Vite parallele di Bigelow e SpearsSi diventa sempre quello che si è, solo che alcune ci mettono una vita e altre ci arrivano da subito

Sabato la regista ha compiuto 70 anni. Il che significa che ne aveva 40 quando ci cambiò la giovinezza con “Point Break”. Giovedì la cantante di anni ne compie 40. Il che significa che era ancora minorenne (ma già sogno erotico) quando uscì “Baby One More Time”. Ma se di Britney sapevamo già tutto quando ancora andava a scuola, di Kathryn continuiamo a non sapere quasi niente

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Sabato Kathryn Bigelow ha compiuto settant’anni. Il che significa che ne aveva quaranta quando, trent’anni fa, ci cambiò la giovinezza facendo arrivare nei cinema italiani “Point Break”. Erano tempi meno prescrittivi: era concesso lo stupore. Trasecolammo tutte: come sarebbe, questa roba qui l’ha fatta una donna?

Quando – diciassette anni e un secolo dopo – Lorenzo Jovanotti fece uscire quella canzone che diceva «il tuo “Sex and the City”, i miei film con gli spari», pensai che evidentemente non era sposato con Kathryn, che gli avrebbe detto siediti, giovanotto: ti faccio vedere un film con gli spari, le rapine, il surf, niente city ma un certo amount di sex, ti spiego i maschi io a te, maschio.

Un’altra cosa che potemmo pensare nel ‘91 e ci vergogneremmo di pensare oggi è che “Point Break“ è il film più frocio che sia mai stato girato: neanche “Jules e Jim” era così pieno di tensione sessuale tra due uomini che fingono di litigarsi una donna che è in realtà terza incomoda; quasi neanche Abatantuono e Bentivoglio in “Turné” erano così froci, quasi.

Hollywood ci mise altri vent’anni a riconoscere che Kathryn aveva uno dei più formidabili talenti visivi in circolazione (se l’inizio di “Point Break” non era bastato, forse dovevano cambiare lavoro, forse il punto non era che gli Oscar erano so white e tra chi valutava non c’erano abbastanza donne e abbastanza neri: forse il punto era che c’erano troppi ciechi e bisognava piantarla con le quote non vedenti).

Iniziò a considerarla roba da Oscar quando si mise a fare film di guerra, dimostrando che ha sempre semprissimo ragione quel Nanni Moretti dell’89: col tema importante si vince sempre, ricattando il pubblico.

Perfino vent’anni dopo i tempi non erano prescrittivi come ora, e quindi quando Kathryn arrivò agli Oscar sbracciata potemmo parlare per mesi dei suoi formidabili bicipiti, e dell’evidente gelosia del suo ormai ex marito James Cameron – ridotto a Cimabue d’una Giotto strafiga – e mai mai mai del suo film.

Giovedì Britney Spears ne compie quaranta. Il che significa che nel 1995 era nell’anno del suo sabbatico, il periodo in cui non era più nel club di Topolino e aveva rinunciato all’idea d’un contratto discografico, era tornata allo sprofondo della provincia americana, provava ad andare a scuola come le ragazzine normali, e lo detestava, perché per lei i corridoi scolastici erano destinati a essere non pausa tra lezioni ma set di ritornelli irresistibili sui quali agitare le trecce da pornoscolaretta. “Baby One More Time”, tuttora il suo pezzo più moschicida, sarebbe arrivato tre anni dopo. Era sempre minorenne, era già sogno erotico (lo era più di quanto lo sarebbe stata successivamente, periodo dell’arrotolamento del pitone compreso, bacio con Madonna compreso; oggi li arresterebbero tutti: i maschi sbavanti, e pure i genitori).

