Fratelli dell’arco costituzionaleStoria breve di come nacque, grazie anche a Berlusconi, Boldrini e Pd, il partito di Meloni

Tutti i favori parlamentari del centro e della sinistra che agevolarono, nel 2012, la nascita di una destra neo, ex, post fascista lontana dal moderatismo di Fini e, quindi, facile da bastonare e mandare a cuccia ogni volta che un cretino fa un saluto romano. L’errore della leader, oltre ad aver conservato le relazioni con i neri, è stato quello di aver vestito i panni cuciti dagli avversari

L’errore capitale della destra meloniana, fin dalla fondazione di Fratelli d’Italia, non è solo quello di aver conservato relazioni con i vitelloni della fascisteria milanese e romana, ma soprattutto l’aver vestito i panni cuciti da concorrenti e nemici. Silvio Berlusconi, grande sponsor della nascita dei Fratelli d’Italia, voleva una destra estrema, radicale, che potesse aspirare a posizioni di potere solo con la sua intermediazione e che non gli facesse concorrenza al centro. La sinistra adorava l’idea di una persistenza neofascista, che consentisse di sventolare il “pericolo nero” in ogni campagna elettorale, e insieme ad esso la necessità di fare diga contro i barbari (poi quel ruolo è stato in parte trasferito a Salvini, ma sono gli accidenti della storia).

Fratelli d’Italia viene fondata nel dicembre 2012, al termine del governo di Mario Monti e alla vigilia delle elezioni politiche. La versione “ufficiale” dice: Giorgia Meloni e Ignazio La Russa sono stanchi del Pdl di Berlusconi, vogliono ricostruire una destra-destra, alleata e non succube del Centro. Insomma, una scissione. Ma la scissione, in realtà, piace così tanto a Berlusconi che i suoi danno battaglia in Parlamento per inserire in extremis, in uno degli ultimi decreti dell’esecutivo, una norma che esenterebbe FdI dal raccogliere le firme per presentare liste autonome alle Politiche ormai imminenti. Alla fine ci si accorda su un robusto sconto del 75% sul numero di sottoscrittori previsto in precedenza, e la corsa di Giorgia può cominciare senza rischi.

Non è l’unico trattamento di favore concesso a FdI. In seguito beneficeranno della deroga che consente alla sigla di “fare gruppo” pur avendo solo 9 deputati contro i 20 richiesti, accedendo così ai consistenti contributi di Montecitorio e ottenendo un rappresentante nell’Ufficio di presidenza: l’upgrade viene votato da tutti con entusiasmo, Pd compreso.

Poco dopo un altro regalo senza precedenti: Forza Italia (che è in maggioranza, col governo di Enrico Letta) cede a FdI (rimasta all’opposizione) uno dei suoi posti in Giunta per le Autorizzazioni, posizione delicatissima, a cui un gruppo così piccolo non potrebbe aspirare.

Laura Boldrini, che presiede la Camera, in teoria arcinemica della destra, accetta lo scambio “in via eccezionale”. Viene scelto per l’incarico Ignazio La Russa. Qualche giorno dopo la Giunta lo eleggerà presidente, ruolo che spetta all’opposizione, a dispetto di M5S e Sel. I giornali sottolineano l’assurdo: non si è mai visto un “presidente di opposizione” che in realtà deve il suo incarico a una furberia di maggioranza. La cosa finirà lì, archiviata tra i tanti strappi della nostra storia parlamentare.

Insomma, la destra-destra di Fratelli d’Italia, la destra che riporta l’orologio della destra al pre-Fiuggi, nasce non solo con la benedizione ma col fattivo aiuto dell’area moderata e della stessa sinistra. Ne facilitano il debutto, ne sostengono i primi passi, la incoraggiano nel suo percorso radicale, sovranista, estremo, malgrado i deludenti risultati ottenuti alla prima prova delle urne, la coccolano.

Oggi che è al 20 per cento, Giorgia Meloni scopre due pessime cose. Primo, la “purezza” si paga: l’aver circoscritto la sua classe dirigente ai fedelissimi e agli antemarcia è un serio ostacolo alle ambizioni di governo persino nelle città, dove non riesce ad arruolare neppure un “civico” decente. Secondo: la limatura estremista che ha calamitato con la sua linea pre-Fiuggi può aprirle un baratro sotto i piedi.

I vestiti cuciti dal Centro e dalla Sinistra per la leader di FdI si rivelano, così, una camicia di forza e rovesciano l’accusa classica che il mondo dei Fratelli ha fatto al moderatismo di Gianfranco Fini: lavorare per ottenere il gradimento della sinistra. Lo hanno ripetuto in mille circostanze, ogni volta che il loro vecchio leader si discostava dalla linea ultras sui diritti, sull’immigrazione, sulle regole costituzionali, persino nel giudizio sulle leggi razziali: “Ah, il solito Fini, che cerca l’applauso dei compagni”.

Un errore blu nell’interpretazione del reale. La destra che piace alla sinistra è esattamente quella che vediamo in questi giorni: una destra facile da bastonare e mandare a cuccia appena un cretino fa un saluto romano; una destra che, se cresce troppo, può essere rispedita nel ghetto in cinque minuti, con il video di un cinquantenne sovrappeso che si fa chiamare Barone Nero.