Partiti spiazzatiCalenda vuole Draghi al governo, secondo Renzi per il Quirinale ci può essere anche una maggioranza diversa

L’elezione del presidente della Repubblica «fa sempre storia a sé», spiega il segretario di Italia Viva. Ma secondo il leader di Azione, «la patria reclama» che il presidente del Consiglio resti a Palazzo Chigi, «per questa e anche per la prossima legislatura»

(La Presse)

I partiti sono rimasti spiazzati dalle parole di Mario Draghi nella conferenza stampa di fine anno. «Sono un nonno al servizio delle istituzioni», ha detto. Mai il presidente del Consiglio si era esposto così esplicitamente sulla possibilità di trasferirsi da Palazzo Chigi al Quirinale. E la parte più difficile comincia ora.

La discussione va affrontata subito, secondo Carlo Calenda, che alla Stampa dice: «Da oggi cambia tutto, è arrivato il momento per i partiti di dire cosa vogliono fare». Il leader di Azione ed ex ministro critica l’idea di spostare avanti la questione: «Tutti dicono “ne parliamo a gennaio”, c’è chi pensa alla mossa del cavallo, a quella del re e della regina, ma non può essere un gioco di società. Da ieri Draghi è in campo per il Colle: o tutti i leader gli dicono “vai e proviamo a tenere i gruppi parlamentari per farti votare alla prima chiama”; oppure “no, devi restare lì”».

E invece molti sono restati zitti. Calenda si chiede: «Qualcuno ha visto una reazione alle parole di Draghi di uno dei leader del centrosinistra? Letta, Conte e gli altri hanno paura di metterci la faccia e tengono le carte coperte. Ma ormai non si può più temporeggiare: la patria reclama che Draghi resti premier, per questa e anche per la prossima legislatura, a parer mio. E i partiti ora hanno solo due strade davanti».

E cioè: «O supportano questa disponibilità di Draghi, però assumendosi un rischio notevole nelle prime votazioni a maggioranza larga: perché i leader non controllano i gruppi parlamentari e c’è una grande paura del voto, quindi i franchi tiratori sono lì pronti a colpire. E sarebbe un disastro, perché vorrebbe dire perderlo in tutte e due le posizioni. Ma anche se andasse a buon fine, questa prima strada, riproporrebbe lo schema di gioco di presidenti autorevoli e di una politica conflittuale con governi deboli». E questa strada, spiega Calenda, «la abbiamo esplorata da decenni e non funziona se bisogna spendere decine di miliardi di euro nel 2022 del Pnrr: vorrebbe dire che l’Italia rimarrebbe con questa pessima legge elettorale e che dal giorno dell’uscita di Draghi da palazzo Chigi, tutti ricomincerebbero a darsi del comunista e del fascista».

Oppure, «se ritengono che Draghi debba restare a Palazzo Chigi, i partiti devono impegnarsi per indicare una candidatura seria alternativa. Io ho proposto la Cartabia, costituzionalista equilibrata, capace di maneggiare una materia delicata come la Giustizia. Ma c’è lo scoglio di Berlusconi: Salvini e Meloni sono due tipi pragmatici, dovrebbero spiegargli che la sua candidatura è improponibile. Dunque, invece di perdere tempo, si dovrebbe trovare un accordo su una figura come Cartabia per il Colle e poi andare da Draghi e chiedergli di restare al governo: con un patto blindato sulle riforme, che non metta a rischio la legislatura. Se succedesse, si andrebbe a elezioni nel 2023 e dopo tornerebbe al governo Draghi».

Secondo Calenda, «Draghi a Palazzo Chigi, anche per la prossima legislatura, può voler dire un Paese che ritrovi un baricentro riformista, facendo evolvere il sistema politico. Questa la grande scommessa per il Paese». Tuttavia, conclude, «Draghi ha una preoccupazione, anche condivisibile: questo Paese deve trovare le sue risorse per avviare un percorso politico diverso. Piccolo dettaglio: la patria reclama che lui governi per una o due legislature, per far capire a tutti che la politica è fare e non solo litigare».

Matteo Renzi, che di Draghi è stato uno dei principali sponsor, non concorda però sul principio, enunciato ieri dal premier, che la maggioranza di governo debba tradursi anche in una maggioranza per il Quirinale. E lo spiega in un’intervista a Repubblica: «Nel 2015 scegliemmo Mattarella e non tutta la maggioranza di governo fu d’accordo: alcuni partiti erano scettici o contrari», ricorda Renzi. «Oggi possiamo dire che aver individuato Sergio Mattarella è stato un bene per l’Italia. Ma sette anni fa la maggioranza parlamentare fu diversa dalla maggioranza presidenziale: il Quirinale fa sempre storia a sé».

Per il futuro di Draghi, il leader di Italia Viva non esclude nessuno scenario: «Questa discussione va ripresa il 10 gennaio, non prima. Io penso che Draghi sarebbe un ottimo Presidente della Repubblica come penso che sia un ottimo premier. Inserirlo nel calderone dei nomi oggi serve solo a gettare fumogeni. Fino al 24 gennaio lasciamo che Draghi si occupi di terza dose, di Pnrr, di ripresa economica. Poi tutti insieme sceglieremo l’inquilino migliore per il Colle. Parlarne oggi è come discutere dello scudetto ad agosto. Io non partecipo al fantamercato, mi concentro sulle vere priorità».