EuroBubblePerché gli eurodeputati non vogliono tornare (ancora) a Strasburgo

Dopo oltre un anno di assenza, la sessione plenaria del Parlamento europeo di giugno si dovrebbe tenere nella città francese. Ma i parlamentari protestano perché considerano il provvedimento frettoloso, discriminatorio e rischioso per l’incolumità dello staff. Inoltre dovrebbero fare una settimana di isolamento fiduciario al ritorno a Bruxelles. Le autorità francesi hanno comunicato che vaccineranno chi vorrà, si legge in una nota interna visionata da Linkiesta

LaPresse

Il circo è in città. Forse. La più classica delle carovane della EuroBubble, la trasferta del Parlamento europeo che una volta al mese si trasferisce a Strasburgo per quattro giorni di sessione plenaria, si materializza di nuovo nel calendario. E anche questo, a suo modo, è un segno del graduale ritorno alla normalità, dopo 15 mesi in cui il rito laico della transumanza Ue è stato sospeso, con un’attesa è stata cadenzata dai toni funebri dei francesi – rappresentanti di governo in testa – a ricordare come, nonostante lo stop, Strasburgo sia ancora «la capitale d’Europa» e la legittima sede dell’Europarlamento prevista dai Trattati.

Adesso, pur con un manuale di utilizzo molto dettagliato su come gestire lo spostamento, con la plenaria del 7-10 giugno all’orizzonte, fra i banchi virtuali dei parlamentari europei monta la polemica. Una folta schiera che, nonostante tutte le misure a garanzia, considera il provvedimento troppo frettoloso, discriminatorio e rischioso per l’incolumità dello staff chiamato a percorrere la tratta Bruxelles-Strasburgo e ritorno. La decisione potrebbe essere ridiscussa durante la conferenza dei presidenti dei gruppi parlamentare (la CoP) di giovedì 3 giugno. 

Per provare a rasserenare il clima (e strizzare l’occhio a chi in Belgio è ancora in lista d’attesa), intanto, le autorità francesi – avendo ormai aperto le somministrazioni senza limiti d’età – hanno comunicato che vaccineranno deputati e staff che lo vorranno, si legge in una nota interna visionata da Linkiesta.

Ma andiamo con ordine. Perché una comunicazione dalle risorse umane del Parlamento ha, qualche giorno fa, recapitato a eurodeputati e staff istruzioni dettagliate sulle modalità del viaggio di lavoro (solo un assistente per ufficio, ad esempio): con sé occorrerà avere non soltanto un certificato che indica che si svolgono funzioni essenziali (o che si è membri eletti dell’Assemblea), ma anche il Passenger Locator Form, una dichiarazione giurata in cui si attesta di non avere i sintomi dell’infezione e un tampone molecolare effettuato 72 ore prima dell’arrivo in Francia (per cui sono a disposizione i centri di test interni al Parlamento, in entrambe le sedi). Fin qui il malloppo di documenti. A render tutto ancor più surreale è il fatto che durante la plenaria in Francia cambiano pure – anche se di poco – le regole relative al coprifuoco: dal 9 giugno non sarà più dalle 21, ma dalle 23. Insomma, una birra alla Petite France è fatta salva; e per la serata conclusiva pure un paio di flammekueche all’aperto. 

È al ritorno nel cuore della capitale belga che arrivano le sorprese: i fortunati dovranno infatti seguire le regole particolarmente ferree in vigore, che – con minime modifiche da Natale – prevedono l’ingresso previo tampone molecolare negativo, una settimana di isolamento fiduciario, e quindi sottoporsi a un secondo test. In pratica, una clausura (poco) volontaria per aver avuto l’ardire di mettere piede a Strasburgo per lavoro.

Queste, perlomeno, le regole per chi viaggia in treno ad alta velocità, che è il mezzo canonico con cui si muove la carovana parlamentare il lunedì mattina e il giovedì pomeriggio. Tutt’altro che velatamente, però, l’amministrazione suggerisce di muoversi in macchina, perché non ci sono controllo alla frontiera franco-belga: vetture del Parlamento sarebbero in questo caso a disposizione, e per l’occasione ogni deputato potrà portare con sé anche un collaboratore.

«Sappiamo che il Parlamento europeo tornerà a tenere la plenaria a Strasburgo non appena le condizioni lo consentiranno; ma per il momento non sembra essere questo il caso», è la sentenza della capogruppo dei socialisti e democratici (S&D) Iratxe García Perez, la seconda formazione dell’Aula, secondo cui, benché il Parlamento sia pronto a tenere la sessione in formato ibrido con partecipazione da remoto, “avrebbe comunque più senso posticipare a luglio, quando più persone saranno state vaccinate con entrambe le dosi e le restrizioni revocate”. García Perez partirà, da leader del gruppo, ma non farà pressione sui suoi colleghi perché la seguano.

