggio in grado di sanzionare chi non è uniformato agli standard comuni per agenti e club

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Lo sport è un pezzo del pil dell’Unione europea. Vale il 2%, dà lavoro al 3% degli occupati. Entrambe le percentuali sono in crescita. Il capitolo principale del settore è rappresentato dal calcio, il «giuoco» più commercializzato e mediatizzato al mondo. Nell’ultima stagione prima della pandemia, quella 2018/2019, il pallone europeo ha prodotto 28,9 miliardi di ricavi. Per quanto riguarda club e agenti, però, le regole variano a seconda dei Paesi, così come la tassazione. Ciò produce disparità che falsano la competizione. Le analizza l’ultimo studio comparativo del think tank dell’Europarlamento.

«Gli Stati membri sono uniti nella diversità», è la conclusione del rapporto. Un trend c’è, seppur declinato con ricette diverse dai vari governi. Per via della competizione dei campionati extraeuropei assimilabili a paradisi fiscali – su tutti quelli degli Emirati Arabi Uniti e del Qatar, fino all’altro ieri anche la Cina – le leghe nazionali hanno spinto per misure che incentivino la detassazione dei calciatori, o degli atleti in generali.

Francia e Italia sono accomunate dalla strategia delle agevolazioni fiscali, la stessa seguita anche da Olanda e Belgio. È prevista un’esenzione su una parte dello stipendio: quella accordata da Parigi arriva al 30%, quella del nostro Paese sino a metà dell’ingaggio. In particolare, in Francia i diritti d’immagine possono essere svincolati dal reddito e considerati una specie di previdenza sociale.

Questo capitolo è cospicuo soprattutto per i campioni, tende a pesare meno per i calciatori ordinari. In Ligue 1, è molto ampia la forbice tra il salario medio annuale pagato dal Paris Saint-Germain (8,93 milioni di euro, dato al 2020) e da una provinciale come il Nimes (300mila euro). La proporzione si ripete in Italia, dove svetta la Juventus (10,11 milioni, un numero gonfiato dall’onorario CR7, ora allo United), seguita da Roma (4,49 milioni) e Inter (4,08 milioni).

Fino al 2015, anche la Spagna prevedeva incentivi. Poi la musica è cambiata. Ha smesso di applicarsi ai calciatori una norma del 2004: la cosiddetta «legge Beckham», in riferimento al passaggio dell’inglese al Real Madrid dell’anno prima, permetteva di mantenere la residenza fiscale all’estero ai campioni sbarcati nella Liga.

Altri Paesi, come Portogallo e Germania, non dispongono di regimi fiscali particolari per i giocatori. Secondo i ricercatori, gli spiragli funzionano: con gli sconti si attraggono più giocatori stranieri.

Nel Regno Unito, disallineato dal continente con la Brexit, la differenza di aliquota (19% a 45%) tra diritti d’immagine e stipendio effettivo ha reso i primi una modalità più lucrativa di pagamento. Tanto che sono saliti a 246, contro gli 87 della stagione precedente e i 23 del 2018, i calciatori indagati dal fisco britannico. Proprio oltremanica, il Newcastle è diventato «la società più ricca del mondo» dopo essere stato venduto al fondo d’investimento (con patrimonio superiore ai 400 miliardi) del principe saudita Mohammed bin Salman, tra la sollevazione di Amnesty International e di altre Ong, visto che il nuovo proprietario, oltreché essere accusato di essere il mandante dell’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi, appartiene alla casa regnante di un Paese dove sono sistematicamente violati i diritti umani.

Lo spazio di manovra dell’Unione europea è ristretto: la tassazione diretta passa da un’unanimità difficile da raggiungere nel Consiglio. Bruxelles può limitarsi a sostenere le iniziative dei singoli Stati. Per questo il think tank dell’Europarlamento auspica l’introduzione di un sistema di licenze su base europea, affiancato da un apparato di monitoraggio in grado di sanzionare chi non si uniformasse agli standard per agenti e club. Questa ipotesi permetterebbe, secondo lo studio, anche di sventare il riciclaggio di denaro sporco. In alternativa, si potrebbe includere il calcio professionistico nella legislazione europea contro il money laundering.

L’unica eccezione è il Belgio, dove la legge contro il riciclaggio da questo luglio vale anche per il calcio. Malgrado le cifre del pallone, in nessun altro Paese europeo l’ombrello di questa normativa si è esteso, nonostante si applichi già non solo a banche e firm finanziarie, ma persino alle gallerie d’arte. «Gli Stati membri dovrebbero considerare quali attori potrebbero essere coperti dall’obbligo di riferire transazioni sospette», aveva ammonito in proposito nel 2019 la quarta direttiva comunitaria contro il riciclaggio del denaro. Per adesso, paradossalmente, i progressi del Belgio rischiano di penalizzare il suo campionato nazionale.

«Nonostante l’importanza economica e sociale del calcio professionistico – scrivono gli autori dello studio –, si è fatta troppa poca attenzione all’inquadramento fiscale che lo circonda». Per questo, eventuali ristrutturazioni fiscali del settore dovrebbero puntare all’equilibrio, mentre cambi drastici potrebbero aggravare ancora di più sproporzioni già evidenti.

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