Fischi a San SiroFenomenologia delle probabili contestazioni milanesi a Donnarumma

Milano – non altri posti “di cuore”, che nella vulgata antepongono i sentimenti agli affari – s’interroga sull’accoglienza da riservare al suo ex figlio Gigio, campione d’Europa di ritorno al Meazza. Storia del rapporto complicato tra un giovane atleta umano, troppo umano, e una città che tratta i sentimenti in maniera peculiare, senza mai esibirli per non svenderli

Luca Bruno/AP Photo

Nella sera in cui la Nazionale torna a giocare a San Siro una semifinale ufficiale dopo 87 anni – non succede dal 3 giugno 1934, Italia-Austria 1-0 con gol probabilmente irregolare dell’oriundo Enrique Guaita, una delle tante spille sudamericane sul bavero dell’Italia fascista – Milano s’interroga sull’accoglienza da riservare o non riservare al calciatore italiano più rumoroso e voluminoso degli ultimi tempi. Se lo chiede Milano, non Roma, non Napoli, non altri posti “di cuore” che nella banale vulgata popolare antepongono i sentimenti agli affari. Se lo chiede quella che secondo i vanziniani stereotipi da cartolina è la città più avida, venale e spoetizzante d’Italia: stasera allo stadio, Donnarumma, bisogna fischiarlo o no?

Se avete trascorso almeno una settimana sul nostro pianeta negli ultimi sei mesi, probabilmente saprete che da qualche tempo Gianluigi Donnarumma non è più il portiere del Milan. Era in scadenza di contratto e ha scelto di non rinnovarlo, liberandosi gratis per accasarsi a giugno all’opulento Paris Saint Germain, procurando così un pesante danno economico al suo vecchio club. Economico ma non tecnico, perché il Milan ha saputo operare tempestivamente per sostituirlo con il francese Maignan, uno dei migliori numero 1 di questo inizio di stagione, seguendo la dottrina della docente Raffaella Carrà da Bologna: «Trovi un altro più bello, che problemi non ha».

Fino alla fine il Milan ha continuato a offrire a Donnarumma otto milioni netti (7 milioni di ingaggio fisso, più uno di bonus) e ha continuato a sentirsi rispondere picche dall’entourage del giocatore, il quale non si è mai posto il problema di trattare in prima persona: «Faccio quel che mi dice Mino», avrebbe sempre ripetuto a Maldini che insisteva nell’affrontare la questione tête-à-tête. Il problema era che Mino (Raiola) è rimasto inamovibile sulla richiesta di 12 milioni, oltre a pretendere per sé una lauta commissione comme d’habitude. Cifre spropositate decise apposta per arrivare alla rottura e portare il suo assistito a costo zero a Parigi, dove comunque al momento percepisce non molto più di prima: 7 milioni di base più vari bonus legati ai risultati sportivi o alla fedeltà al “codice etico” del club, che prevede per esempio di stare alla larga dai siti di scommesse sportive o da qualunque forma di propaganda politica o religiosa. Aleggia il mistero sulla commissione versata dal Psg a Raiola, mai ufficialmente rivelata.

Riepilogato il noioso quadro economico, eccoci al nocciolo della questione: Milano ha da fischiare Donnarumma oppure no? La città tratta i sentimenti in maniera peculiare, senza mai esibirli per non svenderli e banalizzarli in una pletora di lucchetti, scritte sui muri, striscioni trascinati da aerei che solcano un cielo spesso lattiginoso. Milano è consapevole del valore di ciò che è prezioso e non vuole darlo in pasto al primo che passa: perciò una contestazione pubblica, condivisa da circa metà stadio, sarebbe un messaggio molto più forte dello striscione d’insulti firmato Curva Sud e comparso ieri nei pressi dell’hotel degli azzurri.

