Il poeta dalle mille paroleLuigi Tenco ha rivoluzionato il linguaggio della musica italiana

L’artista cresciuto a Genova (ma nato in Piemonte) è stato un cantante tenebroso, malinconico, introverso, solitario, ma in un periodo di transizione per la canzone del nostro paese si è imposto come una delle voci più iconiche della sua generazione. Read&Listen

Luigi Tenco “Lontano Lontano Nel Tempo” – (Compilation) 2017

La storia di Luigi Tenco è inevitabilmente, ma anche ingannevolmente, legata all’episodio che pone fine alla sua vita la notte dell’ultima serata del Festival di Saremo, il 27 gennaio 1967. Un suicidio di cui molto è stato detto e investigato, che pone brutalmente fine anche a un percorso artistico brevissimo, sette anni appena, e che sicuramente molto avrebbe potuto dare. Ma la tragedia purtroppo monopolizza l’attenzione, e altera anche la percezione del suo talento, della sua carica innovativa, non aiuta a chiarire la sua complessa personalità.

In una scena italiana in transizione, dove la più trita musica leggera non ha ancora ceduto definitivamente il passo alla rivoluzione della canzone d’autore che maturerà alla fine del decennio, Tenco è una parte di quella pattuglia di autori e cantanti – la parola-sintesi cantautore è ancora poco usata – che da Genova e Milano sta rivoluzionando il linguaggio della musica italiana.

Genova in particolare, porto di mare, luogo di transito di culture e informazioni, riceve input molto diversi, che nel giovane Luigi si ritrovano tutti: da una parte il jazz e il r’n’r americano, la poesia beat, dall’altra la chanson francese, e con essa anche l’esistenzialismo e i poeti maudit Rimbaud e Verlaine, ma anche Cesare Pavese e la musica brasiliana.

La città sembra il melting pot nel quale si sta reinventando – più ancora della musica in sé, ancora abbastanza tradizionale – la poetica espressiva. All’inizio degli anni ‘60 Umberto Bindi, Gino Paoli, Bruno Lauzi, Fabrizio De André, stanno usando parole e proponendo atteggiamenti di rottura rispetto a quello che c’è ancora nell’aria, alla radio, alla neonata televisione.

Ci sono anche i due fratelli Reverberi, Gian Piero e Gianfranco, che mette in musica o arrangia la maggior parte dei brani, e quando si trasferisce a Milano, il gruppo lo segue compatto: vivono nella stessa pensione, pesto e cima nell’abituale ristorante genovese, stesse frequentazioni, presenti l’uno nei primi dischi degli altri.

Stessi locali, dove si integrano con il gruppo dei “milanesi” Gaber e Jannacci, Ricky Gianco, ci sono anche l’istriano Sergio Endrigo e il toscano Piero Ciampi. Talento in sovrabbondanza.

Paoli dice che «Genova ha una personalità così forte da influenzare tutto quello che viene da lì. Quello che ci ha accomunato veramente è stato il linguaggio. Ognuno aveva i suoi temi da sviluppare e ci teneva alla sua identità, anche se ci influenzavamo reciprocamente. Però se tu prendi una canzone di Luigi e la metti in bocca a me o viceversa ci sta benissimo, perché il linguaggio espressivo è lo stesso. Quello che è strano è che in un gruppo di amici è raro trovare ben quattro o cinque persone con una individualità così precisa».

Se ascolti “Tra Tanta Gente”, musica di Ennio Morricone, sembra davvero una canzone di Paoli cantata da Tenco.

Luigi Tenco non è genovese purosangue, sul mare c’è arrivato a dieci anni al seguito della madre e del fratello partendo da Ricaldone, nel Monferrato. Non è nato guardando il mare e il blu, ma il verde e il marrone della collina, quella che in una canzone definirà «la mia valle», le radici a cui si augura di tornare, dove la gente è genuina, «lavora i campi dalla mattina alla sera/senza problemi per il vestire e con la barba sempre da fare».

La madre Teresa, donna forte e d’azione, si è trasferita con Luigi e il fratello maggiore Valentino alla Foce, dove ha aperto un’enoteca forse anche per allontanarsi dai pettegolezzi che vogliono il ragazzo figlio non del marito Giuseppe Tenco, da cui lei si era già separata e morto prima della nascita di Luigi, ma dal figlio sedicenne della famiglia presso la quale lavorava.

