
Il Parlamento europeo si appresta a celebrare la sua sessione plenaria di novembre a Strasburgo, con una novità rispetto ai mesi precedenti. Agli eurodeputati è richiesta la partecipazione in presenza, nonostante l’aumento dei contagi da Covid19 in tutta Europa. Per questo motivo, cresce la protesta fra lo staff e i membri e dell’Eurocamera, molti dei quali considerano inutile e pericoloso lo spostamento di migliaia di persone per raggiungere la città francese.
All’arrivo della pandemia nel febbraio 2020, il Parlamento europeo aveva istituito una serie di misure di contenimento del contagio, arrivando a cancellare la maggior parte degli incontri in presenza dei suoi membri e sospendere i viaggi a Strasburgo. Per 15 mesi, da marzo 2020 a maggio 2021, le sessioni plenarie si sono svolte nell’emiciclo di Bruxelles con un sistema ibrido: agli eurodeputati era concesso collegarsi in remoto dalle sedi di rappresentanza dell’Eurocamera nei rispettivi Paesi. Questa possibilità è rimasta anche dopo il ritorno alla sede francese, avvenuto per la prima volta, non senza polemiche, lo scorso giugno.
Alla fine di ottobre, però, le regole sono cambiate: dibattiti e votazioni devono svolgersi nuovamente in forma presenziale e persino il distanziamento fisico in aula non è più obbligatorio. Al rilassamento delle norme interne è corrisposto un irrigidimento dei controlli all’ingresso: dal 3 novembre si può entrare negli edifici del Parlamento comunitario soltanto con un Certificato Covid Ue, che attesti vaccinazione completa, guarigione dalla malattia o un test molecolare effettuato entro le 48 ore precedenti. Nella seconda settimana del mese, la sede di Bruxelles ha registrato l’arrivo, per una plenaria ridotta, di quasi 600 europarlamentari su 705: un numero molto vicino a quelli delle sessioni pre-Covid.
La protesta parlamentare
Una partecipazione simile anche a Strasburgo, comporterebbe la presenza di circa 3mila persone, fra europarlamentari, assistenti e funzionari dell’istituzione: probabilmente il maggior affollamento in un’istituzione comunitaria dallo scoppio della pandemia. Il rischio di concentrare per quattro giorni nello stesso edificio un numero così alto di persone, mentre fra il personale del Parlamento sono stati segnalati quasi cento casi, non sembra ad alcuni eurodeputati un comportamento responsabile. La protesta più nutrita parte da una lettera formale di Daniel Caspary e Angelika Niebler, autorevoli membri di Cdu e Csu che chiedono al presidente dell’Eurocamera David Sassoli il ripristino delle modalità di lavoro precauzionali (Covid Working Regime) il più presto possibile. La richiesta è stata sottoscritta da 177 colleghi, di varie nazionalità e gruppi politici: più di un quarto del totale dei parlamentari.
«Mettere 705 deputati nella stessa aula non rispetta nessuna norma di prudenza sanitaria. Veniamo tutti da Paesi diversi, il rischio mi pare davvero eccessivo. Credo che il Parlamento, volente o nolente, sarà costretto ad adattarsi», dice a Linkiesta Sergio Berlato di Fratelli d’Italia, secondo cui «il sistema del voto a distanza è stato ben rodato in questo anno e mezzo di pandemia». A sorprendere sono anche i tempi della riapertura, quando diversi Paesi stanno invece introducendo di nuovo misure restrittive. «Ritengo un po’ surreale che proprio adesso il Parlamento abbia deciso di riprendere tutte le attività in presenza. L’Europa del Nord è nel pieno della quarta ondata e pure il Belgio ha annunciato nuove regole molto severe», sottolinea Berlato.
Diversi eurodeputati rimarcano anche la discutibile coerenza delle misure anti-contagio del Parlamento, il cui Segretariato generale ha appena imposto il telelavoro per tutti i funzionari che abbiano mansioni con esso compatibili. Questa scelta si allinea alle nuove raccomandazioni del ministero della salute belga sul lavoro a distanza, ma sembra in contraddizione con l’obbligo per gli eurodeputati di recarsi fisicamente nel luogo del dibattito. Per Rosa D’Amato del gruppo Verdi/Ale è in atto un controsenso pericoloso: «Prima il Parlamento introduce il Certificato Covid e poi obbliga 705 eurodeputati a recarsi a Strasburgo dai diversi angoli dell’Ue per votare tutti insieme nella stessa aula, ma anche a presenziare ai lavori delle commissioni parlamentari a Bruxelles. Finora abbiamo scelto se lavorare in presenza o da remoto e non vedo perché non si possa continuare a farlo».
Un viaggio superfluo
Per Rosa D’Amato lo spostamento di massa a Strasburgo è inutile, rischioso e dannoso anche per l’ambiente, dato che un’eventuale sessione in presenza potrebbe essere celebrata nella sede di Bruxelles, dove del resto si svolge gran parte del lavoro abituale dei membri della camera. In tanti concordano: «Si raggiunge Strasburgo quasi sempre dopo aver fatto scalo in un altro aeroporto e aver preso un treno, un taxi o un autobus per arrivare fino alla sede del Parlamento. È chiaro che il rischio di contagio è maggiore», afferma a Linkiesta l’eurodeputato di Forza Italia Aldo Patriciello.
Proprio il suo gruppo politico, il Partito popolare europeo, ha di recente rinviato il congresso in programma a Rotterdam a causa della crescita dei casi di Covid19. Ma quando si tratta della sede dell’Eurocamera, «i fattori di carattere politico sono più forti del buon senso», spiega invece Sergio Berlato, citando le forti pressioni del governo francese per ripristinare le sessioni plenarie nella città alsaziana anche durante i periodi più acuti della pandemia.
A pochi giorni dall’inizio della sessione, l’eventuale decisione di modificarne le modalità di svolgimento spetta al presidente del Parlamento, che in risposta alle proteste ha incontrato in maniera informale diversi leader dei gruppi politici. David Sassoli dovrebbe presentarsi in aula proprio il 22 novembre, dopo due mesi di assenza per una polmonite da legionella: forse si aspettava un ritorno al lavoro meno problematico.