Tirare le sommeAnche a Milano la grande sconfitta delle amministrative è la politica

Sulla scia della figura di Draghi al governo, anche Sala ha rivestito il ruolo di candidato tecnocrate che ha fatto piazza pulita, rendendo la campagna elettorale nel capoluogo lombardo pressoché insignificante. Ora, mentre a destra si apre un periodo di riflessione, a sinistra ci si culla nell’illusione di una grande vittoria senza analisi costruttive per il futuro

LaPresse/Carlo Cozzoli

A distanza di 15 giorni, dopo i ballottaggi, si può tentare un’analisi del voto a Milano e soprattutto delle prospettive di una città fondamentale per il futuro del paese. Milano, non diversamente da altre città, ha visto protagonista l’astensionismo: non c’è dubbio che la metà dei milanesi che non hanno votato hanno percepito che il loro futuro non dipende dalle assise elettive, ma da forze e poteri esterni che influenzano le scelte più importanti nella trasportistica, nella urbanistica e soprattutto nel settore immobiliare, ma ha anche influito il fattore tecnocratico.

Come in Italia, anche a Milano la grande sconfitta è la politica. Al governo, la figura di Draghi ha dato un’impronta tecnocratica oscurando la politica e facendo sembrare irrilevanti e insignificanti i politici e la politica con i loro rituali fatti di parole e slogan buoni per un post, ma totalmente ininfluenti per i destini del paese; anche a Milano la figura di Sala, sindaco visto come tecnocrate e dominus assoluto, ha reso la politica insignificante.

La campagna elettorale è stata pressoché insignificante, nessuna idea veramente originale è stata discussa, i candidati si sono insultati o snobbati. A fronte di tematiche importanti come la gestione delle periferie, dei trasporti, degli interventi di viabilità (ampiamente discutibili) a fronte di uno slogan (“città a 15 minuti”) francamente ridicolo, il centrodestra ha proposto un candidato totalmente inadeguato, scegliendo un medico, probabilmente sperando e speculando su un aggravamento della situazione sanitaria, peraltro un pediatra che ha fatto capire anche ai militanti che non si era in grado di presentare una classe dirigente e un’idea di città andando incontro a una morte annunciata, mentre il centrosinistra si è riparato sotto l’ombrello del sindaco manager e il Pd è riuscito a vincere perdendo due consiglieri.

È evidente che per il centrodestra, che dovremmo cominciare a chiamare destra, si apre un periodo di riflessione, ammesso che ne abbiano la capacità: la sguaiatezza non paga, il post pandemia chiede proposte, soluzioni, sicurezza. A sinistra ci si culla nell’illusione ottica di una grande vittoria e questo non porta a una analisi dello stato della politica e del degrado a cui è arrivata, non solo nel linguaggio, ma anche nell’incapacità di immaginare il futuro.

Dei Cinquestelle vale la pena dire solamente che la speranza folle di distruggere il sistema (“la casta”, come la chiamavano) con l’incompetenza e il giustizialismo ha rivelato la sua inutilità e pericolosità, facendo fuggire verso l’astensionismo. Mediocre il risultato dei riformisti, una fusione a freddo che è sembrata più la somma di debolezze che un vero progetto politico.

Ora il punto è il futuro, nominata una giunta pressoché sconosciuta, dove al merito si è sostituita l’età. Con un sindaco sempre più dominus assoluto rimangono i problemi sollevati prima delle elezioni dal Centro studi Morris Ghezzi, a cui durante la campagna elettorale nessuno ha dato risposta. Ne riprendiamo i due più rilevanti:

Uno: nessuno ha sottolineato che si è votato anche per il sindaco metropolitano, senza che milioni di “milanesi” abbiano potuto esprimersi, un vulnus democratico che si farà sentire su scelte che fatte a livello municipale influenzeranno anche la città policentrica, che ormai conta quasi 4 milioni di abitanti.

Non è più differibile una riforma dello stato amministrativo di Milano metropolitana, partendo dagli attuali municipi che o diventano un punto di gestione autonoma o si sciolgono, coinvolgendo tutta l’area di quella che ormai è una città-regione (l’area metropolitana è ormai superata come concetto), in questo senso è fondamentale una politica che definisca il posizionamento dei servizi e le linee di trasporto tenendo in considerazione che 800mila milanesi ogni giorno con mezzi pubblici inadeguati si spostano per raggiungere luoghi di lavoro e di servizio, e che migliaia di macchine si spostano non per diletto, ma per necessità, rendendo lo slogan “Milano in 15 minuti” un lusus naturae, perché Milano non è la cerchia dei bastioni.

Il costo sociale e umano in termini di tempo, ingorghi e inquinamento di una mancata programmazione integrata è altissimo: da questo punto di vista mi sembra che la nuova giunta non abbia le idee ben chiare, le dichiarazioni di lotta alle macchine del neo assessore all’Ambiente dimostrano una visione ideologica e ristretta del territorio. Il policentrismo del territorio, gli spostamenti che non sono più lineari, ma multipli perché la città (quella vera, non quella municipale) non è più casa-lavoro, rendono l’idea di un approccio ideologico pericoloso per la vivibilità, soprattutto di chi pur vivendo in questo territorio non può democraticamente partecipare alla vita politica. Il Centro studi Morris Ghezzi proporrà una petizione per realizzare una città metropolitana democratica.

Il secondo punto è il lavoro. Ai riformisti è stata assegnata la delega più difficile, un assessorato senza reali poteri, ma che si troverà di fronte a una rivoluzione del mondo del lavoro e non potrà far finta che i problemi delle piccole e medie aziende posizionate fuori dal recinto municipale non siano nel proprio mandato.

Sarà una delega che si troverà ad affrontare la rivoluzione dello smart working, dell’intelligenza artificiale, che dovrà immaginare luoghi di coworking e servizi, dovrà pensare a costruire con Assolombarda e con altri interlocutori un lavoro che sia realmente flessibile e soprattutto che sia da apripista per un lavoro sempre meno in mano agli umani e sempre di più in mano alle intelligenze artificiali, costruendo percorsi di riqualificazione e di riscrittura delle posizioni lavorative (lavorare meno, lavorare tutti?). Insomma, pur non avendo poteri effettivi sarà uno degli assessorati di punta e sarà la prova se i riformisti sono veramente un progetto politico originale. Anche su questo il Centro studi Morris Ghezzi proporrà un tavolo di studio e di confronto, che sappia guardare al futuro senza farsi trascinare dagli eventi e senza assistenzialismo.

Con i comuni che hanno accumulato quasi 23 miliardi di debiti, sarà necessario che si trovino idee che più che riformiste siano rivoluzionarie. Una rivoluzione pragmatica. La politica, a partire da Milano deve ricostruire una classe dirigente e una idea del futuro che utilizzi la tecnocrazia e non la faccia diventare l’unica risposta al paese.

E attenzione: il governo ha appena licenziato una legge delega sulla riforma fiscale che andrà a regime nel 2026 (!), dimostrando che anche i super tecnici hanno bisogno di una politica coraggiosa e anche un po’ visionaria.