Città invisibiliDiecimila bambini italiani vivono in baraccopoli

Pochi giorni fa, due fratelli di due e quattro anni sono morti in un incendio in provincia di Foggia. L’ultima tragedia in ghetti degradati dove i problemi sono fame, malattie e topi. A Roma, un bimbo rom che cresce in un campo abusivo ha una possibilità su sette di conseguire il diploma di terza media. E l’aspettativa di vita è di dieci anni inferiore rispetto alla media nazionale

Carlo Lannutti/LaPresse

In Italia diecimila bambini vivono in baracche, roulotte o container. Accade nella provincia di Foggia, dove si accampano le famiglie dei braccianti agricoli. E dove pochi giorni fa hanno perso la vita due fratelli bulgari di due e quattro anni a causa di un incendio. Si chiamavano Christian e Birka. Succede a Messina, dove ancora oggi c’è la baraccopoli più grande d’Italia costruita dopo il terremoto del 1908. Per non parlare di Roma, che ospita il 25 per cento di rom e sinti presenti nei campi italiani. 

Mentre il governo lavora al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, da Nord a Sud si contano centinaia di ghetti invisibili. Piccoli mondi paralleli che si trascinano in condizioni «ai limiti dell’umano». Così le definisce Carlo Stasolla, presidente dell’Associazione 21 Luglio, realtà che da sempre monitora il fenomeno. Tra lamiere e fogne a cielo aperto «vengono sistematicamente violati i diritti più elementari come quelli all’istruzione, alla casa, a un cibo dignitoso e al gioco», spiega Stasolla al telefono con Linkiesta. «I bambini che crescono in questi campi hanno un destino segnato. Sanno già che non potranno mai diventare avvocati, dottori o ingegneri. Non sognano nulla. Qui la massima aspirazione degli adolescenti è fare la parrucchiera o il meccanico». L’ascensore sociale è bloccato per chi ha la sfortuna di nascere in contesti di emarginazione.

«Pochi giorni fa stavamo facendo i disegni per Natale, bisognava esprimere un desiderio. Una bimba ha scritto: Vorrei che i topi andassero via per sempre». Federica Mancinelli è una volontaria della Comunità di Sant’Egidio che cura il doposcuola per i bambini rom. Nei campi, dove spesso manca acqua o energia elettrica, anche i bisogni più elementari sono a rischio. «Con i medici dell’ospedale Bambino Gesù andiamo periodicamente per fare visite pediatriche. Le patologie più frequenti sono quelle respiratorie e dermatologiche, ma ci sono anche tanti problemi di denutrizione e malnutrizione». Quando manca il cibo in tavola, capita di vedere bambini di due anni col biberon di Coca Cola. Situazioni inimmaginabili per chi, a pochi chilometri di distanza, vive nei condomini.

A Roma un bimbo rom ha una possibilità su sette di conseguire il diploma di terza media e dodici possibilità in più di finire in adozione rispetto a un coetaneo che abita in appartamento. La sua aspettativa di vita ha un’asticella di dieci anni al di sotto della media nazionale. I numeri raccontano situazioni lontane dalla realtà e fuori controllo. A inizio dicembre un quindicenne rom si è impiccato in provincia di Salerno. Anche lui viveva in un campo, tra sgomberi e degrado. Poi ci sono baraccopoli come quella di Stornara, dove sono morti i due bimbi, che sfuggono completamente al monitoraggio delle autorità.

Le disgrazie riaccendono, per poco, i riflettori sui ghetti. Tra i problemi più pesanti c’è quello della scolarizzazione, diventata ancora più difficile con la pandemia. La didattica a distanza ha funzionato male negli appartamenti, figurarsi nelle baraccopoli. «Dopo il lockdown centinaia di bambini rom e sinti non sono più tornati a scuola», racconta Stasolla. Tra quarantene e certificati, gli ostacoli per uscire dal campo e arrivare in classe si sono moltiplicati. Oggi a Roma solo il 27,7 per cento dei bimbi rom tra i 6 e gli 11 anni che vivono nei campi frequentano le elementari. Dalla prima alla quinta gli abbandoni aumentano esponenzialmente. «Tanti non raggiungono nemmeno il 50 per cento delle frequenze – dicono da Sant’Egidio – senza contare che molti di loro si vergognano perché non hanno zaini, astucci e quaderni».

Il presidente dell’Associazione 21 Luglio Carlo Stasolla spiega: «Finché vivi in un campo non hai stimoli per andare a scuola, ti senti cittadino della baraccopoli e non del mondo esterno. Ecco perché bisogna scardinare il sistema dei campi. Servono soldi e competenze per fare un piano nazionale di superamento delle baraccopoli. Solo così potremo affrontare i problemi lavorativi, sanitari e scolastici, che altrimenti non cambieranno». 

Negli ultimi anni il numero delle persone che vivono nei ghetti è calato, ma restano ancora diverse situazioni emergenziali. Alcune amministrazioni comunali si sono attivate con progetti mirati. Chi può fugge dai campi e ottiene case popolari assegnate per graduatoria. Altri occupano abusivamente grandi edifici. A maggio, grazie all’impegno della ministra per il Sud Mara Carfagna, il governo Draghi ha stanziato 100 milioni di euro per affrontare il problema della baraccopoli di Messina. Che sia la volta buona? Abolire la povertà non è possibile. Ma almeno si possono salvare i bambini e le loro famiglie dalle baracche.