Cervelli che esplodonoLa premiata bottega Ferragni e l’incomprensibile video di Fedez preso a mazzate

In “Morire morire” il rapper viene picchiato, pestato, accoltellato e infine ucciso da un plotone di esecuzione. Il testo non è proprio quello di un padre di famiglia, che pure è l’immagine che utilizza sui social

frame da Youtube

La cartoleria di quand’ero bambina non esiste più. Al suo posto c’è un locale in cui trentenni che scrivono col cellulare e non comprano quindi gomme profumate bevono aperitivi dei colori con cui io riempivo i diari.

Colori che d’altra parte oggi sono quelli degli abiti maschili, essendosi gli uomini fuori tempo massimo annoiati di non avere la moda, o meglio di avercela solo la settimana delle sfilate e mai giù da quelle passerelle, e avendo quindi cominciato i maschi famosi – quelli del mondo reale ancora si vestono normali, ma chissà domani – ad avere golfini rosa (Jake Gyllenhaal tre giorni fa sulla copertina dell’inserto del Sunday Times), o giacche verde acqua (a settembre un po’ tutti la sera degli Emmy, una gara di «ma come ti sei conciato»).

Il negozio all’angolo non c’è più ma c’è ancora, sta nei cellulari con cui scriviamo anche noi adulti, non solo i trentenni, non scendiamo più assonnati a farci fare un buco nella tessera per ogni acquisto, ogni dieci quaderni comprati ci regalavano una gomma profumata, ma apriamo Instagram e andiamo direttamente lì, a comprare merce selezionata dal bottegaio di fiducia.

Chiara Ferragni, bottegaia di fiducia di 25 milioni e spicci di persone, lunedì aveva questa sequela di offerte, divise per sottotesti nelle storie, quel modulo commerciale in cui te la cavi in quindici secondi di televendita: due «esce il disco di mio marito»; due «sulla copertina del disco di mio marito c’è una scultura di Vezzoli che è un artista stimato e quindi per estensione lo è anche mio marito»; tappeto sponsorizzato esplicitamente per la stanza del primogenito con ciabatte di mammà sponsorizzate non esplicitamente ma con evidenti loghi Vuitton; «accattatevill’» di abito Fendi; video marito con statue Vezzoli; di nuovo Fendi; bigiotteria da poco prodotta dalla bottegaia stessa per le clienti più affezionate; due frasi motivazionali sull’importanza della felicità e del migliorarsi; foto di secondogenita con sponsorizzazione implicita di tuta da poco prodotta dalla bottegaia stessa per le clienti più affezionate; bottegaia con tuta da lei prodotta; quattro quadretti familiari; una vetrina di pasticceria; due «è il compleanno di mia madre» con sponsorizzazione implicita della bigiotteria di cui sopra; video della canzone del marito.

(«Sottotesto» significa: messaggio implicito; non significa: sottotitoli espliciti. Lo dico non perché ritenga che l’internet convogli su queste righe lettori non in possesso degli strumenti intellettuali per decodificarle, per carità, lungi da me).

Una volta i sei pezzetti di quindici secondi sul disco del marito li avremmo definiti «interruzioni pubblicitarie», ma poiché Instagram è un canale commerciale nulla interrompe nulla: è la realizzazione di quella cosa di cui cianciavano i reduci del Dams negli anni Novanta, la tv di flusso.

Il marito, nella stessa giornata, aveva invece una vetrina monografica: due dozzine di storie, tutte sul disco. Il primogenito? Commenta il disco (che tenero, che buffo, che me lo fa un po’ di sconto, ho lasciato due etti e mezzo signo’). Lo smalto alle unghie maschile (i colori da diario di cui sopra)? Sopra alla foto mettiamo il titolo del disco.

A sera, un video. Anticipato da quindici secondi in cui, con la convergenza del titolo della canzone (“Morire morire”), sembra che il marito della Ferragni faccia Cucchi o giù di lì. Prima lo pestano, poi un tizio con la fascia tricolore gli piscia addosso. Vado a letto, lunedì sera, pensando «omaronn’ il pezzo impegnato».

