Il fattore DGli italiani vogliono Draghi a Palazzo Chigi, non altrove

Il Presidente del Consiglio è molto apprezzato, soprattutto dai giovani, per la sua capacità di decidere in fretta e per il suo pragmatismo. Perché depotenziare le sue qualità facendolo traslocare? Una ricerca di Antonio Preiti e di Sociometrica

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Nella mole di dati forniti dalla ricerca realizzata per conto dell’Associazione LibertàEguale da un Gruppo di lavoro di Sociometrica e Format Research diretto da Antonio Preiti (Sociometrica e collaboratore de Linkiesta), Pierluigi Ascani e Gaia Petrucci (Format Research), spuntano una serie di considerazioni sul “Fattore D”, il fattore Draghi, ciascuna delle quali meriterebbe una riflessione autonoma e più distesa di quanto non riusciamo a condurre qui. 

Alla vigilia delle votazioni per il nuovo Capo dello Stato (che inizieranno probabilmente il 24 gennaio) e a pochi giorni della conferenza stampa del premier di fine anno (mercoledì 22), nella ricerca e nel report scritto da Preiti emerge con chiarezza un dato da tenere presente per l’avvenire del Presidente del Consiglio: gli italiani lo apprezzano come guida del Paese. 

Il 70% degli intervistati lo vorrebbe ancora a palazzo Chigi, mentre il 12% preferirebbe la sua elezione alla carica di Presidente della Repubblica. Solo il 18% vorrebbe che non rivestisse nessuno dei due incarichi. Siamo perciò davanti a una nettissima maggioranza (oltre l’80%) che lo vorrebbe comunque alla guida del Paese. È molto significativo che gli italiani percepiscano che sia meglio che il “capo” sieda a palazzo Chigi, da dove effettivamente si dirige la politica del Paese, molto più che al Quirinale, che malgrado le accentuazioni “presidenzialiste” degli ultimi decenni viene giustamente considerato un luogo “sopra le parti” e dunque impropriamente connesso al governo del Paese, almeno finché la Costituzione non cambierà. 

Può darsi che una certa confusione indotta proprio dal protagonismo prima di Giorgio Napolitano e poi di Sergio Mattarella si sia generata nelle generazioni più giovani, e infatti il massimo del consenso a Draghi come Presidente della Repubblica arriva dai più giovani (18/24 anni), come se – ipotizziamo – le nuove generazioni chiedessero “più governo”, loro che sono le più escluse dai provvedimenti di qualunque governo degli ultimi anni. 

La questione dei giovani certo andrà indagata meglio. Siamo nel periodo classico delle occupazioni delle scuole e dei cortei di protesta più o meno politicamente caratterizzati: e però non si sfugge all’impressione che il grosso delle masse giovanili, seppure disincantate e deluse dalla politica, dai partiti e dai sindacati, si aggrappino in qualche modo alla Grande Scommessa del Piano di resistenza e resilienza (non a caso, il New generation EU) e magari istintivamente confidino nella forza di Mario Draghi per cogliere l’irripetibile opportunità dei finanziamenti europei. 

Ma si può azzardare una lettura più profonda dell’apprezzamento dell’opinione pubblica verso quello che noi definiamo “draghismo”. Scrive acutamente Antonio Preiti sulle caratteristiche della leadership di Draghi: «Volendo cercare un modello di riferimento viene in mente la tradizione filosofica del pragmatismo, che considera le parole e i pensieri come strumenti e mezzi per risolvere i problemi, e non per descrivere, rappresentare e rispecchiare il mondo. D’altro canto, la genesi del suo governo è già “pragmatica” nella sua concezione, perché i due principali intenti alla base della sua formazione sono la risposta all’epidemia e la realizzazione del Pnrr. Così, attraverso l’azione si delineano sia il carattere, sia il mondo di riferimento sul piano culturale. “Don’t tell, show” è una battuta americana che spiega molto bene il senso di come l’azione possa (o meglio, debba) incarnare le idee, che non basti perciò declamarle perché abbiano effetto, ma inverarle nelle cose». 

Ecco, questo tratto pragmatico, volto a risolvere i problemi seguendo una moderna rotta fatta di ascolto e decisionismo – caratteristica del miglior riformismo – è probabilmente ciò che le nuove generazioni apprezzano: un modello di leader di tipo nuovo, per molti “freddo”, ma certamente distante dal paternalismo di matrice democristiana e ancor più dall’esuberante fino all’eccesso del berlusconismo, con punte che si estendono al periodo renziano.

I giovani, infine, crediamo siano i più insofferenti ai bizantinismi della politica italiana nella sua versione contemporanea, quella che si intreccia cioè con la disputa del potere per il potere aumentando così la sua distanza dai problemi della società. «Una qualità molto apprezzata dagli Italiani è la capacità di Draghi di decidere – scrive Preiti ma, ripetiamo, il discorso ben si attaglia ai più giovani -, si tratta di una leadership originata dalle circostanze, dal governo delle circostanze, che si fa guidare dalla risposta alle circostanze. I leader, d’altro canto, incarnano i momenti e oggi il momento è quello dell’emergenza Covid e dell’economia: governare i momenti significa agire di riflesso, privilegiando la decisione, cioè l’azione».

Adesso, tutto dipende se la Politica lascerà a Mario Draghi la possibilità di continuare la sua azione di governo, questo punto di equilibrio tra ascolto e decisionismo che gli italiani sembrano apprezzare. Questo è il film dei prossimi mesi, mesi in cui l’Italia si gioca tutto.