Silver ageCosì cambierà l’economia in un mondo con sempre più anziani

Con l’allungamento della vita attiva della popolazione a livello globale dovranno essere rivisti gli assetti sociali, lavorativi e culturali. “La nuova longevità”, di Andrew J. Scott e Lynda Gratton (FrancoAngeli) esplora le possibilità di un futuro non così lontano

di Tiago Muraro, da Unsplash

A parità di condizioni, a ogni punto percentuale di calo nella popolazione corrisponde un punto di calo nella crescita del Pil. Così, se nel 2065 la popolazione giapponese sarà scesa a 88 milioni di persone, il risultato sarebbe un calo del 30% del suo valore attuale, che significa che nei prossimi cinquant’anni il Pil crescerà dello 0,6% in meno ogni anno. Si tratta di una questione che desta preoccupazione in tutto il mondo e che sta portando i governi a chiedersi cosa si possa fare per sostenere la crescita economica a fronte di una popolazione sempre più vecchia e in progressiva riduzione.

Mentre i governi e gli individui lottano con le implicazioni dell’allungamento della vita, ci sono tre ambiti in cui il bisogno di ingegno sociale è fortissimo: finanziamento delle pensioni, assistenza medica e garanzia di una maggiore equità tra le diverse generazioni.

Di primo acchito, la prospettiva economica di una società che invecchia appare a dir poco scoraggiante. Se su un’intera popolazione la maggioranza delle persone va in pensione a 65 anni o anche prima, il fatto che il numero degli ultrasessantacinquenni sia in crescita può far prevedere solo un rallentamento della crescita economica. Nel giro dei prossimi quarant’anni, nell’Unione Europea, si prevede che la popolazione in età attiva (o meglio, sotto i 65 anni) diminuirà del 20%. Questo calo del numero dei lavoratori significherà che la crescita annuale del Pil (su base pro capite annuale) si abbasserà dello 0,5% (20/40). Considerando che la crescita pro capite, nello scorso decennio, si è attestata solo allo 0,7%, la tendenza non può che apparire preoccupante.

Il timore del rallentamento della crescita economica, unito alla certezza del crescente numero degli ultrasessantacinquenni, ha messo i sistemi pensionistici (sia pubblici, sia privati) sotto una considerevole pressione. Ed è qui che l’ingegno sociale si rivelerà cruciale – in termini di quanto a lungo far lavorare le persone, di concezione dell’invecchiamento, e di volontà delle aziende di abbandono degli stereotipi tanto negativi quanto fortemente radicati sulla produttività e la motivazione degli ultrasessantenni.

Prendiamo in considerazione un grande esempio di ingegno sociale del passato, cioè la creazione delle pensioni statali, che furono introdotte nella Germania di Bismarck nel 1889 e in seguito adottate da varie altre nazioni (dal Regno Unito nel 1908 e dagli Usa nel 1935). La loro introduzione significò che le persone potevano finalmente evitare di passare i loro ultimi anni a lavorare, di vivere in stato di estrema povertà o di dipendere dall’aiuto dei figli, aiuto che, per inciso, spesso veniva concesso con risentimento. La trasformazione è stata eclatante: nel Regno Unito di oggi, la proporzione dei pensionati poveri rispetto alla popolazione attiva nel suo complesso è assai diminuita27.

Quando, nel Regno Unito, furono introdotte queste prime pensioni, l’età pensionabile era fissata a 70 anni, in un periodo in cui l’aspettativa di vita media per chi era nato nel 1838 (e che quindi avrebbe avuto 70 anni nel 1908) era di 45. Il risultato fu che ne poterono beneficiare solo in pochi, visto che non erano molti a vivere abbastanza a lungo da diventare pensionabili; e anche chi arrivava a 70 anni, tendenzialmente, non viveva molto oltre. Finanziare queste pensioni, a livello governativo, era relativamente facile.

Da allora però i parametri sono notevolmente cambiati. Prendiamo in considerazione Clive: la maggior parte della sua coorte ha raggiunto l’età del pensionamento pubblico, che è stata abbassata da 70 a 65 anni, e si presume possa vivere più a lungo della generazione precedente. L’impatto sulle finanze governative è chiaro: nel 1970 i costi delle pensioni nei Paesi aderenti alla Oecd (Organizzazione per la cooperazione economica e lo sviluppo) ricoprivano circa il 4% del Pil, mentre nel 2017 sono saliti all’8% e si prevede che arrivino quasi al 10% entro il 2050. Non c’è da sorprendersi che i governi stiano alzando l’età pensionabile e riducendo l’ammontare delle pensioni.

Tom, che ha una quarantina d’anni, sta iniziando a preoccuparsi dei suoi risparmi e del suo piano pensionistico. Fa parte del sindacato degli autotrasportatori, il cui fondo pensione è sotto pressione a causa del crescente numero dei pensionati, dei crolli del mercato azionario durante la crisi economica e del fallimento di varie società di trasporti. Il risultato è stato un taglio delle prestazioni previdenziali del 29% circa. Tom sta cominciando a rendersi conto che dovrà lavorare più a lungo del previsto se in pensione vorrà mantenere il suo tenore di vita. Nel volume The 100-Year Life abbiamo calcolato che chi ha l’età di Tom, probabilmente, dovrà lavorare fino alla settantina per potersi pagare la pensione; per Madoka, che oggi ha circa 20 anni, la vita lavorativa potrebbe addirittura spingersi fino agli 80.

Questo significa che Tom, che ha circa 40 anni, e Ying, che è tra i 50 e i 60, devono affrontare la prospettiva di lavorare, rispettivamente, ancora per trenta e vent’anni, e questo li costringe a riflettere seriamente su come possano diventare pionieri sociali e inoltre mette pressione su governi, istituzioni scolastiche e aziende perché si trasformino nelle pratiche e nell’atteggiamento. È una questione cruciale, perché molte politiche e pratiche attuali, a livello sia statale, sia privato, di fatto sono ben lungi dal sostenere l’allungamento delle carriere e ostacolano la possibilità di rimanere produttivi più a lungo.

Quando Clive ripensa a sua nonna a 70 anni, la vede come “vecchia”, ma se immagina se stesso a quell’età non si vede allo stesso modo. Oggi che sempre più persone arrivano a 80 o 90 anni in salute, la definizione tradizionale di “vecchio” data agli ultrasessantacinquenni si sta rivelando troppo ampia. Clive si oppone alle idee discriminatorie in merito a cosa dovrebbe fare e a cosa sia in grado di fare alla sua età; quando le strutture governative e le aziende danno per scontato che qualunque ultrasessantacinquenne sia “vecchio”, “non autosufficiente” e “improduttivo”, spianano per forza la strada a tutta una serie di problemi economici e sociali.

È per questo che è così importante che il nostro ingegno sociale si concentri sulla reinvenzione del percorso professionale nella mezza età e sul rimodellamento delle politiche aziendali in modo che rendano possibile e sostenibile il proseguimento della vita lavorativa fino ai 70 e 80 anni.

da “La nuova longevità. Un modello per prosperare in un mondo che cambia”, di Andrew J. Scott e Lynda Gratton, FrancoAngeli editore, pagine 232, euro 25