Quando mi sveglio, trovo che il video e la canzone raccontano altro. Cosa, non è chiaro neanche alla moglie, che infatti lo linka con dei disegnetti di cervelli che esplodono (nello sforzo di decodificare il plot).

Nel video il marito della Ferragni cammina, vestito da marito della Ferragni (completo fucsia, a occhio direi Versace), come camminano i mariti delle Ferragni del mondo: con due guardie del corpo ai lati. Arrivano fan e giornaliste invasate, che vengono fermate dai due armadi con auricolari, mentre il marito della Ferragni si guarda dolente le scarpe come un Di Maio qualunque.

Poi le guardie del corpo spariscono, e i fan lo spintonano.

Poi i fan si fanno indietro, parrebbero sospinti a ritrarsi dal di lui carisma e sintomatico mistero ma no, è che arrivano dei picchiatori in bomber. È un video instant e lui è la Cgil? Non saprei, ma lo pestano. Poi arriva appunto quello che gli piscia addosso, mentre ai lati delle Ferragni in sessantaquattresimo (cioè: delle ragazze con apposita luce ad anello da diretta Instagram) si riprendono a beneficio dei follower.

La confusione (mentale) aumenta: le follower portano via il marito della Ferragni tenendolo a una corda tipo guinzaglio (è un elogio delle pratiche sadomasochistiche?), poi arrivano degli infermieri vestiti da Covid che gli mettono una camicia di forza (è un editoriale sulla Basaglia?), poi gli infermieri lo portano, legato tipo Hannibal Lecter, in mezzo a dei banchi di chiesa, che però sono per strada e non in chiesa, e a quel punto un prete coi paramenti lo accoltella. Sembra il sogno di uno che ha mangiato la peperonata a cena. Si conclude con dei soldati che gli sparano. Sembra quella barzelletta del nonno caduto dalla finestra che continuava a sopravvivere, «abbiamo dovuto abbatterlo».

La canzone, chiederanno i miei piccoli lettori. La canzone è la stonatura che i clienti della bottega all’angolo non sanno come prendere. Perché il marito della Ferragni ci ha abituato al fatto che i suoi brani siano cronache della famiglia in vendita: che, se canta «giuro, mi fai venire voglia di futuro», si stia rivolgendo alla moglie; che ci siano le canzoni per i figli (la prima cosa che si nota, al disvelamento dell’album, è che tra le tracce ci sia una Vittoria, nome della secondogenita); che – chiedo perdono a Borges – il suo autobiografismo non sia del genere «c’era un re che aveva tre figli» ma «nacqui nel tal posto nel tal anno».

Al massimo la deroga può essere in nome dello sponsor, e infatti “Mille”, quella telepromozione di lusso con «labbra rosso Coca Cola», ha su YouTube settantotto milioni di visualizzazioni.

Ma questa “Morire morire”, ecco, non si capisce di che parla ma di sicuro d’un io narrante che non è il padre di famiglia – fluido ma fedele, smaltato ma protettore aggressivo dell’onore della moglie, viziato ma pronto a notti insonni se i piccini si ammalano – che ci è stato venduto finora nella bottega all’angolo.

«Ogni cazzo di volta morire per te, come se stanotte fosse l’ultima», «Lo sai che un pochino mi manca scoparti nei cessi, mi ricordo la notte che hai detto dolcetto o scherzetto, e io che pensavo soltanto a riempirti come un palazzetto, va bene lo ammetto, sei più di un giochetto, sei cento per cento, dio solo lo sa quante volte ho sognato di venirti dentro»: che cos’è, il manifesto dei suoi coetanei che non han messo su famiglia e ancora vanno in giro a scopare col terrore che la tipa resti incinta?

O forse – e questo è un trauma che ci accadde quand’eravamo bambini e mai avremmo voluto si replicasse da grandi – è quel momento emotivamente sconvolgente in cui il proprietario della bottega all’angolo, convinto dal cugino d’America o semplicemente montatosi la testa dopo un viaggio coi cognati, si mette a vendere roba esotica, invece che i sapori familiari per i quali andavamo da lui.

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