Lo shock per il ragazzo, che lo è venuto a sapere dopo diversi anni, non dev’esser stato leggero. Ma gli artisti con cui fa gruppo a Genova non lo descrivono necessariamente come il ritratto che sarebbe fuoriuscito in seguito, condizionato appunto dalla sua tragica fine. Anzi. Bruno Lauzi “In una città abbastanza conservatrice” lo definisce «una boccata d’aria fresca, curioso, simpatico e ridente, voglioso di apprendere, innamorato dei musical americani».

Gino Paoli, in una chiacchierata pubblica raccolta in un volume indispensabile per andare a fondo sull’uomo e sull’artista Tenco, “Il Mio Posto Nel Mondo” (curato da Enrico de Angelis, Enrico Deregibus e Sergio Secondiniano Sacchi, ed. BUR), lo dice apertamente: «La peggiore cosa che può succedere a un uomo è diventare un mito. Perché diventa equivoco tutto quello che si dice su di te. Non solo, cambia anche la tua personalità a man mano che se ne parla. La tua identità diventa qualcosa che chi ti ha conosciuto e frequentato per anni stenta a riconoscere. Luigi non era assolutamente una persona cupa, triste, introversa, non è vero niente. Era una persona allegra, con voglia di scherzare, di far casino, e credo che se un giovane di adesso si riconosce ancora in lui è proprio perché era un giovane qualunque. L’unico tratto diverso dagli altri giovani era il suo essere ribelle, come può esserlo qualsiasi ragazzo di vent’anni un po’ sveglio…un ragazzo ribelle, un po’ matto, con la voglia di piantare beghe da tutte le parti».

È un ritratto un po’ diverso dal luogo comune di Tenco come cantante tenebroso, malinconico, introverso, solitario. Certo, come lui amava dire «se sono di buon umore non scrivo canzoni, vado a farmi un giro», e questo è altrettanto vero della buona parte dei cantautori a cui la mia generazione si è affezionata, da Jackson a Cohen, soprattutto nei loro anni giovanili.

Gli struggimenti sentimentali, le asperità della vita, soprattutto da giovani, evidentemente lasciano il segno ancora di più, sono materia migliore per una canzone. Fatto sta che i classici di Tenco sono quasi tutti su questa falsariga, ma se si scorre lungo tutta la sua produzione, peraltro parecchio discontinua, fatta di alti e bassi non da poco, si scopre che di Tenco non c’è solo il cantore dello spleen esistenziale: ci sono canzoni che con un termine di allora si potrebbero definire di protesta, ci sono canzoni sociali e politiche, come anche canzoni ironiche, per esempio la “Ballata Sulla Moda”, una delle canzoni che la Rai – riammettendolo nel ’64 dopo due anni di censura – gli chiede per le otto puntate de “La Comare”, satira di costume e sul consumismo.

Ci sono quelle in cui definisce il (suo) ruolo dell’artista nella società, come “Io Sono Uno” e “Ballata dell’Arte”. E, al di là dei brani un po’ in stile della chanson, ci sono sonorità beat e jazzate, filastrocche e ballate folk. Molte di queste ora suonano – nei testi e nella musica – ingenue, acerbe, incomplete, ma nel suo canzoniere c’è una varietà che fa pensare alla voglia di aprire strade nuove, diverse, e di farlo dal nulla, come a creare un genere nuovo.

Questo un po’ per le tante influenze che in quel periodo circolavano nel suo gruppo di amici e di arrangiatori – valga per tutti Giampiero Boneschi che veniva dal jazz – ma anche perché Tenco è uno a cui piace cercare, sperimentare, usare stili diversi per raccontarsi: per cercare una sua identità, per capire cosa funzioni e cosa no per il pubblico, e molto anche per le sue origini.

Non nasce come “cantautore”, i suoi primi passi li fa come suonatore di clarinetto e sax in gruppi di vaga impronta jazzistica – nei Modern Jazz Group suonava anche il giovane De André alla chitarra elettrica (!) – lo strumento per comporre non è la chitarra ma il pianoforte, insomma non è un cantastorie, non ha quello stile a ballata che condizionerà tanti, De André e Guccini in testa, ma piuttosto e addirittura un crooner, un Nat King Cole all’italiana, ascoltate “Averti Fra le Braccia”.

Bisogna anche ricordarsi che lo stile musicale degli anni ‘50 da cui si sta uscendo è la cosiddetta musica leggera, con arrangiamenti molto tradizionali, orchestra dietro, cori femminili e sezioni d’archi, la rivoluzione dell’ecletticità del rock è ancora lontana. Anzi, il rimorso di non averne visto lo sviluppo negli anni ‘70 è proprio una crescita interrotta prima che lui si possa affacciare su qualcosa di diverso.

