Le richieste delle aziendeFormazione, orientamento e placement: così si può risollevare il lavoro italiano

«Finora il contesto lavorativo e quello formativo sono sempre stati visti in maniera distinta. Adesso però le cose stanno cambiando e possono migliorare ancora se riusciamo a saldare in maniera definitiva le richieste del mercato con le competenze dei lavoratori», spiega Carlo Messina, General Manager della IG Academy, la business unit di IG Samsic HR dedicata ai progetti di consulenza formativa

(Unsplash)

L’occupazione in Italia prosegue la lenta risalita, dopo il baratro della crisi Covid, anche se la ripresa del lavoro di certo non è in linea con le cifre record di crescita del Pil. Ma nel nuovo mondo del lavoro post pandemia, quando mancano ancora 314mila occupati rispetto a febbraio 2020, assistiamo a quel fenomeno paradossale per cui le imprese non trovano sul mercato i lavoratori che cercano.

«Il momento attuale per il mondo del lavoro è certamente positivo, ma bisogna anche guardare a quello che chiede il mercato», dice Carlo Messina, General Manager della IG Academy, la business unit di IG Samsic HR dedicata ai progetti di consulenza formativa.

E la domanda che arriva oggi dalle aziende è certamente diversa rispetto al passato, oltre che sorprendente. Ci sono professioni un tempo ricercatissime e oggi quasi scomparse. E altre che sono invece richiestissime dalle imprese, ma per le quali non sempre si trovano i candidati.

«Lavorando a contatto con le aziende, mi sono fatto l’idea che oggi siano presenti una serie di cluster, come quello informatico, sui quali si va sul sicuro. Non è un caso che la nostra Academy non riesce a star dietro alle richieste del mercato in questo settore», dice Messina. E poi, aggiunge, «sembrerà forse strano, ma ci sono una serie di professioni mancanti, come gli operai, i magazzinieri, gli assemblatori, che oggi si faticano a trovare per una serie di ragioni, legate sia al processo di digitalizzazione sia ai cambiamenti culturali».

Lo stesso discorso vale anche per altri settori. «Uno di questi è per esempio l’alimentare: oggi è sempre più difficile trovare sia banconisti per la grande distribuzione, ma che anche fornai», dice Messina. Per questo, secondo il manager, si può ricavare una lezione generale da tutto questo: «Visto che il mercato cambia spesso le competenze richieste, come dimostra la crescita e il repentino calo dei data scientist, è giusto domandarsi quali conoscenze possono aiutare a rispondere meglio alle attuali esigenze del mercato».

«Da conoscenze a competenze» è, appunto, il claim della IG Academy. Perché prima delle competenze, è necessario investire sulle conoscenze. «La differenza tra quanto chiedono le aziende e quanto offre il mercato è evidente», conferma Messina. «Ma è altrettanto chiaro che la ragione è legata al diverso livello di conoscenze. Alcune informazioni sono assimilabili soltanto sul luogo di lavoro, mentre altre, come quelle digitali, spesso vengono apprese da autodidatta e per questo rappresentano spesso il vero tallone di Achille».

Per paura, molti dipendenti in azienda tendono a nascondere le loro mancanze in ambito informatico. Ma i dati parlano chiaro: secondo l’Ocse, solo il 21 per cento degli italiani ha un livello di alfabetizzazione digitale sufficiente.

«Ecco perché serve anche un approccio mentale diverso, più legato al miglioramento continuo, la capacità cioè di capire davvero come poter migliorare e prendere il meglio da ogni tecnologia», aggiunge Messina. «Un aspetto importante soprattutto se lavori in una piccola e media impresa: oggi serve coordinare l’online e l’offline e non viverli come due contesti distinti».

La soluzione, per stare al passo con un mercato che cambia in maniera repentina, è legare e intrecciare di continuo il mondo delle imprese con quello della formazione. «Finora il contesto lavorativo e quello formativo sono sempre stati visti in maniera distinta. Adesso però le cose stanno cambiando e possono migliorare ancora se riusciamo a saldare in maniera definitiva le richieste del mercato con le competenze dei lavoratori, soprattutto attraverso l’opera di intermediazione delle agenzie del lavoro, che sono fondamentali in questo passaggio», dice Messina.

È come avere «un bazooka a nostra disposizione». Le agenzie conoscono le imprese, i territori e i loro fabbisogni occupazionali. «Per questo non era necessario assumere i navigator nei centri per l’impiego, che infatti si sono rivelati un flop», dice il manager. «Formare una catena sincrona tra richiesta del mercato, orientamento, formazione, e placement ora è fondamentale. Solo così si possono raggiungere e mantenere nel tempo ottimi risultati».

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