Radio GlasgowCos’è successo fin qui alla Cop26

Dall’accordo contro la deforestazione alle assenze eccellenti, cosa è stato fino a questo momento il summit su ambiente e cambiamenti climatici in corso in Scozia

Christopher Furlong/Pool via AP

Finalmente è cominciato, in Scozia, il summit delle Nazioni Unite su ambiente e cambiamenti climatici: la Cop26. Si tratta di un incontro molto atteso e da cui attivisti, leader politici e cittadini, si aspettano molto. A partire dalla presentazione e approvazione di misure concrete e credibili per mantenere l’aumento delle temperature entro i +1,5 gradi centigradi rispetto al 1990. Per conseguire questo obiettivo già discusso negli accordi di Parigi, però, servirebbe diminuire le emissioni inquinanti del 45%.

Il primo dato che arriva da Glasgow, la città dove si tiene la Cop26, è l’assenza di alcuni importanti leader politici. Come raccontavamo qui su Linkiesta l’assenza di alcuni capi di stato era prevista e, allo stesso tempo, così importante da rischiare di compromettere i negoziati e gli eventuali accordi. Oggi quel pericolo si è concretizzato: non si sono presentati Xi Jinping, Vladimir Putin e Jair Bolsonaro, rispettivamente presidenti di Cina, Russia e Brasile. Tre paesi fondamentali se si vuole trovare un accordo vincolante sulle emissioni inquinanti e la protezione dell’ambiente: la Cina è il paese che inquina di più al mondo, la Russia quello che esporta più gas naturale e combustibili fossili, oltre a essere il quarto al mondo per emissioni. Il Brasile invece è importante perché è nel suo territorio che si trovano ecosistemi fondamentali, come l’Amazzonia. Ad essere assenti, per le ragioni più diverse, sono anche diversi altri leader di paesi con un certo peso sugli accordi, come quelli di Portogallo, Turchia, Messico e Sudafrica.

I lavori della Cop26, nonostante le assenze illustri, hanno già portato ad alcuni risultati. Il primo è l’accordo contro la deforestazione, molto voluto dal Regno Unito e appoggiato dall’Unione europea. L’accordo prevede l’adesione di ben cento paesi, Italia compresa, e mira a salvaguardare boschi e foreste in modo più preciso ed efficiente. Un ottimo dato, in questo senso, è che nei territori dei paesi firmatari si trova quasi il 90% delle foreste di tutto il mondo. Una debolezza dell’accordo, invece, è che non sono previste sanzioni per i paesi trasgressori, e di conseguenza secondo molti sarà difficile per la comunità internazionale o le Nazioni Unite intervenire nel caso di mancato rispetto del trattato.

L’accordo sulla deforestazione, per quanto rilevante, non è comunque il più importante della Cop26. Quello è, dicevamo, trovare un modo per limitare le emissioni e, di conseguenza, il progressivo aumento delle temperature globali. In media, infatti, c’è già stato un aumento di 1,1 gradi rispetto al 1990 e stando a studi e modelli matematici, con questo ritmo entro la fine del secolo si raggiungerebbero i +2,5 gradi. Se non di più. Il che significherebbe subire importanti disastri naturali e uno scioglimento pressoché completo della calotta polare e dei ghiacci di tutto il mondo.

Quella di Glasgow, secondo diversi osservatori e associazioni è «letteralmente l’ultima occasione» per raggiungere questo obiettivo. Stando allo stesso Boris Johnson, primo ministro del paese che ospita il summit: «Se Glasgow fallisce, allora fallisce l’intero progetto».

Che la Cop26 stesse iniziando con delle importanti difficoltà si era visto già ad altri due eventi, entrambi tenuti in Italia: la Pre-Cop26 di Milano dello scorso 30 settembre e il G20 appena concluso a Roma. In entrambi i casi le posizioni di paesi come Cina, India e Russia erano apparse lontane dal poter essere compatibili con l’obiettivo di mantenere l’aumento delle temperature entro i +1,5 gradi. 

Il motto del G20, per esempio, era proprio «People, Planet, and Prosperity» e, commentando i risultati ottenuti, il premier Draghi ha detto che: «il G20 è stato un successo, abbiamo riempito di sostanza il “bla bla bla”» e che «nella lotta al cambiamento climatico, l’Italia triplicherà il suo impegno finanziario con 1,4 miliardi di euro all’anno». Allo stesso tempo, però, spiccava l’assenza dal G20 di paesi come la Cina, un’assenza che non poteva passare inosservata. Durante il G20, per esempio, il presidente statunitense Biden la ha definita «deludente».

Non è detto che entro la fine della Cop26 non si arriverà ad altri importanti accordi, ma è bene sapere che si parte da due blocchi con posizioni piuttosto distanti. Da una parte spiccano l’Unione Europea – che ha già approvato una legge per cui ridurrà, entro il 2030, del 55% le proprie emissioni rispetto al 1990 – e gli Stati Uniti che lavorano per ridurle del 50% rispetto ai livelli del 2005. Dall’altra parte diversi paesi, come Cina e India, vorrebbero sì abbattere le emissioni, ma farlo solo entro il 2060 (la Cina) o il 2070 (l’India). 

La differenza di fondo tra i due blocchi non è tanto etica, quanto storica. I governi di India e Cina dicono, in sostanza, che in passato era solo l’Occidente a inquinare e che grazie a quell’inquinamento si è arricchito. Ora, invece, a crescere sono i Pil dei paesi orientali, e quindi sarebbe ingiusto impedire o rallentare tale crescita. A prescindere da come la si pensi su questo piano, il problema rimane urgente: se a vincere fosse la linea del “diritto a inquinare” di Cina e India il riscaldamento globale farebbe enormi danni. Al netto delle posizioni politiche, infatti, gli scienziati avvertono che non c’è più tempo. E c’è di peggio: se passasse questa logica tra mezzo secolo o poco più potrebbe essere il turno di molti stati africani, che potrebbero pretendere il diritto a crescere economicamente a scapito della salute del pianeta. È evidente che non sarebbe sostenibile.

Lo storico e giornalista Paolo Mieli, commentando in televisione proprio questo scontro tra paesi occidentali e orientali in merito alla Cop26, ha sottolineato proprio come il summit di Glasgow mette in luce il bisogno di coordinamento e collaborazione tra paesi. Un bisogno di cooperazione, diplomazia e unità che, dice sempre Mieli, abbiamo già visto con la pandemia. Gli effetti del cambiamento climatico, però, potrebbero essere estremamente più gravi di quelli della diffusione del Covid-19.