Il fascino degli utopistiEsperimenti per una società perfetta

Il libro di Anna Neima (pubblicato da Bollati Boringhieri) raccoglie storie di gruppi di persone che hanno cercato di costruire comunità nuove regolate da principi diversi. Sono tutti tentativi falliti, ma costituiscono una fonte di idee e di esperienze valide per tutti

di Alesia Kazantceva, da Unsplash

Le utopie sono una sorta di sogno sociale. Inventare un mondo «perfetto» – in un romanzo, un manifesto o una comunità vivente – significa mettere a nudo quanto vi è di sbagliato in quello reale.

Gli utopisti rifiutano di accontentarsi dei miglioramenti sociali ottenibili con i soliti metodi: la disobbedienza civile, le politiche elettorali, la rivoluzione violenta. Nel corso della storia hanno scelto un approccio ogni volta diverso per articolare la propria visione di società trasformata. I contadini affamati nell’Europa medievale sognavano il paese di Cuccagna, dove le strade erano fatte di pasta dolce, nei fiumi scorrevano miele e vino e le oche arrosto volavano direttamente in bocca ai passanti.

Sir Thomas More, di fronte al feroce fanatismo religioso dell’Inghilterra del XVI secolo, si figurò un’isola-nazione dove uomini e donne potessero scegliere la propria fede senza timori, e coniò per essa il termine «utopia». Queste due visioni palesemente diverse erano entrambe modi di immaginare un mondo in cui gli errori dell’epoca venivano corretti: dove non vi erano più carestie o dove l’intolleranza religiosa era impossibile. Entrambe offrono, a uno sguardo odierno, uno spaccato delle ansie e delle speranze dei loro ideatori.

More costruì la parola «utopia» su un gioco di parole tra due espressioni greche quasi identiche: ou-topos, «non luogo», ed eu-topos, ossia «buon luogo». Secondo questo uomo di legge nonché politico di epoca rinascimentale, le utopie erano, per definizione, irrealizzabili; fu proprio tale convinzione a indurlo a scrivere il suo libro, una tagliente satira delle manchevolezze della società del tempo. Ma il termine che inventò gli sopravvisse.

Più tardi, gli idealisti interpretarono il concetto di utopia non come un’indicazione di impossibilità, ma come una sfida. Si chiesero se le utopie dovessero davvero essere dei «non luoghi». Non poteva esservi un’altra possibilità? Perché non fondare davvero un «buon luogo»? I riformatori sociali cominciarono così a definire i loro insediamenti – nei quali gruppi di idealisti tentavano di concretizzare le proprie aspirazioni sociali in comunità reali – «utopie».

Gli esperimenti di utopismo pratico tendono a presentarsi a ondate, solitamente in corrispondenza di periodi segnati da sconvolgimenti culturali e sociali. Il desiderio di staccarsi dalla società e di ricominciare è un modo per porre nuove fondamenta, per mettere alla prova idee poco ortodosse trasformandole in azioni.

Una di queste ondate – anche se non certo la prima – si manifestò nel XVI secolo all’interno della Riforma protestante. Pur avendo rifiutato il dogma cattolico, i pensatori protestanti di tutta Europa avevano comunque bisogno di trovare nuove modalità sociali che si adattassero alle loro credenze.

Abbandonati la pompa delle cattedrali, i paramenti in seta e l’incenso e le statue dorate dei santi, volevano vivere seguendo la Bibbia alla lettera, praticando un culto non performativo. Oltre a dare origine alle principali sette protestanti, come il luteranesimo, il calvinismo e l’anglicanesimo, la loro ricerca generò anche una serie di movimenti religiosi minori e più radicali, comprese le comunità utopiche cristiane degli hutteriti e dei mennoniti, che vivevano in «colonie» isolate e autosufficienti, rifiutando le comuni norme sociali e dedicandosi alla preghiera.