Tenco poi è un grande cantante, la sua maniera di arrotare le sillabe, di scandire le parole molto simile a quella dell’amico appena più giovane De André, una voce profonda da far vibrare i woofer – ascoltate “Quando” – sempre perfettamente intonata, capace di toccare corde emotive fuori del comune; oppure capace, come su “Io sono Uno” di usare con naturalezza un registro alto, potente e trascinante.

In quella chiacchierata a più voci del 2007 su “Il Mio Posto Nel Mondo”, Gianfranco Reverberi ricorda che «stiamo parliamo di uno che è stato veramente grande. Me ne sono reso conto anche recentemente, ascoltando uno di quei dischi di allora, di quelli che allora ci facevano ridere, che facevamo perché a noi piaceva cosi, anche se non vendevano, e quella a ben pensarci è stata la nostra forza. In quel disco ho sentito delle cose cantate da Luigi che bastano a farlo considerare un grandissimo cantante. Lui cantava come suonava il sax, con le inflessioni giuste, con il crescendo nel punto giusto, con una musicalità unica. Sono anni che non sento un cantante cantare così».

Ma la cosa forse più interessante di Tenco, guardando il suo percorso e rileggendo i racconti di chi c’era allora, è la dualità mai risolta – anche qui chissà come sarebbe andata, perché è chiaro che il successo prima o poi sarebbe arrivato, e grande – fra la sua natura e le sue aspirazioni. Fra arte e successo.

Da una parte c’è una grande fedeltà a sé stesso, alla propria sensibilità, a quello in cui credeva, e una distanza sospettosa nei confronti dell’industria e dei meccanismi – primordiali, allora, ma c’erano – dello show business.

Sempre Reverberi: «Luigi, fondamentalmente, era uno molto pulito, era uno che si commuoveva se succedeva qualcosa di grave anche a tremila chilometri di distanza. Secondo lui il mondo doveva essere fatto in una certa maniera e poiché questa maniera, in un certo periodo, coincideva con quello che diceva Marx, lui era vicino a Marx. Scriveva delle cose in un momento in cui non andava a vantaggio suo scriverle, perché significava mettersi dall’altra parte e, tanto per cominciare, essere bocciato in Rai. Però lui queste cose le faceva lo stesso perché ci credeva».

Ci voleva onestà intellettuale e coraggio per arrivare a essere censurato in Rai, allora l’unica fonte di visibilità. La morale di allora era bacchettona, non accettava trasgressioni e censurava cose che ora sembrano innocue, pratica poi continuata negli anni 70 con i cantautori tutti. Essere contro non era ancora popolare come è stato dopo, o com’è adesso con tante vie di comunicazione alternative. Ma Tenco se voleva dire una cosa, la diceva, non c’erano tanti spazi di mediazione. Era un ragazzo, a detta di tutti, con una grande sensibilità, perfino esagerata, uno per cui le cose negative erano terribili e quelle positive entusiasmanti.

Dall’altra parte non era uno che viveva nella sua torre d’avorio, non era il poeta che si accontenta di sé stesso e dei pochi che lo vogliono ascoltare. Era uno che al grande pubblico voleva arrivare, uno che il successo – magari alle sue condizioni – però lo inseguiva, forse anche perché era quello che vendeva meno dischi di tutta la nidiata di amici con i quali aveva condiviso il percorso. E questa è una bella motivazione. Da cui poi l’arrivo al Festival di Sanremo.

Sapeva che sarebbe stato funzionale a questo, anche se forse ne aveva sottovalutato i rischi, come gli aveva detto il patron della sua seconda Casa discografica, la Saar, quando Tenco gli aveva chiesto di sciogliere il contratto per andare alla grande RCA, con tutte le garanzie di crescita professionale e soprattutto promozionale.

Ma questo sarebbe successo alla fine del racconto. Gli inizi sono molto più incerti, anche se le idee ce le ha chiare da subito. Si iscrive a Ingegneria Elettronica per compiacere mamma Teresa, ma molla dopo due esami, vuole fare musica. I primi dischi chiede di pubblicarli con uno pseudonimo perché non vuol rovinarsi la nomea a Scienze Politiche e al Partito Socialista, da cui l’essere – come molti contestatori di sinistra – schedato dal SIFAR.

