L’ultimo partito leninistaSecondo Maroni, la Lega dovrebbe seguire la linea di Giorgetti e aderire al Ppe

L’ex segretario federale, ora a capo della Consulta contro il caporalato, dice che Salvini dà troppo ascolto a quelli che la pensano come lui: «Ascolta solo gli yes man di cui si circonda». Il rischio, se sceglierà la strada dei sovranisti europei, è di isolarsi. Invece «potrebbe prendere il posto di Silvio Berlusconi. Diventare così il leader di un centrodestra moderato in Italia»

«Sarebbe bene fare quello che dice Giorgetti. Occorre che la Lega aderisca al Ppe». Il giorno dopo il consiglio federale del Carroccio, con il chiarimento apparente tra il ministro dello Sviluppo economico e il leader Matteo Salvini, Roberto Maroni dice a Repubblica che «Giorgetti, che è il più democristiano dei leghisti, ha ragione. Converrebbe anche a Salvini, che potrebbe prendere il posto di Silvio Berlusconi. Diventare così il leader di un centrodestra moderato in Italia in grado di dialogare con le forze di centro che non hanno tanta forza. Lasciando a Giorgia Meloni il ruolo della destra».

Al termine del consiglio durato quasi cinque ore alla Camera, la nota rilasciata dal Carroccio riferisce che è stata votata «all’unanimità la condivisione della linea politica affidando mandato pieno al segretario Matteo Salvini sulla via della Lega nazionale». Vince la linea del leader, insomma. E Salvini ha aggiunto che «non aderirà mai al Partito popolare europeo perché subalterno alla sinistra».

Ma la strada intrapresa non convince Maroni, che è tra i fondatori della Lega, segretario federale dal 2012 al 2013, per tre volte ministro e da poco nominato dal Viminale presidente della Consulta contro il caporalato. Il rischio – dice – se Salvini sceglierà la linea dei sovranisti europei, è di isolarsi. Eppure, spiega, «la Lega è l’ultimo partito leninista ed è vero che la linea la decide il segretario, è giusto che sia così. Chi non è d’accordo dovrebbe andarsene». Il riferimento è a Giorgetti «se non si trova un accordo».

Ma alla fine, secondo Maroni, «Giorgetti resterà dentro la Lega anche se controvoglia. Se ci sarà un braccio di ferro, alla fine cederà. Non penso che si dimetterà da ministro. Salvini proporrà un accordo che lo rafforzerà come segretario e Giorgetti se ne farà una ragione».

L’ex ministro ricorda che «con Umberto Bossi era diverso. Io ho fatto tante litigate con lui come quelle tra Salvini e Giorgetti. Io riconoscevo a Bossi che il capo era lui e che il capo ha sempre ragione. Ogni tanto riuscivo a convincerlo. Solo che gli suggerivo le cose in privato, non sui giornali». Bossi, prosegue, «mi mandava a quel paese dicendo che non capivo nulla, ma poi mi telefonava alle tre di notte per dirmi: ho avuto un’idea, faremo così. Ed era la mia. Così gli rispondevo: Umberto hai avuto una grandissima idea. Ma era l’idea della Lega, non di Salvini o di Giorgetti».

Allora, dice Maroni, «la Lega era una sola, non c’erano le anime che poi sono le correnti. Di pensiero, ma sempre correnti. Questo è quello che ci ha fatto superare tutte le tempeste». Ora, invece, «mi sembra che Salvini dia troppo poco ascolto a quelli che non la pensano come lui. Ascolta solo gli yes man di cui si circonda. Sono convinto che su questo terreno si possa recuperare. A patto che Salvini si rimetta ad ascoltare le sezioni, gli imprenditori, la gente. E quelli come Giorgetti che lo criticano, ma sanno fare politica».

E su Draghi, Maroni sostiene che «deve restare a fare il premier almeno fino alle Politiche del 2023. La sua salita al Quirinale farebbe perdere troppo tempo tra consultazioni e il resto. Ci costringerebbe a rinunciare all’utilizzo i fondi del Pnrr che poi dovremmo restituire. L’Europa non fa sconti». Mattarella «sarebbe opportuno che venisse rieletto fino al termine della legislatura nel 2023 per non interrompere il governo Draghi. Anche Napolitano nel 2013 inizialmente era contrario. Andai anch’io a chiederglielo come segretario federale della Lega. Non voleva ricandidarsi, ma alla fine lo abbiamo convinto all’ultimo miglio». E poi c’è anche un altro motivo, aggiunge: «Il prossimo Parlamento sarà formato da un numero ridotto di parlamentari. Se il nuovo presidente della Repubblica venisse eletto da questo Parlamento, certamente sarebbe meno rappresentativo».

Ma niente Berlusconi al Quirinale: «Con tutto il bene che gli voglio (ed essendo uno che gliene vuole davvero tanto) gli consiglio di ritirare la sua candidatura per non cadere nella trappola».