Prima che fosse la stessa famiglia politica del presidente del Parlamento David Sassoli a puntare a puntare i piedi pubblicamente, a esprimere il malcontento era stata, attraverso i canali interni, l’eurodeputata lituana del centrodestra Rasa Juknevičienė. La popolare aveva scritto a Sassoli lamentando che la scelta di tornare a Strasburgo “è frettolosa e mette lo staff del Parlamento europeo di fronte a rischi inutili”. Ripristinare la trasferta per la plenaria già a giugno, «vuol dire che un numero alto di membri dello staff dovrà viaggiare senza aver ricevuto il vaccino».

Il fatto che, una volta rientrati a Bruxelles, gli sfortunati viaggiatori dovranno poi essere soggetti a una quarantena di sette giorni, preceduta e seguita da un tampone molecolare negativo, fa dire a Juknevičienė che così «si turbano anche le vite dei familiari di chi lavora in Parlamento». La ripresa dei viaggi tra le due sedi del Parlamento non dovrà avvenire se non «una volta che tutti saranno stati immunizzati e i viaggi da e per la Francia non saranno più soggetti a limitazioni». L’apprezzamento per l’iniziativa della pediatra lituana è cresciuto nel fine settimana, con il sostegno espresso da vari europarlamentari, dalla destra dell’Ecr alla sinistra di The Left. E nel religioso silenzio delle principali delegazioni francesi. Intanto, la Twittersfera ci regala i suoi meme a tema.

Se il corteo dell’Eurocamera non può fare la spola con agilità fra le due sedi, è in parte dovuto anche ai ritmi differenziati con cui si sta muovendo il certificato digitale Ue Covid-19. L’infrastruttura a sostegno della piena funzionalità del pass è operativa dal 1° giugno; gli Stati possono connettersi, ma a parte qualche eccezione (come la Grecia che ha battuto tutti sul tempo), gli Stati temporeggiano prima dell’emissione dei certificati. I viaggi in apertura di stagione tardo-primaverile/estiva, quindi, finiscono intrappolati in una terra di nessuno, in cui non solo non c’è interoperabilità fra i diversi certificati nazionali, e in qualche caso neppure per far riconoscere l’avvenuta vaccinazione al proprio Paese, una volta che si rientra dall’estero.

Dall’esplosione della pandemia, le trasferte mensili a Strasburgo per la plenaria del Parlamento europeo sono state sospese (e con esse anche il generoso apparato di diarie connesso): l’imponente sede del capoluogo alsaziano è tornata sotto i riflettori solo in due momenti (e mezzo, se si abbuona la trasferta di settembre pianificata e poi saltata sulla cresta della seconda ondata). Il primo, a dicembre, in occasione dell’ultima plenaria dell’anno, aperta simbolicamente da Sassoli a Strasburgo, mentre i colleghi erano collegati da Bruxelles o dalle proprie abitazioni. La seconda occasione è stata il lancio formale della Conferenza sul futuro dell’Europa, il dibattito lungo un anno che vuole coinvolgere i cittadini nel ripensamento di ciò che fa l’Unione, che in Alsazia tornerà a far tappa a metà mese.

Una riforma dal basso che, secondo molti (in Parlamento c’è ad esempio un gruppo di pressione trasversale attivo da tempo), dovrebbe includere pure la fine del dogma delle multiple sedi di lavoro per l’istituzione che rappresenta mezzo miliardo di cittadini. Il tema è fumo negli occhi per l’Eliseo e la classe politica d’Oltralpe: basti pensare che ancora qualche anno fa, Parigi – spalleggiata dal Lussemburgo (terza e ultima sede ufficiale del Parlamento europeo) – aveva fatto ricorso davanti alla Corte di Giustizia per chiedere l’annullamento dell’approvazione del bilancio Ue 2017 dal momento che il voto s’era svolto durante una mini-plenaria a Bruxelles, anziché nell’Aula di Strasburgo. I giudici, in quel caso, riconobbero però l’esistenza di esigenze imperative e diedero ragione al Parlamento. Intanto, per ripensare i metodi di lavoro dell’Assemblea e della democrazia rappresentativa dopo la pandemia, Sassoli ha creato alcuni gruppi tematici: il tabù Strasburgo è destinato a far capolino anche lì.

 

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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