L’eredità di AltieroCos’è il Gruppo Spinelli al Parlamento europeo

Una nutrita schiera di eurodeputati di diversi Paesi compone una formazione trasversale alle forze politiche, che punta a riformare l’Ue in senso federale. Obiettivo: gli Stati Uniti d’Europa

LaPresse

«L’Europa non cade dal cielo», diceva Altiero Spinelli negli anni ’50, convinto già allora che servissero un parlamento e una costituzione per realizzare davvero l’integrazione europea. Parecchi anni dopo il Parlamento europeo è una realtà e parte dei suoi membri si ispira agli insegnamenti di uno dei padri fondatori per riformare l’Ue in senso federale. Sono gli eurodeputati del Gruppo Spinelli, presieduto a partire da novembre e per nove mesi dal tedesco dei Verdi Daniel Freund. 

«È il gruppo dei parlamentari europei federalisti, favorevoli a una riforma e a un cambiamento dell’Europa in maniera più decisa rispetto al resto dei colleghi», spiega a Linkiesta l’ex presidente Brando Benifei, capo-delegazione del Partito Democratico all’Eurocamera. «Vogliamo un’Europa sovrana, con un Parlamento e una Commissione più forti, che non sia sottoposta ai veti degli Stati nazionali».

Il raggruppamento che prende il nome da Spinelli è l’espressione parlamentare dell’Unione dei Federalisti Europei, nata prima dell’Ue stessa (1946) e poi rifondata nel 1973, in seguito a una scissione. Al gruppo aderiscono un’ottantina di deputati provenienti da più della metà dei Paesi dell’Ue e da quasi tutte le forze politiche che compongono il Parlamento europeo. La fetta più grossa appartiene ai Socialisti & Democratici, seguiti dal Partito popolare europeo e da Renew Europe. Ma non mancano i rappresentanti dei Verdi/Alleanza libera per l’Europa, della Sinistra e perfino di Identità e Democrazia, con le leghiste Elena Lizzi e Gianna Gancia.

Questi deputati desiderano circoscrivere il potere degli Stati nazionali all’interno dell’Unione europea e aumentare invece quello delle istituzioni comunitarie: la Commissione, che vorrebbero più simile a un governo nazionale e soprattutto il Parlamento, a cui dovrebbero spettare più poteri e che dovrebbe essere eletto in futuro tramite liste transnazionali.

«L’Unione di oggi non è in grado di governare la globalizzazione  e le trasformazioni del mondo: troppo lenta, burocratica e,

schiacciata da meccanismi così complicati che a volte non li capiscono nemmeno gli addetti ai lavori», prosegue Benifei. Per «un’Europa più semplice» e «in grado di decidere», i federalisti chiedono una modifica dei Trattati comunitari, come enunciato nel loro Manifesto per il futuro dell’Europa. Anche in questo caso c’è un chiaro richiamo al Manifesto di Ventotene, scritto da Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi nell’omonima isola del Mar Tirreno, pubblicato nel 1944 e considerato uno dei testi fondativi dell’Europa unita.

Il Gruppo Spinelli critica in particolare il criterio dell’unanimità, necessario oggi nelle questioni fondamentali dell’Ue, tra cui proprio la revisione dei Trattati. «È estremamente importante che i futuri emendamenti possano entrare in vigore dopo che siano stati ratificati solamente dai quattro quinti degli Stati dell’Unione, che rappresentino i tre quarti della popolazione», si legge nel manifesto federalista. «Questa modifica impedirà che le future revisioni dei Trattati vengano bloccate, come è spesso accaduto in passato, da uno o due Stati».

Una delle accuse più frequenti rivolte da Benifei e dai suoi colleghi all’architettura istituzionale dell’Ue è infatti la possibilità per ogni Stato di esercitare il cosiddetto «potere di veto». Anche la «procedura di revisione semplificata» contenuta nell’Articolo 48 del Trattato che riguarda determinati ambiti delle politiche comunitarie deve ottenere l’unanimità a livello del Consiglio europeo, dunque fra gli Stati membri, per procedere.

