Fortezza EuropaPerché 12 paesi Ue vogliono costruire muri invece di integrare

Una dozzina di stati europei ha inviato una lettera alla Commissione dove si richiede l'autorizzazione alla realizzazione di barriere lungo i propri confini esterni, per combattere la migrazione clandestina. Il commento di José Antonio Moreno Díaz, responsabile dei dossier migratori per il Comitato economico e sociale europeo, intervistato da Linkiesta

Unsplash

L’afflusso di migranti ai confini nord-orientali dell’Unione sta preoccupando i paesi di solito meno interessati al tema, che si uniscono ai governi tradizionalmente ostili ai migranti. La risposta della Commissione in merito non è stata netta.

Ci sono i governi che sul tema migratorio hanno costruito la loro narrativa, quelli che di recente ne hanno scoperto l’importanza e quelli diventati improvvisamente intransigenti dopo anni di politiche di accoglienza.

La lettera inviata alla Commissione europea per chiedere la possibilità di costruire muri ai confini esterni dell’Unione accomuna 12 paesi molto diversi fra loro, compresi quelli che di confini con territori extra-europei non ne hanno.

Nel testo, Austria, Bulgaria, Cipro, Cechia, Estonia, Grecia, Ungheria, Lituania, Lettonia, Polonia e Slovacchia segnalano l’«esigenza di adattare l’attuale cornice legale alle nuove realtà, fornendo la possibilità di rispondere ai tentativi di strumentalizzare la migrazione illegale con scopi politici». 

La traduzione dal linguaggio diplomatico arriva poco dopo, quando si esplicitano le «misure efficaci per prevenire attraversamenti di massa dei confini». Servono le «barriere fisiche», misure «legittime» che dovrebbero essere finanziate in modo adeguato dal bilancio comunitario, perché fanno l’interesse dell’Unione nel suo complesso. 

Per il momento, la risposta della commissaria agli Affari interni Ylva Johansson è stata interlocutoria. Gli Stati hanno tutto il diritto di costruire barriere ai propri confini e lei non «ha nulla in contrario».

Al tempo stesso, prima di richiedere fondi europei per finanziare queste strutture, dovrebbero valutare le misure di protezione delle frontiere contenute nel Pact on

Migration , proposto dalla Commissione un anno fa e ancora molto indietro nelle trattative.

Gli Stati in questione, del resto, stanno già procedendo in questa direzione: l’ultimo esempio in ordine cronologico riguarda la Polonia, dove il parlamento ha appena approvato un muro al confine con la Bielorussia, che costerà più di 350 milioni di euro.

I paesi firmatari della lettera torneranno presumibilmente presto alla carica per cambiare lo Schengen Borders Code, ossia il regolamento che norma l’attraversamento dei confini dell’Unione e le modalità per sorvegliarli. 

Quest’insieme di regole, secondo i 12 proponenti, non è sufficiente a prevenire gli attraversamenti illegali: ciò che vogliono dalla Commissione sono emendamenti al testo, che lo rendano più rigido in materia di controllo degli ingressi, anche inserendo la costruzione di apposite barriere.

 «A causa di quanto sta succedendo in Bielorussia, molti paesi si sono accorti che le migrazioni irregolari non sono solo una questione mediterranea», dice a Linkiesta José Antonio Moreno Díaz, responsabile dei dossier migratori per il Comitato economico e sociale europeo. 

Negli ultimi tempi gli Stati dell’area baltica sono infatti molto attivi nel segnalare alla Commissione quanto accade ai propri confini e, in alcuni casi, ad autorizzare l’intervento della Guardia Costiera e di Frontiera europea.

Dall’inizio dell’estate, sono aumentati considerevolmente gli ingressi irregolari dalla Bielorussia in Lituania, Lettonia e Polonia: si tratta in molti casi di cittadini afghani o iracheni che sono stati autorizzati ad attraversare il territorio nazionale dal governo di Aleksandar Lukashenko e, secondo i governi baltici, spesso pure accompagnati al confine dalle autorità locali. 

Questa strategia di pressione, etichettata come «minaccia ibrida» è chiaramente menzionata nella lettera, secondo cui sono in atto tentativi di «abusare» del sistema di asilo europeo che impone l’accoglienza di chi richiede protezione e l’analisi di ogni singola domanda.

In realtà, diversi episodi di cronaca recente mostrano come le autorità nazionali tentino spesso di sottrarsi a quest’obbligo, anche attraverso i cosiddetti pushback, respingimenti collettivi effettuati alle proprie frontiere. 

I casi delle persone migranti morte al confine fra Bielorussia e Polonia, le denunce delle associazioni non governative a Slovenia e Croazia e le inchieste giornalistiche su quanto

accade nel tratto di mare fra Grecia e Turchia hanno spinto il Parlamento europeo a chiedere un’interrogazione a Consiglio e Commissione in merito, che si terrà nella seconda sessione plenaria di ottobre.

Un altro dei motivi che hanno spinto quasi la metà dei paesi europei a chiedere frontiere più ermetiche è la situazione in Afghanistan. Al momento, ha spiegato la commissaria Johansson, non si è verificato un aumento nei flussi di migranti afghani verso l’Europa dopo la presa del potere da parte dei Talebani, ma il paese asiatico viene citato nella lettera e gli Stati membri hanno già manifestato chiaramente le proprie volontà nell’ultimo Consiglio dei ministri dell’Interno dell’Unione. 

In quel frangente, una delle posizioni più rigide è stata assunta dalla Danimarca: il governo del paese scandinavo è l’unico a guida socialista ad aver sottoscritto la lettera e ha intrapreso una politica controversa in materia migratoria, decidendo ad esempio di ricollocare i richiedenti asilo in territori al di fuori dell’Unione europea mentre esamina le loro domande. 

Questa svolta conservatrice da parte di un paese finora piuttosto aperto è in atto nonostante nell’ultimo anno la Danimarca abbia registrato il 45% in meno di richieste d’asilo rispetto al 2019, uno dei tassi più elevati dell’intera Unione.

Nella schiera degli Stati che invocano barriere fisiche, spiega ancora Moreno Díaz, si mescolano preoccupazioni vecchie e nuove. L’Austria e la Cechia non hanno confini con paesi al di fuori dell’Unione, ma da anni i loro governi mantengono una linea molto ferma sull’immigrazione (l’ex cancelliere austriaco Sebastian Kurz ha tal proposito ha rivendicato il fatto di ospitare già un consistente numero di afghani).

La Grecia deve preoccuparsi in egual misura dei suoi confini terrestri e marittimi, mentre Cipro è nella paradossale situazione di chiedere un muro pur essendo un’isola. Il mistero in questo caso è spiegato dalla «linea verde» che divide il paese dell’auto proclamata Repubblica di Cipro Nord, supportata dalla Turchia. 

Non si tratta tecnicamente di un confine esterno dell’Unione Europea, ma per il governo cipriota dovrebbe essere trattata come tale. Secondo l’analisi di José Antonio Moreno Díaz, la linea cercata dalla Commissione europea non si discosta poi molto da quella dei 12 Stati firmatari della lettera, anche se rispetto alle barriere fisiche insiste di più su altri strumenti, come la procedura di border screening. 

«Il Pact on Migration è in gran parte dedicato al controllo frontaliero. Ma all’Unione servirebbe di più una politica comune di migrazione e asilo, che includa la ripartizione obbligatoria tra gli Stati Membri».

Le newsletter de Linkiesta

X

Un altro formidabile modo di approfondire l’attualità politica, economica, culturale italiana e internazionale.

Iscriviti alle newsletter