Quesiti linguisticiCome usare il termine “bot”? Risponde la Crusca

A tutti è sicuramente capitato almeno una volta di accedere a un sito web o di interrogare un motore di ricerca e dover dichiarare di “non essere un robot”. Da non confondere con i Buoni ordinari del Tesoro

(Unsplash)

Tratto dall’Accademia della Crusca

A tutti noi è sicuramente capitato almeno una volta di accedere a un sito web o di interrogare un motore di ricerca e dover dichiarare di “non essere un robot”. Si tratta di un test di sicurezza, di cui esistono diverse versioni, chiamato CAPTCHA o reCAPTCHA, acronimo di Completely Automated Public Turing test to tell Computers and Humans Apart (‘Test di Turing pubblico e completamente automatico per distinguere computer e umani’), effettuato per stabilire se l’utente è un essere umano o un computer, o più precisamente, un bot.

Il sostantivo bot è un prestito integrale dall’inglese bot, abbreviazione di robot. Il termine robot deriva, attraverso il francese robot (1924), dal ceco Robot, nome proprio (che deriva a sua volta da robota ‘lavoro forzato’) dato nel 1920 dallo scrittore Karel Čapek agli automi che lavoravano al posto degli operai nella sua opera utopica-fantascientifica R.U.R. (Rossum’s Universal Robots).

In informatica, bot indica un ‘programma usato per svolgere automaticamente operazioni ripetitive’, come l’invio di una risposta automatica alle e-mail (mailbot) o la scansione di pagine web per l’indicizzazione (crawler o spider). Un altro significato, che si potrebbe considerare un’estensione del primo, è quello di ‘programma in grado di interagire in modo automatico con sistemi e utenti, anche simulando il comportamento umano’. Ad esempio, esistono software, usati principalmente nei servizi di assistenza ai clienti, capaci di simulare una conversazione con un essere umano (chatbot o chatterbot), o programmi che gestiscono automaticamente account sui social network, mettendo “mi piace”, commentando o seguendo i profili di altri utenti (social bot).

Nei videogiochi, i bot (detti anche gamebot) possono essere i personaggi controllati dal computer, come i personaggi non giocanti (PNG), oppure i programmi usati per migliorare le abilità di un giocatore o sostituire il giocatore stesso: ad esempio, è possibile usare un bot che aiuta a prendere la mira (aimbot), uno che esegue compiti noiosi e ripetitivi al posto del giocatore (farmbot), ecc. L’uso di tali tipi di bot non è sempre consentito.

Esiste poi tutta una serie di bot malevoli, usati con scopi illegali e dannosi (ed ecco perché sono utili strumenti di difesa come il CAPTCHA): ad esempio, alcuni bot sono responsabili di truffe informatiche (scam, phishing), come il furto di dati sensibili attraverso e-mail false, in cui si invita il destinatario a fornire informazioni riservate (password, numero di carta di credito, ecc.). Alcuni bot si occupano di raccogliere indirizzi e-mail per poi usarli per la diffusione di grandi quantità di spam (spambot); altri programmi tentano invece di infettare i computer con malware (i dispositivi infettati sono detti bot o zombie e l’insieme di questi è chiamata botnet). Anche i social bot possono essere malevoli, ad esempio se usati per diffondere fake news o per effettuare attività di propaganda politica in modo manipolatorio.

Il termine bot è registrato da vari dizionari italiani come sostantivo maschile invariabile. Il GRADIT lo accoglie nel 2007, datandolo 1998, mentre gli altri lo inseriscono in anni più recenti, datandolo però 1997: Garzanti nell’edizione 2017, Zingarelli in quella 2020; Devoto-Oli non lo registra nelle versioni cartacee ma esclusivamente in quella online (consultabile solo in abbonamento a questo indirizzo). Treccani non lo registra nel Vocabolario ma soltanto nel repertorio Neologismi 2016, con un esempio risalente al 2014.

Quanto al significato, il GRADIT riporta come unica definizione quella di “programma che esegue operazioni ripetitive come, ad esempio, la scansione di internet per la creazione degli indici di ricerca”. Altri dizionari, invece, pongono l’accento sull’interazione automatica: “programma in grado di interagire automaticamente con contenuti web al fine di acquisire informazioni, diffondere messaggi, ecc.” (Zingarelli 2020), “programma che svolge compiti automatici su Internet simulando il comportamento di un utente umano” (Devoto-Oli online). Garzanti (2017 e versione online) è l’unico a includere entrambe le accezioni: “software, utilizzato per cercare informazioni in Internet, che esplora automaticamente numerosissime pagine web per trovare, registrare e catalogare dati; anche, software che ricerca in Internet indirizzi e-mail e invia automaticamente messaggi” e “software che è in grado di simulare, in un videogioco, in una chat ecc., il comportamento di un utente umano: chattare con un bot”. Il repertorio Treccani Neologismi 2016 intercetta anche la sfumatura legata alla pericolosità dei bot malevoli: “in informatica, programma o script che infetta i computer con l’invio di spam, virus e spyware, il blocco di siti web e il furto di informazioni personali e riservate, automatizzando operazioni effettuate in internet”.

Data l’omonimia con la sigla BOT (Buono Ordinario del Tesoro), non è facile rintracciare in rete i dati relativi all’effettiva diffusione del sostantivo, né effettuare ricerche esaustive circa la prima attestazione. Per limitare il rumore nelle interrogazioni dei motori di ricerca o degli archivi, si è scelto quindi di affiancare a bot altri termini, come “robot”, “informatica”, “programma informatico”, “programma automatico”, ecc.

La prima attestazione rintracciata di bot è del 1995 (retrodatata di un paio di anni rispetto alla lessicografia), in un articolo presente sul “Corriere della Sera”, nella sezione Scienza:

Ma a un certo punto, nel dialogo tra gli utenti può inserirsi un bot, un programma del computer che si presenta come una persona e che, ad esempio, può giocare a scacchi, dare informazioni su come «navigare» in Internet, rispondere a delle domande e anche porle. Voi direte che il bot non è altro che un programma, intelligente, fatto da una persona che l’ha ideato e che, come tale, è soltanto una evidente simulazione. Eppure non è sempre facile smascherare la fittizia essenza umana dei bot se l’altro resta invisibile… (Alberto Oliviero, Un sosia elettronico ci sopravviverà, “Corriere della Sera”, sez. Corriere Scienza, 26/11/1995, p. 39)

Per quanto riguarda i volumi a stampa, è possibile trovare una delle prime occorrenze nel Dizionario di informatica: inglese/italiano di Angelo Gallippi (Milano, Tecniche nuove), che, nella 3a edizione del 1997, registra la seguente definizione:

bot. Nel gioco computerizzato multi-utente MUD, o nel collegamento Internet per chiacchierate (v. IRC), personaggio sullo schermo le cui azioni ed espressioni sono il risultato di un programma per computer piuttosto che di un essere umano. MUD comporta l’interazione di numerosi operatori umani, ciascuno dei quali controlla una caratteristica sullo schermo, mentre le parole che si vedono sullo schermo in IRC provengono da una persona che le scrive. Entrambi sono programmi creati dall’utente, che simulano le azioni di attori umani allo scopo di salutare i nuovi venuti in una “stanza” virtuale.

In realtà, il lemma bot è presente anche nell’edizione precedente, del 1996, ma fa riferimento all’acronimo BOT (Beginning Of Tape ‘inizio del nastro’), che indica la “tacca riflettente applicata sulla parte posteriore di un nastro magnetico per identificare l’inizio della superficie registrabile” (definizione che, per altro, sembra rimanere circoscritta a questa unica pubblicazione).

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