Il XIX secolo vide emergere un’altra ondata di esperimenti, con la fondazione di centinaia di utopie secolari e religiose negli Stati Uniti. A ispirarle furono l’ottimismo e la libertà sociale seguiti alla conquista dell’indipendenza dalla Gran Bretagna. Fra le altre vi erano la comunità trascendentalista di Brook Farm, che ambiva a raggiungere il perfetto equilibrio tra svago, lavoro manuale e attività intellettuale, e le «falangi» costituite dai seguaci del visionario francese Charles Fourier, il quale sperava di inaugurare un nuovo millennio di amore e fratellanza in America. Più di recente, negli anni sessanta e settanta del Novecento, si assistette a una nuova ondata di utopie durante il boom economico che fece seguito alla seconda guerra mondiale.

Dalla Kommune 1 di Berlino alla cooperativa Kaliflower di San Francisco, moltissimi giovani diedero vita a comunità che si emancipavano dal conservatorismo sociale dei genitori dandosi all’amore libero, alle politiche di sinistra, alla mescalina e al misticismo.

Tuttavia, in pochi momenti della Storia il mondo è stato disseminato di utopie praticate come nei vent’anni intercorsi tra le due guerre mondiali. Buona parte della narrazione dell’epoca è dominata dagli esperimenti sociali su scala nazionale del fascismo e del comunismo, che modificarono drasticamente il paesaggio del mondo moderno. Tali esperimenti si fondavano sulla coercizione: la sorveglianza militare, le purghe, la collettivizzazione e l’oppressione. Eppure, perfino mentre le immagini di Mussolini, Hitler, Lenin e Stalin, circondati da oceani di braccia alzate o pugni serrati, venivano trasmesse dai notiziari di tutto il mondo, e le fabbriche, dal Giappone alla Germania, cominciavano a produrre in serie proiettili ed elmetti d’acciaio, iniziarono a spuntare decine di piccole comunità cooperative votate a un’esistenza utopica.

Gli strumenti impiegati da queste comunità per raggiungere i propri obiettivi erano la proprietà condivisa dei beni, modalità decisionali democratiche e un sistema d’istruzione progressista. I loro tentativi di riforma sociale erano sperimentali, idiosincratici e spesso bizzarri: tre ore al giorno di meditazione al buio in una sala di preghiera; serate di danza «psicologicamente rigenerativa»; gruppi di intellettuali dalle mani morbide piegati sulle vanghe ed ex braccianti che imparavano a suonare il violino.

Ciononostante, tali luoghi non erano soltanto rifugi per eccentrici in cerca di evasione da un ordine sociale insoddisfacente che non potevano cambiare. Gli idealisti che vi gravitavano intorno si impegnavano a immaginare nuove strutture sociali e a capire che aspetto avrebbe avuto un «buon luogo» nella realtà, cercando di vivere in modo da ispirare una trasformazione anche negli altri. La loro era una visione globale: desideravano migliorare la condizione dell’umanità intera, non soltanto dei propri compagni all’interno della comunità. Pubblicavano libri e riviste, tenevano conferenze pubbliche e attraversavano oceani per piantare i semi del cambiamento. «Il fuoco di un solo fiammifero / è in grado di accendere ogni cosa infiammabile al mondo», scriveva Mushanokōji Saneatsu dal suo villaggio in Giappone.

La generazione di idealisti che fondò le comunità utopiche del primo dopoguerra condivideva diverse caratteristiche, malgrado le provenienze geografiche differenti. Un impressionante numero di riformatori aveva subìto gravi perdite personali durante il conflitto e la pandemia. L’inglese Leonard Elmhirst aveva perso due fratelli durante la prima guerra mondiale, a Gallipoli e nella Somme. A Eberhard Arnold, un tedesco, era morto un fratello sul fronte orientale. E l’americana Dorothy Straight era rimasta sola con tre bambini dopo che il marito era deceduto nella pandemia di influenza. Il dolore alimentò la loro determinazione a costruire un mondo migliore in memoria di chi non c’era più.

