Identità e improvvisazioneLa direzione rapsodica di Letta ha portato alla débâcle sulla Zan

Alla prima prova su una battaglia identitaria, il segretario democratico deve registrare una sconfitta che lascerà il segno. E le prospettive per il Quirinale non sono proprio rosee: in tre mesi dovrà raddrizzare una barca che ha improvvisamente cominciato a fare acqua

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Lasciamo stare per un attimo il merito della legge Zan: ma quando mai è successo che un segretario di un partito annuncia che i voti ci sono e poi questi voti mancano? Il sospetto è che a Enrico Letta siano state raccontate frottole, perché da che mondo è mondo un partito con l’esperienza parlamentare del suo i conti li sa fare. E se fino all’ultimo si dispone alla sfida esponendo il petto come un guerriero greco – solo a voto segreto – e poi “va sotto” vuol dire che non conosce proprio l’abc.

Il disastro sulla legge Zan, affossata per sempre dalla destra con l’aiutino di una ventina di franchi tiratori, rimanda perciò al problema di fondo di una direzione politica del Partito democratico un po’ improvvisata, rapsodica: un momento il segretario è intransigente, un altro trattativista. Poi le cose scappano di mano.

La cosa riguarda Letta e nel caso specifico la capogruppo al Senato Simona Malpezzi (di cui Valeria Fedeli ha chiesto le dimissioni) e forse non solo lei: è quasi impossibile ricostruire nel dettaglio cosa sia avvenuto tra lunedì – quando Letta annunciò una specie di “incarico esplorativo” proprio al deputato Alessandro Zan per capire se fosse possibile un qualche accordo – e ieri mattina verso le 13 quando l’aula di Palazzo Madama ha cestinato la legge.

È chiaro che la destra nelle ultime ore ha capito di poter fare il colpaccio con la cosiddetta “tagliola” a voto segreto, ed è stata proprio l’improvvisa apertura di Letta a farle intendere che il Partito democratico aveva paura. Ma certo Zan in quelle 72 ore non ha combinato granché, e ci si chiede se una mediazione così difficile non dovesse essere Letta in persona a condurla.

Nel segreto dell’urna ci possono essere stati cattodem perplessi sulla caratura ideologica del testo Zan, sparuti antipatizzanti di Letta e del gruppo dirigente, oltranzisti puri e duri che hanno voluto punire l’improvvisa apertura del segretario.

Il peso della sconfitta parlamentare ricade quindi sul Partito democratico che ha fortemente voluto una conta suicida, un peso non occultabile da qualche eventuale voto contro la legge venuto dai banchi di Italia viva (senza dire dei grillini) che però non ha mai nascosto le sue perplessità su alcuni articoli (i famosi 1, 4 e 7) e ha sempre chiesto al Partito democratico di mediare: ebbene, da luglio, quando la legge fu rinviata, a ieri quali mediazioni si sono fatte o si tentato di fare? Come si è cercato di costruire una maggioranza certa, a prova di scrutinio segreto? Non si sa. Né si è capito perché non si è preso ancora dell’altro tempo. Il risultato finale è stato il disastro.

A poco valgono le invettive dei dem contro la destra, che altro non ha fatto che il suo mestiere di killer di una legge civile. La verità è che alla prima prova su una battaglia identitaria, Enrico Letta deve registrare una débâcle. Proprio laddove pensava di tornare vincitore. Un incidente di percorso di quelli che lasciano il segno e che nel partito riattizza un certo clima, di cui qualche piccolo sentore si era avuto anche nella riunione della Direzione di lunedì.

C’era stato in quella sede chi chiedeva perché non si iniziasse ad affrontare i nodi strategici. Tipo il proporzionale, una questione che prelude alla definizione di una strategia complessiva. Sarebbe troppo, e nessuno infierisce, discutere del biennio dell’innamoramento di Giuseppe Conte finito con l’eclissi politica del suo Movimento.

Conte non sa assolutamente cosa vuole (con 200 parlamentari!) e infatti il pranzo con Letta è stato abbastanza deludente. Ebbene, non sarebbe giunta l’ora al Nazareno di impostare una strategia nuova, chiara, che non sia la rievocazione sentimentale del Nuovo Ulivo, una carovana con i vagoni slegati: lo si è visto ieri al Senato, il Nuovo Ulivo, quanto sia brillante.

Figuriamoci cosa potrà succedere nelle votazioni per il Quirinale dentro questo Parlamento pazzo soprattutto se il Partito democratico non dovesse tratte profitto dalla lezione di ieri facendosi trascinare nel gorgo di votazioni a vuoto. Ci sono tre mesi di tempo per raddrizzare una barca ha improvvisamente cominciato a fare acqua, facendo annegare una legge giusta che l’Italia non avrà più.