Nelle ultime uscite milanesi della Nazionale il popolo di San Siro se l’è presa tuttalpiù – in maniera assai becera, va detto – con gli avversari, fischiando sonoramente l’inno francese nel 2007 e l’inno svedese nel 2017, in quello che fu un fosco presagio di sVentura nella notte più cupa della storia del calcio italiano. Lo stadio di Milano non ha mai processato un singolo calciatore della Nazionale, oltretutto tra i più forti in circolazione, anche se è evidente che il valore sportivo di Donnarumma non c’entra nulla: i fischi sarebbero un atto d’accusa nei confronti dell’uomo. E da domanda nasce domanda: quanto è già uomo Gianluigi Donnarumma, anni 22, nato a Castellammare di Stabia il 25 febbraio 1999?

Va detto che nelle ultime dichiarazioni pubbliche il ragazzo non ha dato grande prova di brillantezza, limitandosi a snocciolare le classiche solenni banalità che compongono il lessico familiare di un giovane atleta miliardario. I grandi sportivi non hanno il dovere di essere intelligenti, ma di solito la cosa li aiuta a diventare popolari e ben voluti. Soprattutto, se non spicchi per vis retorica, dovresti avere il buonsenso di far parlare di te il meno possibile: invece da anni Donnarumma è il pane quotidiano della stampa sportiva (e non solo) durante le pause per la Nazionale, quando la foliazione dei quotidiani si assottiglia di idee e bisogna assolutamente trovare un modo per riempire le pagine, e allora niente di meglio che pucciare il biscotto nel caffè allungato di quest’estenuante soap opera – e il sapone non è il miglior prodotto da accostare a un portiere.

Non lo aiuta farsi chiamare ancora Gigio, che prima di tutto è il nome di un vecchio pupazzo con le orecchie di topo e una voce buffa, non esattamente il phisique du rôle di un giovane uomo padrone della propria vita e del proprio portafoglio. Non lo aiuta nemmeno il cordone di protezione in cui è costantemente imprigionato, che sconsiglia ai giornalisti di fargli domande fuori copione per non inimicarsi i potentissimi Raiola’s. Avrebbe bisogno di camminare con le sue gambe anche fuori dal rettangolo verde, ma glielo impedisce il suo status di gallina dalle uova d’oro. Così vive il paradosso di essere autonomo solamente sul campo di calcio, che poi è destino comune a tutti i portieri, solo e solitario come già gli capitò la sera del 13 dicembre 2017, quando scoppiò a piangere negli spogliatoi ferito dalla contestazione della sua curva a margine di un dimenticabile Milan-Verona di Coppa Italia. I motivi erano gli stessi di oggi, quelli che nel frattempo hanno esposto Gigione a un’altra pesante serata azzurra nientemeno che a Cracovia, durante gli Europei Under 21 del 2017, quando fu oggetto di lancio di banconote finte, confezionate da un bellicoso Milan Club polacco.

Ora, Donnarumma non è mica la Marchesa di Merteuil svillaneggiata a teatro alla fine delle “Relazioni pericolose”. Non ha decretato la morte di nessuno, né sferrato coltellate in prima persona, però si è macchiato di responsabilità più sottili: l’ignavia, il non aver fatto e detto nulla, la lasca indifferenza con cui, lasciandosi manipolare da interessi superiori, ha troncato il cordone ombelicale con la società che l’ha reso un calciatore professionista. Come recitano tutti i manuali d’amore di questo mondo, a indifferenza si dovrebbe rispondere con indifferenza, ma non è facile pretendere un signorile distacco dalla folla dello stadio, che solitamente riattacca il cervello solo quando è salita sul tram che la sta riportando a casa.

Se non riuscirà a resistere e lo fischierà nel primo atto della Night at the Opera, Milano – che raramente fischia a vanvera – gli ricorderà che è per il suo bene. Ma è altrettanto probabile che Donnarumma non afferrerà il concetto, non imparerà la lezione o più semplicemente non gliene fregherà niente, ritenendo che l’unica cosa di cui deve continuare a preoccuparsi sia parare i rigori, bloccare i palloni in presa alta, migliorare nel gioco coi piedi e di conseguenza alzare trofei, guadagnare sempre di più, sistemare sé stesso e le future cinque generazioni, in una beata e spensierata inconsapevolezza. “Eternal Sunshine of the Spotless Mind”, scriveva qualcuno più bravo di noi.

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