In quei primi 45 giri c’è un po’ di tutto, dal r’n’r di “Vorrei Sapere perché” al foxtrot di “Mi Chiedi Solo Amore” a “Mai” coi suoi coretti doo wop. Poi nel 1960 esce “Quando” e, come racconta Reverberi, a modo suo è un successo per tanti, tranne che per lui: «Aveva scritto una canzone stupenda, a casa mia, che si chiamava “Quando”. La canzone uscì e non sortì assolutamente niente. A quei tempi però gli editori sapevano lavorare, così la canzone fu stampata e mandata a tutte le orchestrine italiane, e tutte le orchestrine la adottarono perché era una canzone che funzionava, specie nel night. Nel giro di due tre mesi tutta l’Italia cantava “Quando”. Luigi era incazzato come una bestia, perché tutti conoscevano “Quando” ma nessuno sapeva chi era lui».

Nel 1962 viene chiamato da Luciano Salce per la parte di protagonista ne “La Cuccagna”, in cui canta “La Ballata dell’Eroe”, canzone anti-militarista dell’amico De André, una prima prova forse acerba su un tema che entrambi toccheranno in maniera più matura successivamente. Nel 1962 esce “Luigi Tenco”, il suo primo album per la Ricordi, inevitabilmente visto che Nanni Ricordi era stato il riferimento di tutto il gruppo dei genovesi.

Ci sono almeno tre canzoni importanti, che fanno anche capire la direzione presa, fatta di rottura degli schemi. La prima ha una musica meravigliosa (il clip è preso da “La Cuccagna”, Luigi al fianco di Donatella Turri):

«Mi sono innamorato di te
Perché non avevo niente da fare
Il giorno volevo qualcuno da incontrare
La notte volevo qualcosa da sognare

Mi sono innamorato di te
Perché non potevo più stare solo
Il giorno volevo parlare dei miei sogni
La notte parlare d’amore

Ed ora che avrei mille cose da fare
Io sento i miei sogni svanire
Ma non so più pensare
A nient’altro che a te

Mi sono innamorato di te
E adesso non so neppur io cosa fare
Il giorno mi pento d’averti incontrata
La notte ti vengo a cercare».

Forse 60 anni dopo potrà sembrare poca cosa, magari anche un trapper oggi potrebbe cantare con l’autotune che si è innamorato perché non c’aveva nulla di meglio da postare sui social, ma nel ’62 un testo così rompe lo schema della canzone d’amore, della rima baciata manieristica che convoglia l’illusione romantica. E’ anche un testo di un’onestà disarmante. Riporta sulla terra il rapporto di coppia. L’ho fatto per noia, e ora sono prigioniero, guarda la vita.

“Mi sono innamorato di te / perché non avevo niente da fare” per me è uno dei versi più belli del Novecento: l’amore come attività hobbistica per flâneurs”, gli oziosi gentiluomini di Baudelaire, ha scritto un altro genovese famoso e tagliente, Antonio Ricci: «Nella stessa situazione, anni dopo, Gaber si sarebbe fatto uno shampoo».

Ornella Vanoni ne farà una cover famosa, lei era l’interprete perfetta per Luigi, entrambi così veri, così sofferti e sfrontati, e la sua versione al femminile dell’innamorarsi «perché non avevo niente da fare» è per certi versi ancor più di rottura.

Lo stesso desiderio di parità, segnale che la donna cominciava a diventare autonoma almeno nella penna degli autori più moderni, si trova anche in altre canzoni del 33: in “Una Brava Ragazza” e “Io Sì”, entrambe censurate in Rai, parla di una ragazza ideale come addirittura quella che un uomo “dabbene” non sposerebbe mai.

Poi c’è “Angela”, un’altra iniezione di quotidianità, di sentimenti vissuti, non idealizzati, raccontati in modo crudo, doloroso, quasi disperato: qui si parla di una ragazza (reale, corteggiamento condiviso con Paoli, ognuno a dedicarle una canzone) capace di mollare lei, senza subire l’iniziativa maschile. Di ribellarsi, e vendicarsi, in un power play assolutamente irrituale per il tempo.

«Angela, Angela, angelo mio
Quando t’ho detto che voglio andarmene
Volevo solo vederti piangere
Perché mi piace farti soffrire

Volevo farti piangere
Vedere le tue lacrime
Sentire che il tuo cuore
È nelle mie mani

Ma tu stasera invece di piangere
Guardi il mio viso in un modo strano
Come se fosse ormai lontano

Ti prego, Angela, no, non andartene
Non puoi lasciarmi quaggiù da solo
Non è possibile che tutto a un tratto
Io possa perderti, perdere tutto».