Pur avendo idee diverse su come dovesse essere il «buon luogo», gli utopisti erano in gran parte d’accordo su ciò che rifiutavano, ossia il fatto che le persone all’interno del mercato economico venissero generalmente considerate come a sé stanti e in competizione reciproca. Molti idealisti leggevano e ammiravano gli stessi pensatori radicali del XIX secolo, in particolare William Morris e Lev Tolstoj. Sognavano l’uguaglianza sociale, l’autodeterminazione dell’individuo e una vita autosufficiente basata sul lavoro della terra; così si ritirarono in remote aree rurali per fondare comunità corrispondenti alle proprie aspirazioni.

Tuttavia, le utopie praticate in quel primo dopoguerra riflettevano le strutture di potere dell’epoca: erano guidate soprattutto da individui appartenenti alla classe media o alta e tendevano a replicare modalità patriarcali. Per realizzare un’utopia serviva un capitale, che di solito era ereditato o donato ai fondatori da ricchi benefattori che ne sostenevano gli ideali. Era molto più semplice costruire una comunità che rifiutava il sistema capitalistico se qualcun altro vi aveva già a che fare e poteva provvedere ai fondi necessari.

I leader di questi gruppi erano per la maggior parte uomini e di rado si rivelavano particolarmente visionari riguardo ai ruoli delle donne. Spesso le idealiste degli inizi del XX secolo si battevano per estendere il suffragio femminile e i propri diritti sociali a livello nazionale, dunque era probabile che, in genere, fossero troppo impegnate a organizzare proteste e a manifestare, passando poi le notti in cella, per potersi staccare dalla società e dare vita a un’utopia.

Agli uomini, già sicuri della propria posizione sociale, la decisione di discostarsi dalle convenzioni per creare una comunità offriva invece una gradita possibilità di sperimentare modi diversi di vivere. E benché vi fossero donne in posizioni influenti all’interno delle utopie gestite dagli uomini, poche godevano dei privilegi necessari per fondarne una propria.

Vi furono naturalmente eccezioni: per esempio la Panacea Society, una comunità alloggiata in una piccola serie di villette vittoriane nella cittadina di mercato di Bedford e guidata da Mabel Barltrop, la quale era convinta di essere stata mandata da Dio per correggere lo squilibrio di genere nel cosmo e guidare i popoli verso una vita immortale sulla Terra. Altre donne riversarono nei romanzi le proprie idee riguardo a mondi alternativi buoni o anche cattivi: per esempio la società pacifista di sole donne descritta in Herland da Charlotte Perkins Gilman, o la distopia eugenetica evocata da Rose Macaulay in What Not.

Le utopie praticate negli anni Venti e Trenta rientravano per lo più in due ampie categorie. La prima tentava di incoraggiare l’autorealizzazione totale della persona mediante l’unione di testa, cuore e mani.

Tre delle comunità che racconteremo qui rappresentano esempi di questo filone: Santiniketan-Sriniketan, un centro vivace e cosmopolita che utilizzava l’istruzione per promuovere un’esistenza piena e appagante fra le capanne dai tetti di paglia del Bengala orientale; Dartington Hall, una tenuta nella campagna inglese generosamente rifornita e finanziata dall’ereditiera americana Dorothy Straight, i cui membri univano l’allevamento dei polli alle recite all’aperto e la ricerca spirituale a un’autogestione condivisa; e Atarashiki-Mura, un piccolo collettivo di intellettuali giapponesi squattrinati che coltivavano riso e perseguivano l’autorealizzazione impegnandosi in attività artistiche.

Pur essendo luoghi molto diversi, intendevano tutti offrire ai loro membri un’esistenza più completa, che potesse soddisfarli sul piano creativo, intellettuale, sociale e spirituale, oltre che economico. Quegli utopisti non erano interessati a modificare soltanto una particolare area del comportamento umano. Volevano farsi carico dell’individuo per intero e migliorarlo. Credevano che il modo di vivere dei loro contemporanei dovesse essere completamente rivisto.

