Contro la libertàIl pensiero antimoderno della destra estrema globale

Alla base dell’ideologia dei nuovi fascismi è, prima di tutto, il rifiuto dei valori dell’Illuminismo, l’odio per i liberalismi e il sogno di tornare indietro e ricostruire il mondo dall’inizio. Come ricorda Paul Mason nel suo ultimo libro (Il Saggiatore), uno dei maggiori nomi di questa costellazione, Alexander Dugin, propone di ripartire dal feudalesimo, azzerando la memoria della scienza newtoniana e del progresso tecnologico

Roberto Monaldo / LaPresse

Se tutti i populisti di destra hanno una cosa in comune, è il disprezzo per la teoria. Da Nigel Farage a Matteo Salvini e Donald Trump, abbiamo a che fare con antintellettuali, che sfruttano i pregiudizi degli elettori conservatori contro i musulmani, i migranti, le femministe e i difensori della giustizia sociale e razziale. Quindi non hanno bisogno di teorie sofisticate.

L’estrema destra, invece, è diventata profondamente teorica. Negli ultimi quarant’anni, quando in tutto l’Occidente prevalevano i valori progressisti, e a sfidare le élite era soprattutto la sinistra anticapitalista, l’estrema destra è stata obbligata a concentrarsi sulle idee piuttosto che sull’azione.

Quello che vogliono i fascisti del XXI secolo è chiaro: distruggere la democrazia liberale, i diritti umani e la legalità; cancellare i diritti conquistati dalle donne a partire dagli anni sessanta; e creare stati etnici monoculturali usando forme di violenza devastanti.

Il loro problema è convincere la gente ad accettare questo progetto. Visto il radicalismo del loro obiettivo, non è sufficiente puntare sui pregiudizi. In passato, quando il fascismo è andato al potere, c’è riuscito perché milioni di persone hanno aderito alla sua ideologia, sulla quale hanno poi basato quasi religiosamente il loro attivismo.

Ma le teorie che l’estrema destra ha ereditato dagli anni trenta del Novecento erano nate in un mondo molto diverso, fatto di gerarchie, obbedienza, imperialismo dichiarato e accesso controllato alle informazioni. Inoltre, libri come “Mein Kampf” di Hitler e “La dottrina del fascismo” di Mussolini partivano dalla logica di specifici progetti imperialistici nazionali. È per questo che la maggior parte dei tentativi di costruire movimenti «neofascisti» negli anni settanta e ottanta è fallita: sembrava il tributo a un tipo di società che non esisteva più.

Negli anni novanta, quando riprese vigore, l’estrema destra cominciò a cercare pensatori che avessero ripulito il loro linguaggio e una forma di fascismo che avesse senso in un’economia globalizzata e una società interconnessa. I candidati più ovvi erano quelli della cosiddetta Nuova destra europea (Enr), un movimento ispirato allo scrittore francese Alain de Benoist.

De Benoist era stato l’astro nascente del neofascismo francese all’inizio degli anni sessanta, ma nel 1967 uscì allo scoperto ed entrò in azione, fondando un istituto di ricerca sulla «Civiltà europea» e avviando una lunga battaglia di idee a favore dell’etnonazionalismo. Le sue teorie sono riassunte nel Manifesto per una rinascita europea del 1999.

De Benoist sostiene, prima di tutto, che la modernità è un errore. Le rivoluzioni del XVIII secolo nel campo della filosofia e della scienza hanno innescato un processo che, a suo avviso, ha consentito troppa libertà agli individui, attribuito più importanza alla razionalità che alle emozioni, distrutto la mentalità religiosa tradizionale e legittimato l’universalismo, secondo il quale tutti gli esseri umani hanno gli stessi diritti. Il ministro della Propaganda nazista Joseph Goebbels aveva già espresso questo concetto in modo succinto proclamando che, con la vittoria del nazismo, il 1789, anno della Rivoluzione francese, «è stato cancellato dai libri di storia».

Ma se invertire la modernità era l’aspirazione dei nazisti, per i loro successori del XXI secolo è diventata una necessità perché, secondo de Benoist, il tracollo della modernità è imminente. Ha raggiunto la sua forma finale nella globalizzazione, nel libero mercato, nel multiculturalismo e nel femminismo, più avanti di così non può andare. Sarà sostituita non solo da un singolo regime fascista, ma da migliaia di «spazi sovrani liberati dal dominio del moderno».

Questo è il primo pilastro della teoria di estrema destra odierna: la totale inversione dell’Illuminismo scatenata da un’imminente catastrofe globale. Non succederà, come nei progetti di Hitler e Mussolini, in un unico stato, né sarà il risultato di una conquista: assumerà piuttosto la forma di un simultaneo collasso globale di stati e istituzioni.