E poi c’è “Cara Maestra”, che a modo suo è davvero una canzone rivoluzionaria, anche se dal suo incedere a marcetta non si direbbe. C’è un ribaltamento totale: l’autorità scolastica, ecclesiastica, politica messe in discussione. Una critica, che anticipa quel ’68 che Tenco non riuscirà a vivere, di quel senso dell’autorità che Bennato dieci anni dopo, in un’epoca già molto diversa, con meno indignazione e più sarcasmo riprenderà su accenti rossiniani con “In Fila Per Tre”:

«Cara maestra
Un giorno m’insegnavi
Che a questo mondo noi
Noi siamo tutti uguali

Ma quando entrava in classe il direttore
Tu ci facevi alzare tutti in piedi
E quando entrava in classe il bidello
Ci permettevi di restar seduti

Mio buon curato
Dicevi che la chiesa
È la casa dei poveri
Della povera gente

Però hai rivestito la tua chiesa
Di tende d’oro e marmi colorati
Come può adesso un povero che entra
Sentirsi come fosse a casa sua

Egregio sindaco
Mi hanno detto che un giorno
Tu gridavi alla gente
Vincere o morire

Ora vorrei sapere come mai
Vinto non hai, eppure non sei morto
E al posto tuo è morta tanta gente
Che non voleva né vincere né morire».

È il Tenco che cerca la giustizia, che si offende nel vedere l’ingiustizia sociale, spirituale, politica rovesciata ogni giorno sui poveri cristi. Gli varrà una bella sospensione dalla Rai per ben due anni. De André ha detto: «Il dato più certo che emergeva dalle canzoni di Luigi, soprattutto da quelle a sfondo sociale e, per chi lo conosceva bene, anche dal suo comportamento e dai suoi discorsi, era una sorta di orrore per l’ingiustizia: di solito però questo disgusto per l’ingiustizia, soprattutto sociale, era accompagnato da una ferma volontà di cambiare le cose e questo secondo dato, sicuramente positivo, era quello che lo faceva agire, scrivere canzoni, lo sollevava da un certo pessimismo di fondo, lo confortava di un certo ottimismo».

È anche una canzone che faceva parte del repertorio live dei Rokes, insieme a una cover di “Masters of War” di Dylan. Shel ricorda: «Sono molto orgoglioso di questa scelta perché, a differenza di praticamente tutti allora, noi con il successo immenso che avevamo in quel momento guardavamo non alle canzoni che arrivavano dall’estero ma piuttosto alla qualità poetica e in qualche modo rivoluzionaria di un cantautore ancora poco conosciuto ma italianissimo e innovativo! Negli anni Sessanta, secondo me, Luigi e Fabrizio De André sono stati i primi veri cantautori italiani, a rappresentare davvero la beat generation, un punto di rottura narrativa, ma anche – ed è forse più importante – concettuale. Paoli, Endrigo, Lauzi e gli altri erano importanti, ma in loro si sentiva ancora la musica del decennio precedente, la cultura pre-beat generation».

Nel ‘65 per la Jolly/Saar esce il secondo album, “Luigi Tenco” (stesso titolo del primo, che fantasia), che si apre con la dolcissima “Ho Capito Che Ti Amo”, fulminante per sintesi nella sua semplicità testuale, e l’unica di cui esiste una sorta di videoclip:

«Ho capito che ti amo
quando ho visto che bastava
un tuo ritardo per sentir
svanire in me l’indifferenza
per temere che tu non venissi più
Ho capito che ti amo
quando ho visto che
bastava una tua frase
per far sì che una serata come un’altra
cominciasse per incanto a illuminarsi».

L’album contiene anche una delle sue canzoni più conosciute, e più toccanti: è un figlio che parla alla madre, cerca di rincuorarla, di condividere con lei la speranza di un cambiamento nella propria vita. È la storia di Luigi e di mamma Teresa a cui era legatissimo, lei che si preoccupa di quell’ambiente di buffoni, lui che la rassicura che un giorno arriverà una svolta.

È stato detto anche che potrebbe essere scritta per il fratello Valentino, uomo a cui la vita professionale non sembrava sorridere mai e la cui moglie lo accoglieva sempre con comprensione. In entrambi i casi è famiglia, e vale come segno di orgoglio, tenacia, e condivisione della speranza:

«Quando la sera me ne torno a casa
Non ho neanche voglia di parlare
Tu non guardarmi con quella tenerezza
Come fossi un bambino che ritorna deluso
Sì, lo so che questa non è certo la vita
Che ho sognato un giorno per noi
Vedrai, vedrai
Vedrai che cambierà
Forse non sarà domani
Ma un bel giorno cambierà
Vedrai, vedrai
Non son finito, sai
Non so dirti come e quando
Ma vedrai che cambierà
Preferirei sapere che piangi
Che mi rimproveri di averti delusa
E non vederti sempre così dolce
Accettare da me tutto quello che viene
Mi fa disperare il pensiero di te
E di me che non so darti di più
Vedrai, vedrai
Vedrai che cambierà
Forse non sarà domani
Ma un bel giorno cambierà».

