Pronunciare lungo i bordiLa permalosità dei romani e l’incomprensibile strascicato di Zerocalcare

Per dovere sociale ho visto la prima puntata della serie Netflix di cui parlano tutti. E ho trovato la conferma che a Roma pensano davvero che quello scempio della logopedia sia italiano corretto

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Mi sono persa tutto il dibattito culturale su Parasite, e quindi non so se all’epoca qualcuno avesse detto che certo, non fosse stato dialogato in una lingua così ostica, avrebbe incassato ancora più soldi; e se a quel qualcuno i coreani offesi avessero risposto ma come ti permetti, il coreano lo capiscono tutti. Confesserei d’averlo all’epoca visto sottotitolato, non temessi che qualche coreano di Roma (ce ne saranno, no?) s’adontasse.

La prima volta che ho capito che esistevano le lingue straniere ero alle elementari, seduta sul tappeto del salotto, a guardare con mia madre l’ultimo ritrovato della tecnologia: nastri vhs. Giacché il lettore ce l’avevano ancora in pochissimi, non esistevano aziende italiane che producessero cassette di film. Il negozio di elettrodomestici davanti a casa nostra smerciava nastri artigianali (non ho mai capito come ottenesse i film). La confezione era di cartoncino bianco, il titolo era scritto a penna. I primi a entrare in casa furono E.T., My Fair Lady, Ricomincio da tre, e le commedie di Eduardo (quindi nel Novecento il teatro già veniva filmato: pensa te, che modernità). Non ricordo se mia madre stesse guardando Troisi o De Filippo, quando mio padre passò da quella stanza, diede un’occhiata schifata al televisore, e disse: io non capisco una parola.

Sì, lo so: poderosa metafora dell’incomunicabilità matrimoniale tra un brianzolo e una molisana, anticipo di Vita mortale e immortale della bambina di Milano, ma a sessi invertiti. Nel romanzo di Domenico Starnone (lo pubblica Einaudi) è la bambina milanese a esprimersi correttamente, e l’io narrante dell’autore ad avere quei favolosissimi dialoghi con la nonna terrona, «un giorno che mi sentivo triste e le avevo chiesto: commesefàammurí. Lei, che stava spennando la gallina appena uccisa con un gesto brusco e una smorfia disgustata, mi aveva risposto distrattamente: temiéttestisentèrrennúnrispíricchiú. Avevo chiesto: chiú? Aveva detto: chiú».

Ma ci stiamo distraendo, non vorrei che perdessimo di vista la piccina – non quella di Starnone, la piccina me. Quella che, sebbene nata e cresciuta in terra di tortellini, era poliglotta senza saperlo.

La prima volta che ho capito che esisteva la dizione, avevo appena iniziato il liceo. Un amico mi disse immusonito che mi aveva citofonato (in quegli anni ci si presentava a casa altrui con una disinvoltura che mi vengono i brividi a ripensarci) e gli avevano detto che non c’ero. «Mi ha risposto una napoletana: mi prendi per il culo?». Ero impreparata a questa vibrante accusa, ma abbastanza certa di non convivere con napoletani. Chiesi a papà. «Ma la mamma ha l’accento napoletano?» «Ma no, al massimo un po’ di accento del sud».

Mia madre parlava come Biscardi, ma cosa vuoi che ne sapesse mio padre. Lo capii un paio d’anni dopo, frequentando le mie prime lezioni di dizione. La cosa più difficile, spiegò l’insegnante, era sentire l’accento sbagliato. Lei diceva agli allievi che si diceva «perché», non «perchè», raccontò, e quelli rispondevano belli sereni: «E io che ho detto? “Perchè”».

Poi mi sono trasferita a Roma, e ho capito che i romani sono davvero convinti che esista l’impero. Se prendi un taxi e dai l’indirizzo in italiano, il tassista non penserà mai tu viva lì ma abbia conservato una dizione civile: penserà tu sia una turista alla quale far fare il giro più largo. Quando sei a Roma, devi fingerti romana. Cioè – nei loro codici – italiana, giacché il romano è inconsapevole di parlare romano. È convinto che quella roba lì che parla lui, quello strascinamento fonetico, quello scempio della logopedia sia italiano corretto.

Emanuele Salce, figlio di Luciano Salce la cui madre, Diletta D’Andrea, si mise con Vittorio Gassman quando Emanuele era molto piccolo, racconta un’infanzia stremante in cui lui romanamente ciancicava le parole, e Gassman ripeteva un po’ furente un po’ sfinito: «Le finali!». Capirai, far chiudere l’ultima sillaba a un romano. Poi cosa, levare i portici a una bolognese?

Tutto questo per dire che mi sembra molto interessante la campagna promozionale di Strappare lungo i bordi – ultima produzione italiana di Netflix, disegnata da Zerocalcare – ma non avrei mai guardato la serie: se avessi voluto passare i miei cinquant’anni a guardare cartoni animati, avrei fatto dei figli. Ne ho vista una puntata per capire di cosa si sarebbe parlato nei giorni successivi, e ho pensato tutto il tempo a quell’«io non capisco una parola» della mia infanzia. Certo che quel che dicevano i disegnetti sullo schermo lo capivo, ma io mica faccio testo: ho vissuto a Roma diciassette anni, se non avessi capito il romano sarei morta di fame per incapacità di comprendere cosa mi stavano chiedendo alla cassa del supermercato.

Naturalmente i romani, che si prendono sul serio in modi che i parigini in confronto praticano il basso profilo, si sono offesissimi per il mio aver notato che, fuori Roma, ci vorranno i sottotitoli. È un’ovvietà: ho molti amici di fuori Roma, dicono di non capire Propaganda – che in confronto al cartone di Netflix sembra una messinscena di Strehler – figuriamoci se capiscono un fumettista che si mangia le parole.

Se questa vicenda la sceneggiassi io, a Zerocalcare verrebbe naturale scandire come Carmelo Bene, ma si sforzerebbe di sembrare di borgata: le mancate sillabe finali, come le felpe col cappuccio, servirebbero a dire al suo pubblico «Sono sempre uno di voi». Sarebbe peraltro una sceneggiatura ad alto tasso di verosimiglianza: per uno che ha fatto il liceo allo Chateaubriand, fare quello che è a casa sua solo nelle periferie disagiate è una prova d’attore degna di Marlon Brando.

Giovedì, mentre tra gli sfaccendati social vedevo crescere il numero degli indignati in-quanto-romani, in-quanto-fan-di-Zerocalcare, e anche in-quanto-elettori-di-sinistra (giuro: uno mi ha scritto che il mio era un attacco a Zerocalcare, artista di sinistra: ma quelli che hanno deciso di sottotitolare Gomorra altrimenti incomprensibile ai non-napoletani, quelli di che schieramento parlamentare saranno?), ho pensato che per fortuna ce l’aveva già spiegato Starnone.

«Madre e figlia si parlavano come nei libri o alla radio, causandomi una specie di languore non per il senso delle parole, che da tempo ho dimenticato, ma per il loro suono incantatore, cosí diverso da quello di casa mia, dove si parlava soltanto dialetto». Non era stizza, non era il solito tamponamento a catena dell’internet, non era eccesso di tempo libero sprecato male: era languore, che li aveva presi per incantamento.