L’albero che cadeI problemi della nuova legge anti-deforestazione dell’Unione europea

L’Europa ha scelto di fare un passo avanti, pensando al proprio impatto economico ed ecologico in termini globali: le associazioni ambientaliste però pensano che si possa fare di più, a partire dagli ecosistemi inclusi nel nuovo sforzo legislativo di Bruxelles

Larisa Birta/Unsplash

La Commissione europea vuole dotarsi di una legge che regoli – e diminuisca sensibilmente – il consumo di beni prodotti a scapito di ambienti forestali protetti. Non solo quelli presenti sul suo territorio, ma su tutto il pianeta. Questa legge è in fase di discussione e, come talvolta capita, una bozza della legge è trapelata dalla Commissione ai giornalisti dando il via in anticipo al dibattito politico. 

Prima di dire di cosa sta succedendo tra le varie fazioni politiche a partire dal leak c’è però da precisare come mai l’Ue si voglia dotare di una legge in cui si occupa di preservare un territorio non suo. Ci sono varie risposte, ma partiamo dalla più ovvia. Innanzitutto perché il mercato dell’Unione, con 450 milioni di consumatori (a cui vanno aggiunti i turisti e i non residenti) ha il peso specifico sufficiente per fare la differenza. Poi ci sono alcuni motivi politici: l’Ue in questo momento storico deve rispondere a una domanda elettorale molto pressante sui temi ambientali, e deve farlo sia perché lo ritiene giusto e urgente, sia per rimanere il blocco politico leader sui temi dei diritti. Oltretutto deve farlo in fretta, perché, per esempio, si avvicinano appuntamenti come la conferenza Cop26

C’è anche un altro motivo per cui una legge del genere è urgente. E cioè che l’Unione dei 27 è, dopo la Cina, il secondo attore economico al mondo per import di beni che derivano da processi dannosi per gli ambienti naturali a rischio. L’Europa, com’è ovvio che sia, fa moltissimo per salvaguardare gli ambienti naturali all’interno dei suoi confini, ma ora l’idea è quella di fare un passo avanti e pensare al proprio impatto economico ed ecologico in termini globali.

Il fatto che gli scambi commerciali e le catene del valore esistano su scala globale rende facile esternalizzare i problemi (le esternalità negative) del proprio mercato interno. Un esempio banale è il cioccolato: le materie prime vengono quasi esclusivamente dal Brasile e da una parte dell’Africa – Costa d’Avorio, Ghana, Nigeria e Camerun – ma la sua trasformazione, la sua commercializzazione e il suo consumo avvengono in Occidente, in paesi come il Belgio. Le leggi di tutti gli stati coinvolti nel commercio di un bene si fermano al territorio su cui hanno giurisdizione, e per questa loro parzialità finiscono spesso per non affrontare i problemi che coinvolgono l’intero processo, che va dal produttore al consumatore finale. La Commissione europea in questo senso fa uno sforzo di coerenza e civiltà: fare leggi proprie, che valgono per sé, ma che salvaguardino tutti.

Fatte queste premesse, veniamo al dibattito. Nelle 182 pagine del documento arrivato alla stampa si legge che le misure adottate contribuiranno «in modo significativo a salvare la biodiversità» del pianeta e impediranno che ogni anno vengano abbattuti 72mila ettari di foreste. Dal mondo dell’attivismo, però, sono arrivate dure critiche, che si possono riassumere in uno slogan: “L’Ue deve fare di più”. Innanzitutto c’è delusione per l’esclusione dalla lista dei beni che verranno disincentivati, di gomma, mais, pelle e alcuni tipi di carni, come quelle di suini e polli. L’impatto della carne sul cambiamento climatico e i danni ambientali infatti è enorme: oltre il 60% delle emissioni di gas serra viene dal consumo di carne. Più che i trasporti.

Su mais e gomma i tecnici e i politici della Commissione hanno concluso invece che la deforestazione è provocata dalla produzione di questi due beni solo in una minima percentuale. E che quindi «un grande sforzo» nel disincentivarla produrrebbe «pochi risultati in termini di deforestazione prevenuta dai consumi dell’Unione».

Un altro dei punti criticati dalle associazioni ambientaliste è che la legge, per com’è trapelata, proteggerebbe quasi esclusivamente le foreste e non diversi altri tipi di ecosistemi come le praterie, compresa la savana tropicale del Cerrado, in Brasile, una delle aree biologicamente più ricche al mondo e che oggi è minacciata dalle coltivazioni intensive. Nemmeno l’area del Pantanal verrebbe inclusa nella nuova legge, e parliamo della più grande zona umida al mondo divisa tra Bolivia, Brasile e Paraguay e che ospita migliaia di specie viventi tra cui diverse in via d’estinzione.

Sini Eräjää, che lavora per Greenpeace, ha usato parole molto critiche verso la nuova legge europea: «Se questa legge non estende la sua protezione a zone umide, savane e torbiere allora il consumo in Europa continuerà a danneggiare le aree naturali che forniscono mezzi di sussistenza per le popolazioni indigene, gli habitat di innumerevoli specie e la difesa essenziale che serve per contenere il cambiamento climatico».

Ovviamente lo scontro tra istituzioni e attivisti è fisiologico: i gruppi di pressione, come lo sono quelli degli attivisti, spingono il legislatore nella direzione in cui credono sia giusto andare. Si tratta del loro ruolo. Quello dei politici invece è trovare la quadra al netto del parere dei tecnici, quello dei partiti, quello dei lobbisti e quello degli attivisti.  

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