Nel 1966 Luigi pubblica il terzo e ultimo album, “Tenco”. Ha scelto di trasferirsi a Roma, alla RCA, in quel momento la potente casa di quasi tutta la musica leggera italiana, da Gianni Morandi e Rita Pavone ai Rokes e Patty Pravo. Ha voglia di affermarsi, ha scritto e cantato canzoni stupende, ma alle vendite e al successo di pubblico non è ancora arrivato.

Ma ha capito che per arrivare a più persone bisogna comprendere e assecondare i meccanismi della comunicazione industriale.

In un dibattito pre-sessantottino al Beat ’72 nel novembre del ’66 Tenco è incalzato da Oreste Scalzone e un pubblico di aggressivi suoi contestatori che gli rinfacciano di fare canzoni di finta protesta con lo scopo di arricchirsi (servo del potere, insomma), a cui replica con una lucidità e una visione straordinaria: «Se dentro le canzoni ci metto delle idee, queste si trasmettono con le canzoni, ed è necessario che io trovi la maniera per farlo con gli stessi strumenti della società a cui mi rivolgo. Altrimenti è inutile. Da noi la protesta contro la guerra non prende nessuno, non abbiamo il Vietnam. Ma possiamo protestare contro il clericalismo, l’affarismo, la corruzione, la mancanza di una legge sul divorzio, il qualunquismo, la burocrazia. E questa protesta non viene mai fatta. Preferiamo scimmiottare le proteste americane, cosa facilissima perché non c’è nessuno che si senta pizzicato quando gli dici che è sbagliato morire, viva la pace eccetera. Parlagli del divorzio, della mafia e di altre faccende che scottano, e allora vedrai la gente che si arrabbia e ti dà addosso. Io ho preso una strada che mi sembra buona e non la mollo. Vorrei avere un pubblico sempre più grande, immenso, tutto quello che con i mezzi industriali di oggi è possibile raggiungere. Esprimere certi stati d’animo, di disagio, di insofferenza, di insoddisfazione è già anche questa una forma di protesta. Io faccio delle canzoni parlando di determinate cose alle quali credo. Per i soldi… un po’ ne ho già fatti e spero di farne, ancora di più, capisci, perché uno coi soldi si sente più tranquillo, più libero».

Paolo Dossena, il suo nuovo produttore alla RCA: «Certo, era un artista “sfigato” che aveva voglia di affermarsi. Voleva cambiare, voleva popolarità, voleva fare prodotti di un certo tipo. La prima cosa che fece con la RCA era la sigla televisiva del programma col commissario Maigret, “Un Giorno Dopo l’Altro”, però anche quell’operazione deluse sia Tenco che la RCA, perché non ebbe nessun riscontro commerciale».

La sigla iniziale di Maigret, un enorme successo tv nell’interpretazione del grande Gino Cervi, con il suo finale fischiettato partiva subito dopo Carosello, quando si era già in pigiama pronti per il letto. Incredibile come quelli che ora sono superclassici allora non sortissero il successo sperato.

Giorgio Calabrese, paroliere sopraffino, anche lui parte del gruppo dei genovesi, sottolinea un dettaglio: «Era una canzone che mi aveva colpito molto, soprattutto “La nave ha già lasciato il porto e dalla riva sembra un punto lontano/ Qualcuno anche questa sera torna deluso a casa piano piano. C’era dentro tutta la malinconia del mare guardato dalla Foce. Un mare che non è il tuo, ti rendi conto che è una realtà sulla quale altri viaggiano, vagano, ma di cui non fai parte. È il tuo paesaggio, il tuo panorama ma non è ancora la tua vita».

È un album, al di là del rifacimento di “Vedrai Vedrai”, pieno di altre canzoni significative, ognuna delle quali, modo suo, contro le convenzioni. “Uno Di Questi Giorni Ti Sposerò”, ironia dolceamara sul vincolo borghese del matrimonio di apparenza:
«Un giorno di questi ti sposerò, stai tranquilla
Così la smetterai di darmi il tuo amore col contagocce
Un giorno di questi ti sposerò, stai tranquilla
Così la smetterai di rinfacciarmi quello che dice il mondo
Un giorno di questi ti giurerò d’amarti sino all’ultimo giorno
Ma tu sai già benissimo che non si può sapere cosa sarà domani

Un giorno di questi ti sposerò, stai tranquilla
Così tu avrai diritto di avere quelle cose
Che adesso io ti do soltanto perché t’amo, anche l’amore…».

