Verbali Open sourceCon la riforma della presunzione di innocenza non è cambiato nulla

I garantisti della maggioranza sono ingenui e non capiscono che ogni volta che si introduce una misura di civiltà in campo giudiziario ecco che i fan della gogna (e i loro house organ) cercano una contromisura, sfruttando i punti deboli delle norme, come l’articolo 114 del codice di procedura penale. Il caso Renzi ne è la conferma

Roberto Monaldo/LaPresse

Neanche il tempo di esprimere la doverosa soddisfazione per lo strombazzato varo del decreto legislativo sulla presunzione di innocenza che la vicenda che coinvolge Matteo Renzi e la fondazione Open ci richiamano alla dura realtà dello sputtanamento perenne dell’imputato a mezzo verbali giudiziari sapientemente distribuiti.

Il recente provvedimento del governo Draghi, attuativo di una specifica direttiva europea ormai vecchia di anni, prevede che «è fatto divieto alle autorità pubbliche di indicare pubblicamente come colpevole la persona sottoposta a indagini o l’imputato fino a quando la colpevolezza non è stata accertata con sentenza o decreto penale di condanna irrevocabili».

Ogni comunicazione verso la pubblica opinione è riservata al procuratore capo «solo quando è strettamente necessaria per la prosecuzione delle indagini o ricorrono altre rilevanti ragioni di interesse pubblico» che peraltro egli dovrà indicare e motivare per iscritto.

Spiace deludere l’ottimo deputato Enrico Costa, fautore strenuo della legge che pure si spera porrà rimedio alle indecenze delle conferenze stampa messianiche dei vari procuratori che denunciano la “liberazione” di pezzi del Paese dai fenomeni criminali, ma lo stillicidio dei verbali dell’indagine fiorentina sulla fondazione Open dimostra che le contromisure della solita compagnia giustizialista e forcaiola sono ancora in vigore e la renderanno inutile.

Sui vari house organ delle procure sono stati ampiamente pubblicati i contenuti dei verbali delle indagini condotte dalla Guardia di Finanza sotto la direzione della procura di Firenze sui conti della Fondazione Open, ivi compresi conti correnti personali e mail dei vari indagati, tra cui Renzi, sospettati di elusione della legge sul finanziamento pubblico dei partiti.

Tali atti, va subito precisato, non sono coperti dal segreto perché depositati per i difensori e dunque, secondo una corrente e prevalente interpretazione dell’articolo 114 del codice di procedura penale, come tali pubblicabili. Qualche mese fa, questo giornale è stato facile profeta nell’indicare che senza la modifica di uno degli articoli più ambigui e peggio scritti del codice, proprio il 114, anche l’applicazione della nuova direttiva sarebbe servita a poco.

È quello che sta succedendo: forse in futuro avremo commenti agli arresti più sobri e qualche nickname meno evocativo per le inchieste più importanti che secondo il decreto del governo non potranno essere battezzate con «denominazioni lesive della presunzione di innocenza», qualsiasi cosa ciò voglia dire, ma basterà anticipare agli organi fidati il contenuto di indagini non ancora conosciute dagli indagati né sottoposte al vaglio di un giudice per ottenere lo stesso effetto di indebito indirizzo di un processo.

Un’autorevole corrente di pensiero sostiene che, poiché lo stesso articolo 114 prescrive che «se si procede al dibattimento, non è consentita la pubblicazione, anche parziale, degli atti del fascicolo per il dibattimento , se non dopo la pronuncia della sentenza di primo grado, e di quelli del fascicolo del pubblico ministero, se non dopo la pronuncia della sentenza in grado di appello», il segreto venga meno solo per le parti e sia da mantenere per il pubblico, almeno sino a che le prove non siano mostrate al giudice.
È la teoria mutuata dal diritto anglosassone della virgin mind del giudice che dovrebbe arrivare al dibattimento avvolto da un “velo di ignoranza” sul contenuto degli atti.

In Inghilterra e negli Stati Uniti è una cosa seria e le violazioni sono punite severamente fino all’invalidazione degli atti di indagine. Invece, in Italia il giudice arriva al processo già reso edotto di cosa vi troverà e quando alla verifica del dibattimento troverà ridimensionato il materiale di accusa che gli è stato presentato come granitico, dovrà affrontare l’opinione pubblica che non capirà decisioni finali che smentiscono le verità diffuse sui media con conseguente pioggia di critiche cui non sempre si ha la forza di sottostare.

Basta pensare a cosa diffondono le redazioni televisive di programmi dedicati al gossip giudiziario in chiave colpevolista, ma il fenomeno della pubblicazione di atti, intercettazioni, pedinamenti e foto delle indagini, sapientemente distillati, costituisce la più clamorosa e radicale smentita al principio della presunzione di non colpevolezza sicché la legge appena approvata rischia di essere solo un palliativo di una patologia grave.

Resta da chiedersi come mai i garantisti presenti in Parlamento e nella compagine di governo continuino a commettere le solite ingenuità, a disattendere ciò che studiosi e avvocati denunciano da tempo. La risposta è altrettanto nota. Nel Ministero di Giustizia, negli uffici legislativi del governo e delle commissioni sono presenti in misura schiacciante magistrati che rappresentano la loro esclusiva visione culturale, con le ricadute che si vedono nella maggior tutela concessa al ruolo degli inquirenti rispetto a quello della difesa.

Lo stesso fenomeno si osserva anche nelle commissioni che il ministro Marta Cartabia ha nominato per realizzare la sua riforma penale: sono cinque, dirette da tre eminenti magistrati ex presidenti della suprema Corte di Cassazione e della Consulta che hanno creato, governato e regolato la giurisprudenza penale degli ultimi venti anni, più due illustri docenti universitari tutti lontani da tempo dalle aule di giustizia, per via degli alti incarichi, della pensione e della condizione di puri studiosi di due dei tre docenti.

Con loro ci sono una cinquantina di giuristi, di cui soltanto sei avvocati: un evidente squilibrio che suscita un qualche legittimo interrogativo sull’adeguata valutazione delle esigenze di garanzia dei cittadini sottoposti a processo. Fino a che questa discriminazione culturale e intellettuale non verrà colmata, sarà difficile pensare a un reale cambiamento.

Ovviamente c’è da augurarsi che non sia così, ma c’è un problema di fondo nella cultura giuridica di questo Paese che va corretto prima di tutto dalla politica, altrimenti è inutile lamentarsi, perché ne avremo altri di casi come quello di Renzi o di Luca Morisi.