Britney Spears aveva quattordici anni quando Kathryn Bigelow mi salvò la vita facendo arrivare al festival di Venezia “Strange Days”. A rivederla adesso, la lista dei film di quell’edizione è da sospirare «ma magari». Un capolavoro come “La dea dell’amore” di Woody Allen, uno Chabrol e uno Scola e uno Spike Lee che avercene. Tuttavia, la me men che ventitreenne era seriamente convinta che sarebbe morta di noia. L’Antonioni-Wenders, santa pace. Ma soprattutto, il film che da allora racconto ogni volta che qualcuno osa pretendere il primato di delirio per un film visto. Una roba – cui diedero pure il Leone d’Argento – il cui protagonista era uno che collezionava peli di figa (in romano: de fica). Forse è un falso ricordo, un trauma rielaborato, ma giurerei (e così lo racconto ogni volta che voglio averla vinta in una discussione) che il film finisse con la macchina da presa piazzata per dieci minuti davanti a un muro sul quale, di tanto in tanto, scagazza un piccione.

Quando in tutto questo arriva Juliette Lewis sui pattini che canta un pezzo favoloso di PJ Harvey mentre ci racconta un imminente futuro (“Strange Days” era ambientato a fine ’99) in cui abbiamo in testa un chip che registra tutto ciò che vediamo, capite bene che allora una neanche ventitreenne si svegli all’improvviso: un film in cui succedono cose, ci sono i fighi, c’è la musica. Poiché all’epoca non si portava il primato identitarista, e a nessuno fregava niente se un film l’avesse diretto una donna o un qualsivoglia altro portatore d’infermità, “Strange Days” lo stroncarono tutti (fu l’ultima estate in cui credetti nella critica, che adorò il collezionista di peli).

Chissà se i giornali d’allora, impuniti (“Strange Days” aveva previsto Instagram, e anche il suo uso rieducativo), titolavano «L’ex moglie di James Cameron»: avevano divorziato l’anno di “Point Break”. Probabilmente lui era geloso della voluttà con cui lei aveva inquadrato Patrick Swayze, probabilmente voleva una moglie che dicesse «Ho portato un cocomero» (questa la capiscono solo quelle per cui Patrick Swayze era quello di “Dirty Dancing”, mica quello di “Ghost”).

C’è una ragione se di Bigelow, trent’anni dopo, si dice ancora che è l’ex moglie di Cameron: a parte i tre quarti d’ora in cui è stata sposata con lui, della sua vita non si sa niente.

Di quella di Britney Spears invece si sa tutto, sapevamo già tutto del suo imene quando era la fidanzatina di Justin Timberlake, e da lì la situazione non è migliorata: sappiamo di ogni volta che è ingrassata, dimagrita, uscita di testa; e di ogni fidanzato, sentenza che le toglieva il diritto se non d’intendere almeno di volere, manager stronzo, genitore infernale. Stranamente, nessuno chiede mai di lei a Shonda Rhimes, multinazionale della televisione che, all’inizio della propria carriera, scrisse un unico insuccesso: “Crossroads”, il film che doveva fare di Britney un’attrice.

Era diciannove anni fa: “Crossroads” uscì nell’anno in cui Bigelow – che non ha mai deragliato, o almeno mai ce l’ha fatto sapere – dirigeva Harrison Ford e Liam Neeson nel ruolo di due militari sovietici (oggi sarebbe appropriazione culturale).

Mentre quella con Britney Spears era una storia di provincia americana, in cui lei era una ragazzina abbandonata da una madre stronza, che tra un dolore e l’altro scopriva di saper cantare. L’ex ragazzina ha appena riconquistato il controllo della propria vita: il tribunale l’ha tolto al padre stronzo, dopo anni di udienze, cancelletti di protesta, post di Instagram che non si sapeva se pubblicasse davvero lei (quel che intendiamo per crisi d’identità in questo decennio); almeno adesso, se fa dei concerti, Britney può spendere i guadagni come vuole.

Bigelow sta producendo “Year Zero”, una docuserie girata in tutto il mondo che, promettono, parlerà della pandemia ma senza parlarne. Non ho visto sue foto recenti, ma scommetto che ha gli stessi bicipiti pazzeschi di quella sera dell’Oscar.

Si diventa quello si è, solo che alcune ci mettono una vita, e altre ci arrivano da subito.