I pensatori «tradizionalisti» alleati di de Benoist hanno ampliato questo concetto. Tra loro ci sono il leader di estrema destra russo Alexander Dugin, il consigliere di Bolsonaro Olavo de Carvalho, e l’ex collaboratore di de Benoist Guillame Faye, morto nel 2019.

Nel suo “Pourquoi nous combattons. Manifeste de la résistance européenne”, pubblicato nel 2001, Faye sosteneva che l’Europa sta «subendo una massiccia occupazione e colonizzazione da parte di popoli del Sud del mondo e dell’Islam», di conseguenza è «in guerra». Lo scopo di questa guerra, per Faye, è creare e difendere un’identità bianca e paneuropea.

Mentre de Benoist aveva cercato in ogni modo di evitare affermazioni brutalmente razziste, per Faye non si può dire la stessa cosa. Per lui, la storia è una lotta tra razze. La loro forza sta tutta nella loro purezza genetica, quindi per ritrovare la sua forza l’Europa deve essere «riconquistata» dai suoi abitanti bianchi. Faye invitava i popoli dell’Europa e della Russia a «formare un esercito di terra costituito da nativi europei e pronto a combattere una possibile guerra civile etnico‐religiosa». Così, «quando il XXI secolo soccomberà alla crisi che si sta avvicinando, si potrà fare tabula rasa».

Sulla scia del filosofo Friedrich Nietzsche, Faye pensava che per combattere l’imminente guerra civile fosse necessaria una nuova razza di Superuomini guerrieri. Era anche un sostenitore dell’«eugenetica positiva» per generarli, e in un passaggio sorprendentemente esplicito del suo libro, ne tracciava le finalità. Nella crisi imminente, il compito del Superuomo è quello di «trasgredire».

[…] perché i pericoli che minacciano il suo popolo richiedono soluzioni impensabili quanto indispensabili. Di conseguenza, trasgredisce non per compiacere un dittatore […] ma per garantire la sopravvivenza del suo popolo, vale a dire per difenderne la futura discendenza e il retaggio ancestrale.

Queste parole ci portano nel cuore oscuro dell’etnonazionalismo del XXI secolo: che cosa succederebbe se, durante il processo di creazione di quella che Faye definisce una «identità bianca paneuropea», i migranti, i musulmani e le minoranze etniche si rifiutassero di andarsene? Qual è la «soluzione impensabile» se non il genocidio, e che cosa sono le parole di Faye se non una sua giustificazione anticipata?

Negli scritti di Alexander Dugin troviamo la stessa tesi a favore dello stato etnico, ma focalizzata sugli interessi geopolitici della Russia. Dugin vuole che sia la Russia, non un’Europa unita, al centro di quello che sostituirà la modernità. Negli anni novanta del Novecento, contribuì a fondare il Partito nazional‐bolscevico, un’organizzazione nazionalista di sinistra legata alla tradizione stalinista. Sebbene abbia lasciato il partito, sostiene ancora l’idea di un’alleanza tra la sinistra e la destra antidemocratiche per sconfiggere il liberismo, e della creazione di una disciplinata «internazionale» degli estremisti.

Quello che Dugin aggiunge all’antimodernismo di de Benoist e Faye è la necessità della «reversibilità del tempo». Nel mondo contemporaneo, sostiene, «è tutto sbagliato. L’idea di progresso è sbagliata, l’idea di sviluppo tecnologico è sbagliata». Anzi, dice, l’intera tradizione scientifica a partire da Isaac Newton è sbagliata, e tutti gli insegnamenti che si basano su questa tradizione.

Questa non è semplice nostalgia. Dugin è convinto che, se un paese come la Russia ha potuto invertire la sequenza storica prevista da Marx, per tornare dal comunismo al capitalismo, può farlo di nuovo, per tornare a una società feudale o schiavista o perfino alla vita dei cacciatori‐raccoglitori. In queste forme di società precedenti, osserva Dugin, il tempo era considerato ciclico: se potessimo annullare 250 anni di progresso, potremmo fermare la storia umana a un certo stadio del suo sviluppo, creando un nuovo feudalesimo permanente dal quale non potrebbe emergere un nuovo Illuminismo.

Le idee di questi sedicenti «filosofi» dell’estrema destra non sono semplicemente grottesche, non sopravvivrebbero neanche cinque minuti alla rigorosa analisi logica di un vero dipartimento di filosofia. È per questo che comunicano in una prosa oscura, prolissa e spesso incomprensibile. Eppure riescono a essere persuasivi.

da “Come fermare il nuovo fascismo Storia, ideologia, resistenza”, di Paul Mason (traduzione di Marina Astrologo e Bruna Tortorella), Il Saggiatore, 2021, pagine 360, euro 25

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