Questo criterio decisionale si applica a tutti i cambiamenti rilevanti, compreso l’ingresso di nuovi Stati nell’Unione: serve infatti l’unanimità dei membri attuali per autorizzare ogni nuova adesione, mentre per il Gruppo Spinelli basterebbe una maggioranza rafforzata: quattro quinti degli Stati europei, che comprendano tre quarti della popolazione complessiva. Se l’Ue può riformarsi solo attraverso una rigida unanimità, ragionano i federalisti, «si espone a croniche e debilitanti paralisi». 

Il metodo della convenzione
Allo stato attuale delle cose, dunque, le possibilità di riforma passano attraverso la procedura di revisione ordinaria, che prevede l’istituzione di una «Convenzione», decisa con il consenso di tutti gli Stati europei. Vi prenderebbero parte i rappresentanti dei parlamenti nazionali, dei capi di Stato o di governo dei Paesi Ue, di Commissione e Parlamento europei.

Questi momenti di revisione generale dei Trattati sono stati organizzati finora in due casi: la prima Convenzione, tra il 1999 e il 2000, ha prodotto la Carta dei Diritti fondamentali dell’Unione europea; la seconda, tra il 2002 e il 2003, ha elaborato una costituzione, che però non è stata ratificata da Francia e Paesi Bassi. Il rifiuto, deciso dai governi di questi Paesi in seguito a una consultazione popolare, ha di fatto bloccato il progetto di un testo costituzionale europeo, anche se alcuni dei punti presenti sono stati inclusi nel Trattato di Lisbona del 2007. 

Per i federalisti è necessario agire con urgenza, perché urgenti sono i problemi attuali dell’Unione europea, dalle dispute sul bilancio all’intesa mancata sulle questioni migratorie. Non farlo significa condannare l’Unione, il cui «processo di allargamento si è quasi arrestato» e che ha visto nella Brexit «l’esempio di una graduale disintegrazione», come spiega il manifesto federalista. La nuova convenzione dovrebbe ospitare anche una rappresentanza del Comitato europeo delle Regioni e lavorare con meno vincoli rispetto alle precedenti: in particolare l’unanimità sarebbe ammessa solo «al contrario», cioè per la decisione di rigettare un emendamento proposto dalla Convenzione.

Le pressioni in questo senso del Gruppo Spinelli si scontrano spesso con le resistenze del Consiglio dell’Ue, organo di rappresentanza degli interessi nazionali. L’ultimo episodio riguarda la Conferenza sul Futuro dell’Europa, evento di democrazia partecipativa di fondamentale importanza per i federalisti europei. Proprio come in una Convenzione, vi si incontrano i rappresentanti politici sia dell’Ue che dei governi e parlamenti nazionali, a cui in questo caso si aggiungono anche alcuni cittadini comuni, estratti a sorte, dei 27 Paesi e i membri dei sindacati e delle associazioni del continente. 

Come spiega Brando Benifei, è un momento molto importante per la democrazia europea anche per la «trasversalità» delle discussioni. In concomitanza con le sessioni plenarie della conferenza si tengono infatti i caucus, cioè le riunioni delle famiglie politiche europee, composte dagli esponenti nazionali e comunitari. A prescindere dalle naturali differenze politiche tra queste formazioni, il Gruppo Spinelli organizza il suo caucus proprio per imporre un modo nuovo di avanzare: il metodo parlamentare in sostituzione di quello intergovernativo, che oggi riduce molte delle decisioni chiave a livello comunitario in un negoziato diplomatico fra gli emissari dei 27 Paesi.

Come scrive Pier Virgilio Dastoli, attuale presidente del Consiglio italiano del Movimento europeo, che di Altiero Spinelli è stato stretto collaboratore, il Parlamento europeo sarà l’istituzione centrale nel processo di rinnovamento: «spazio politico del compromesso democratico fra le principali culture del continente». Proprio l’Eurocamera dovrà scrivere un nuovo trattato, che sostituisca integralmente quelli europei, visto che le modifiche parziali ai trattati esistenti continuano a «consegnare le proposte del Parlamento nelle mani dei governi». Una conquista, questa, che difficilmente cadrà dal cielo. 

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