Il secondo tipo di comunità era guidato dalla spiritualità. Molti idealisti temevano che questa dimensione fondamentale della vita umana corresse il rischio di perdersi fra le ambizioni materiali del capitalismo industriale, le scienze empiriche e l’attacco sferrato dagli orrori della guerra e della pandemia a qualsiasi forma di religione e di fede. La loro versione di vita buona prevedeva una rigida adesione a sistemi spirituali che andavano dall’ortodossia cristiana ai nuovi sincretismi tipici dell’epoca.

Altre tre comunità di quelle che vedremo riflettono questa forma di utopismo: l’Istituto per lo sviluppo armonioso dell’uomo, una comune bohémienne imperniata su un sistema di «shock» psicologici nelle foreste fuori Parigi; il Bruderhof, una colonia cristiana austera e quasi monastica nella Germania centrale; e il Trabuco College, un gruppo di uomini e di donne che seguivano la «terza morale», un regime di castità, dieta vegetariana e meditazione silenziosa fra i cactus e gli arbusti della California.

Le storie di queste utopie non raccontano della copiosa abbondanza, del libero dibattito intellettuale e dei vasi da notte dorati che si trovano in More o nel paese di Cuccagna. Vi compaiono anzi conti in banca vuoti e raccolte di fondi infruttuose; malaria, fame e notti insonni in capanne infestate di zanzare; raccolti di riso mancati, zoccoli umidi e rancorosi battibecchi sui turni per nutrire i maiali.

Non sono storie di «successo» o «fallimento». Alla fine, le utopie «falliscono» sempre, almeno nel senso che il «luogo perfetto» non è ancora stato creato sulla Terra, è improbabile che vi compaia a breve e, in ogni caso, è un concetto intrinsecamente soggettivo. Il fascino di ripercorrere le utopie praticate non sta nel fatto che rappresentano soluzioni perfette alla domanda su come vivere, ma nei metodi creativi con i quali rispondevano ai problemi del loro specifico momento storico. Con l’evolversi delle società, si evolvono anche i problemi e, di conseguenza, cambia la visione del «buon luogo», mentre la visione precedente viene messa da parte.

Benché le comunità presentate qui fossero spesso di piccole dimensioni, irriducibilmente eccentriche e ignorate anche dai contemporanei, ciò non significa che siano da dimenticare. Incoraggiavano infatti le persone a mettere in discussione lo status quo e a credere che i singoli potessero operare un cambiamento facendo della propria vita un esempio a cui guardare. Le utopie praticate introdussero inoltre una serie di concetti che sarebbero poi stati adottati dalla società intera o che, per lo meno, l’avrebbero influenzata: dall’istruzione incentrata sui bisogni del bambino e l’accesso universale alle arti, fino all’agricoltura a bassa tecnologia, passando per le toilette compostanti e le sessioni quotidiane di meditazione o mindfulness a cui dedicare qualche ora.

Sarebbero arrivate a influenzare anche le politiche governative, a ispirare e istruire una nuova generazione di uomini di Stato, studiosi e artisti, fino a rappresentare un modello per la controcultura degli anni sessanta e settanta. Offrirono insomma un’abbondante riserva di insegnamenti a chi aspirava a migliorare la società, e continuano tuttora a farlo.

Le comunità instaurate dopo la prima guerra mondiale sono esempi di quella che Aldous Huxley definì «la più difficile e la più importante di tutte le arti: l’arte di vivere insieme in armonia, a beneficio di tutti gli interessati». La loro storia è la storia di un potenziale umano mai realizzato, dei cammini che avremmo potuto intraprendere e che potremmo ancora intraprendere. È la storia di come il mondo possa essere plasmato, anche se soltanto in maniera limitata, da un gruppetto di tipi bizzarri e non proprio ben lavati che tentano di costruirsi insieme una vita nelle campagne; una storia di assurdità, possibilità e speranza.

da “Gli utopisti. Sei esperimenti per una società perfetta”, di Anna Neeima, traduzione di Bianca Bertola, Bollati Boringhieri editore, pagine 352, euro 26

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