Essere umano, io ti odioLa stanza di Pascal, il mio Macbeth e la pandemia più noiosa di tutti i tempi

Pensavamo sarebbe durata qualche mese. E invece no, ogni stagione arriva una nuova variante con un nuovo esemplare di stronzo che non sa starsene tranquillo a casa sua. E io nel frattempo non avrò neppure scritto un capolavoro, impegnata come sono a capire se prima delle otto posso girare per la città senza mascherina

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Essere umano, io ti odio. Ma non come in quel film di Nanni Moretti, non che trovo esasperanti gli individui presi uno per uno ma mi piace l’umanità nel suo insieme, macché: a me fai schifo in tutti e due i modi, essere umano, individualmente e aggregato.

Ti odio perché t’innamori delle frasi senza capire cosa vogliano dire, le ripeti, le instagrammi, le usi come didascalie di foto mezze nude, e poi, quando finalmente le citazioni che ripetevi dandoti un tono sono applicabili alla realtà, frigni.

Che ne è, dopo un anno e mezzo che sarebbe stato assai meno complicato se tu non fossi stato smanioso d’andare in giro, di quel Pascal che ti faceva venire il friccico prima? Come mai non dici più che tutti i guai dell’uomo dipendono dalla sua incapacità di starsene tranquillo nella sua stanza, ora che l’uomo sei tu?

Ti odio perché è colpa tua se ora bisogna mettersi le mascherine anche all’aperto, e controllare dove sei, e che ora sia, e quale sia il centro, perché ogni città ha una diversa data da cui parte l’obbligo, e a Bologna non ho capito se da ieri, a Milano da oggi, a Verona già da due settimane, ma solo dopo le otto, solo nei fine settimana, solo nei giorni dispari di pioggia, e poi cosa vuol dire centro: corso Como è fuori bastioni, quindi lì si può fare lo struscio senza mascherina e in Duomo no?

È colpa tua, barista che ogni mattina te la tiri su solo quando entro nel bar, la mascherina; come fossi un dodicenne che finge di fare i compiti quando arriva la mamma, come se i tuoi sputacchi nel frattempo non avessero fatto un volo a planare dentro le peggiori tazze in cui berrò il cappuccino; e poi arrivano clienti che conosci tutti con la mascherina abbassata e tutti a darsi gran pacche sulle spalle (ma non avevamo smesso di toccarci? Quasi rimpiango i deficienti che si salutavano col gomito) e a sputazzare in giro per il bar.

È colpa tua, tizio che sei andato in Sudafrica e ne sei tornato con la variante di fine di mondo, cosa vai in Sudafrica a fare, c’è una cazzo di pandemia, lo volete capire o no che dovete starvene alla casa, siete gli esseri umani più stupidi di tutti i tempi, un anno e mezzo fa parlavo della peste shakespeariana come un’iperbole che a noi non sarebbe toccata mai, noi contemporanei frignoni che al massimo avremmo dovuto sacrificarci qualche mese, e invece guardaci, ogni stagione una nuova variante, ogni stagione un nuovo esemplare di stronzo che non sa starsene tranquillo nella sua stanza, ogni stagione un nuovo mettetevi la mascherina anche fuori, mi raccomando lavatevi le mani, mi raccomando non morite se non di noia.

A questo ritmo d’eterno ritorno la pandemia più noiosa di tutti i tempi durerà dieci anni e cento varianti e io nel frattempo non avrò neppure scritto il Macbeth, impegnata come sono a capire se prima delle otto posso girare per la città senza mascherina, impegnata a scansarvi pure con la mascherina perché neanche quasi due anni di pandemia hanno insegnato all’umanità che l’altra umanità fa schifo, e quindi continuano ad affollarsi tutti negli stessi posti, a sputacchiarsi voluttuosamente addosso, a essere – quale orrore, quale raccapriccio – socievoli.

A questo ritmo d’eterno ritorno tra un po’ si ricomincia non solo con la didattica a distanza, che quella pazienza, ma con la sempiterna lagna materna. È come se avessi già letto tutto – le madri che devono accollarsi il tenere la mano al pupo davanti al computer mentre i padri fanno carriera, i piccoli ciuchi di casa che sono ciuchi solo perché non vanno in classe tutte le mattine altrimenti sarebbero tutti Einstein, i soldi buttati nei banchi a rotelle, le finestre aperte, i piccini che prendono freddo, gli insegnanti eroici senza neanche gli incentivi economici che spettano a un qualunque netturbino romano non falsamente invalido – è come se avessi già letto tutto perché, dio delle repliche teatrali, ho in effetti già letto, già visto, già sentito. Già so come va a finire, che vale anche per Via col vento ma qui i dialoghi sono meno brillanti, che vale anche per Titanic dove infatti non vedi l’ora ogni volta che DiCaprio affoghi almeno ci leviamo la finta suspense di torno, che vale anche per Romeo e Giulietta che speri sempre fortissimo muoiano al primo atto e invece s’ostinano fino alla fine.

Solo che so come va a finire ma non so come va a finire. Cioè so che ci toccano mille repliche di questa infernale rottura di coglioni che ci troviamo ad abitare da un po’, quella metti la mascherina non mettere la mascherina, manda i pupi a scuola no non mandarceli, fai il distanziamento sui mezzi pubblici no non farlo, prenota la terza dose dopo sei mesi no anzi dopo cinque no anzi la chiamiamo noi, apri il ristorante, chiudi il ristorante, salva il Natale, salva i saldi, salva i concerti, salva i cinema nei quali comunque non andava nessuno già da anni.

Ma non so quand’è che si smonta questo spettacolo e se ne monta uno nuovo, una variazione, uno che non sia copia di mille riassunti, uno che non sappiamo già come vada a finire.

Un’idea, un concetto, un’idea. Uno sceneggiatore che la tiri fuori, un drammaturgo che sappia che serve un terzo atto, un romanziere con una qualche familiarità coi colpi di scena. Mi metto la mascherina anche prima delle otto nelle piazze deserte del centro che non si riempirà d’insopportabili esseri umani per altre due ore, prometto. Se in cambio poteste non farmi morire di noia, grazie.