Il Trattato del QuirinaleIl nuovo sovranismo dei francesi frena l’Europa, dice Romano Prodi

«Ancora una volta c’è un aspetto della Francia profonda che rallenta la corsa» europea, spiega l’ex premier. «Che per motivi di politica interna un uomo come Michel Barnier metta delle piccole zeppe perché è entrato in una situazione pre-elettorale, mi colpisce»

(LaPresse)

Romano Prodi, ex presidente del Consiglio e della Commissione europea, nel suo ultimo libro racconta l’Europa attraverso cento immagini. E nelle ore in cui Emmanuel Macron è a Roma per la firma del Trattato del Quirinale, in un’intervista alla Stampa dice che a preoccuparlo è la nuova ondata di sovranismo francese che sta emergendo in vista delle prossime elezioni per l’Eliseo.

Con la firma dell’accordo, Italia e Francia daranno vita a nuova «cooperazione bilaterale rafforzata» tra i due Paesi. Nel concreto, Roma e Parigi si consulteranno periodicamente, anche prima di ogni Consiglio europeo, per determinare un’agenda comune, e terranno un vertice governativo bilaterale ogni anno. «Italia e Francia insieme per un’Europa più forte», ha detto ieri Macron, che ha incontrato Draghi e Mattarella.

Ma se l’Europa dei sovranisti sta arretrando, spiega Prodi, «ma quello che mi preoccupa è un rigurgito di sovranismo in Francia. Che per motivi di politica interna un uomo come Michel Barnier metta delle piccole zeppe perché è entrato in una situazione pre-elettorale, mi colpisce. Sa bene che il diritto europeo deve stare sopra quello degli Stati, sennò si sfascia tutto. Ancora una volta c’è un aspetto della Francia profonda che rallenta la corsa». Proprio come fu per la Costituzione europea: «Ho visto molte volte la Francia governare con lo specchietto retrovisore. E invece ora bisogna definire una volta per tutte i confini dell’Europa: entrino Albania, Serbia e gli altri Paesi della ex Jugoslavia. Poi basta. La Turchia ha scelto un’altra strada».

E sull’allargamento a Est, con tutto quello che sta accadendo nei Paesi dell’ex blocco sovietico, dice però di non essersi pentito: «A parte che i treni della storia passano una volta sola, si immagini oggi una Polonia uguale all’Ucraina. Il dramma delle tensioni che ci sono oggi con Polonia e Ungheria è estremamente inferiore rispetto a quel che sarebbe successo senza l’allargamento. Quando vedo che a Versavia c’è un governo che fa tutti i dispetti possibili, ma i sondaggi scoprono che il 90% dei polacchi dice sì all’Unione, penso che queste tensioni siano fortemente negative, ma temporanee. E il disegno europeo invece sano e permanente. Anche se non passerei il mio tempo libero con Katczynski e Orban».

Resta la questione immigrazione, che l’Europa non riesce ad affrontare. «Sono d’accordo con Ursula von der Leyen: non possiamo noi europei finanziare muri», dice Prodi. «Davanti a quel che accade in queste ore, anche nella Manica, spero che i Paesi del Nord si accorgano finalmente che l’immigrazione è un problema di tutti e cambino le regole di Dublino».

Prodi appoggia la proposta della coalizione tedesca di dare la cittadinanza agli immigrati dopo tre anni: «Ho sempre pensato che sull’immigrazione bisognasse aprire e nello stesso tempo tranquillizzare il nostri cittadini, per questo avrei cominciato da tempo a intervenire gradualmente, a partire dallo ius culturae. Conosco ragazzi che sono raffinati tecnici, lavorano qui da molti anni, poi scopro che non hanno la cittadinanza. Che senso ha?».

Sul fronte italiano, con i partiti in agitazione per l’elezione del presidente della Repubblica, Prodi dice che il Pd non potrà «dare le carte». Mentre sui Cinque Stelle è scettico. «Ho interpretato le ultime comunali come un esperimento e tutto sommato la ritengo un’alleanza possibile. Ma in alcuni processi di cambiamento i Cinque stelle devono fare grandi passi avanti. Pensavo che dopo l’uscita di Di Battista il processo accelerasse», spiega. «Pensavo fosse entrato in una fase di revisione e che questo avrebbe accelerato tutto, ma è un percorso ben più lento. Se ci sono nuove scissioni, il Movimento è finito. Se si dividono ancora, vanno a finire in nulla».

La situazione di Renzi, invece, «è molto difficile. Da solo non può stare, col Pd fa a botte quotidianamente. È la sua vita che l’ha portato a destra. Se rompi, rompi, rompi… c’è stato un attimo in cui progettava di dar vita a un centro moderato, poi si è messo a litigare anche con quel poco di centro che c’è!». E Carlo Calenda? «È molto più empirico. Quando non si infuria, per i contenuti, sembra un alleato naturale del Pd. Ma per lui c’è il problema dei Cinque stelle. Ecco cosa: è bravo, ma impaziente. In politica la pazienza è fondamentale».

Sull’ipotesi di Berlusconi al Quirinale, dice: «È un suo legittimo desiderio, ma se anche Berlusconi imparasse a contare, capirebbe che non è realizzabile».

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