“Se Sapessi Come Fai” che ribalta la prospettiva di “Angela” e a soffrire adesso è lui:

«Se sapessi come fai
A fregartene così di me
Se potessi farlo anch’io
Ogni volta che tu giochi col nostro addio
Se sapessi come fai
A esser sempre così certa che io
Dico, dico ma alla fine
Vengo poi sempre a pregarti
Non andar via
Vorrei che per un giorno solo
Le parti si potessero invertire
Quel giorno ti farei soffrire
Come adesso soffro io».

“E Se Ci Diranno”, perfetto esempio di canzone beat di protesta, di quella che vale anche 50 anni dopo:

«E se ci diranno
Che per rifare il mondo
C’è un mucchio di gente
Da mandare a fondo
Noi che abbiamo troppe volte visto ammazzare
Per poi dire troppo tardi che è stato un errore
Noi risponderemo
No no no no no no no
E se ci diranno
Che nel mondo la gente
O la pensa in un modo
O non vale niente
Noi che non abbiam finito ancora di contare
Quelli che il fanatismo ha fatto eliminare
Noi risponderemo
No no no no no no no
E se ci diranno
Che è un gran traditore
Chi difende la gente
Di un altro colore
Noi che abbiamo visto gente con la pelle chiara
Fare cose di cui ci dovremmo vergognare
Noi risponderemo
No no no no no no no…».

“Lontano Lontano”, eulogia della nostalgia, del desiderio di rimanere vivi nella memoria:

«…E lontano, lontano nel mondo
Una sera sarai con un altro
E ad un tratto, chissà come e perché
Ti troverai a parlargli di me
Di un amore ormai troppo lontano».

Soprattutto il suono dell’album è una novità. Gli arrangiamenti affidati al maestro Ruggero Cini sono diversi da prima, meno da musica leggera, i suoni più robusti, guardano al mercato americano, in quel momento all’avanguardia nelle tecniche di registrazione.

Tenco fra l’altro immagina una sintesi che non avrà mai il tempo di esplorare e di cui “Ciao Amore Ciao” è quasi un prototipo: un disco di musiche popolari del nostro paese, ma inciso con suoni moderni, americani. «Bisognerebbe prendere melodie tipiche italiane e inserirle in un sound moderno, come fanno i negri con i rhythm and blues o come hanno fatto i Beatles che hanno dato un suono di oggi alle marcette scozzesi, invece di suonare con la zampogna. In Italia si è vittime del provincialismo perché sanno apprezzare solamente quello che viene dall’estero».

Uno dei produttori presi a modello è Phil Spector, l’inventore del wall of sound che aveva già sperimentato con le sue protette, le Ronettes, con i Righteous Brothers di “You’ve Lost That Lovin’ Feelin”, con Ike & Tina Turner in “River Deep, Mountain High”.

È il tipo di produzione che viene applicata a quel brano che Luigi ha scritto, “Li Vidi Tornare”, una canzone contro la guerra, in cui immagina una ragazza che vede i soldati sfilare per il fronte.

È una canzone troppo forte per Sanremo, Tenco si convince o viene convinto a cambiarne il testo. Pensa allora, in stile pasoliniano, di parlare dello spaesamento dell’uomo del Sud di fronte al progresso e all’emigrazione, tema forte dell’Italia degli anni ‘60, sintetizzata in una frase fra le più geniali della nostra canzone d’autore, «Saltare cent’anni in un giorno solo/Dai carri dei campi agli aerei nel cielo».

Del resto Tenco il dono della sintesi e del visuale ce l’ha, fortissimo. La sera prima di partire per Sanremo, con Sergio Bardotti – paroliere anche lui di altissimo lignaggio, poi anche artefice della traduzione dei classici brasiliani – mette giù due righe di testo per la cover scelta per una delle nuove band inglesi d’importazione, Mal & the Primitives, “Yeeeh”: «I tuoi occhi sono fari abbaglianti/ e io ci sono davanti», un flash spettacolare. Partirà per il Festival senza neanche il tempo di firmare il bollettino SIAE.

A differenza di quello che pensan molti, Dossena incluso, “Ciao Amore Ciao” per me è una canzone sensazionale, ha tutto: un testo bellissimo, un ritornello indimenticabile, un’interpretazione densa ed emotiva, una produzione “alla Spector” gonfia di suono e potentissima:

«La solita strada, bianca come il sale
Il grano da crescere, I campi da arare
Guardare ogni giorno
Se piove o c’è il sole
Per saper se domani
Si vive o si muore
E un bel giorno dire basta e andare via
Andare via lontano
A cercare un altro mondo
Dire addio al cortile
Andarsene sognando
E poi mille strade grigie come il fumo
In un mondo di luci sentirsi nessuno
Saltare cent’anni in un giorno solo
Dai carri dei campi
Agli aerei nel cielo
E non capirci niente e aver voglia di tornare da te
Ciao amore
Ciao amore, ciao amore ciao
Ciao amore
Ciao amore, ciao amore ciao
Non saper fare niente in un mondo che sa tutto
E non avere un soldo nemmeno per tornare
Ciao amore
Ciao amore, ciao amore ciao
Ciao amore
Ciao amore, ciao amore ciao».

Non ci sono le immagini televisive della sua esibizione, censura o quel che sia son sparite. 50 anni dopo è ricomparsa la registrazione radiofonica dell’Eurovisione.

Dicono che ha bevuto e preso psicofarmaci, che lo sguardo – quel poco di sguardo, perché la canta quasi tutta ad occhi chiusi, pugni serrati, il ritmo del canto ritardato – è lontano, assente. Il giorno dopo, Luigi Tenco non c’è più.

Certo, aveva ragione lui, maledette giurie che per decenni non han capito nulla a Sanremo, forse combinate, come molti sostenevano. Sicuramente allineate e impermeabili al cambiamento. Ma il vero delitto artistico è stato che oltre alla sua vita, quel ragazzo bello e dal volto adulto, «con qualcosa di enigmatico nello sguardo e nel sorriso» come diceva Shel, talentuosissimo e convinto del suo valore ma non temprato abbastanza da avere abbastanza pazienza, o almeno indifferenza, ha sottratto a sé e a tutti un pezzo di futuro dalla musica italiana.

Il suo amico fraterno Fabrizio al ritorno dal funerale gli dedica una instant song commovente che, come sarà tante volte dopo, ha una angolazione diversa da tutti. “Preghiera in Gennaio”, ispirata alla poesia di Francis Jammes “Prière pour aller au Paradis avec les ânes”, come sarà anche ne “La Buona Novella” con i Dieci Comandamenti, ribalta il senso religioso comune del suicidio, trasformando il peccato in pietà, il gesto estremo in metafora delle nostre mortali incomprensioni:

«Lascia che sia fiorito
Signore, il suo sentiero
Quando a te la sua anima
E al mondo la sua pelle
Dovrà riconsegnare
Quando verrà al tuo cielo
Là dove in pieno giorno
Risplendono le stelle

Quando attraverserà
L’ultimo vecchio ponte
Ai suicidi dirà
Baciandoli alla fronte
Venite in Paradiso
Là dove vado anch’io
Perché non c’è l’inferno
Nel mondo del buon Dio

Fate che giunga a Voi
Con le sue ossa stanche
Seguito da migliaia
Di quelle facce bianche
Fate che a voi ritorni
Fra i morti per oltraggio
Che al cielo ed alla terra
Mostrarono il coraggio
Signori benpensanti
Spero non vi dispiaccia
Se in cielo, in mezzo ai Santi
Dio, fra le sue braccia
Soffocherà il singhiozzo
Di quelle labbra smorte
Che all’odio e all’ignoranza
Preferirono la morte
Dio di misericordia
Il tuo bel Paradiso
L’hai fatto soprattutto
Per chi non ha sorriso
Per quelli che han vissuto
Con la coscienza pura
L’inferno esiste solo
Per chi ne ha paura
Meglio di lui nessuno
Mai ti potrà indicare
Gli errori di noi tutti
Che puoi e vuoi salvare
Ascolta la sua voce
Che ormai canta nel vento
Dio di misericordia
Vedrai, sarai contento
Dio di misericordia
Vedrai, sarai contento».

È la prima canzone del primo album di inediti di De André. Un inizio simbolico, un passaggio di testimone, di compito, di scopo, per innalzare la canzone al ruolo di canzone d’autore. Luigi, “il poeta dalle mille parole”, non potrà partecipare fino in fondo a questo rinnovamento. Ha mostrato la strada, e di questo non possiamo che essergliene infinitamente grati, sempre e per sempre.