Meccanismo inceppatoGli effetti a lungo termine del Covid sull’economia

Con le sue restrizioni, le incertezze e l’inflazione, la pandemia ha stravolto la normale capacità produttiva di tutti i paesi del mondo. L’Atlantic spiega perché nonostante alcuni dati positivi le conseguenze potrebbero durare più del previsto, anche in Italia

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Da quasi due anni l’economia mondiale è stravolta. Prima sono arrivati i lockdown, poi una ripresa vista solo a metà, e poi ancora l’incertezza dei mercati e altre restrizioni. Nel 2021 l’inflazione, la carenza di materie prime e nuovi problemi sanitari hanno minacciato l’economia di ogni Stato.

La pandemia ha fatto schizzare l’inflazione a nuovi livelli, soprattutto perché le restrizioni hanno spostato rapidamente la domanda dai servizi ai beni, superando la capacità di offerta dei produttori. Un esempio evidente si ha con i trasporti: il timore dei mezzi pubblici di molti cittadini in tutti i Paesi ha portato un aumento della domanda di auto e biciclette.

Lo stravolgimento economico legato alla pandemia è stato raccontato dall’Atlantic in un articolo firmato da Josh Hausman, docente di Economia e Public policy alla University of Michigan. «La pandemia interrompe anche l’offerta di beni importati, aumentandone il prezzo. Questo accade perché i contagi e i lockdown all’estero ostacolano la produzione; un blocco in Vietnam ad agosto, ad esempio, ha interrotto la fornitura di chip per computer. Le restrizioni alle frontiere legate al Covid possono anche rendere più difficile il coordinamento della produzione tra i Paesi», si legge nell’articolo.

A livello numerico i dati sull’inflazione citati da Hausman sono riferiti all’economia americana: dal quarto trimestre del 2019 al terzo trimestre del 2021, la spesa delle famiglie per i servizi al netto dell’inflazione è diminuita del 2% e la spesa per i beni durevoli è aumentata del 20%, spiega nell’articolo. Ma il quadro ha tratti simili anche in Italia.

Da noi l’indice dei prezzi al consumo è aumentato del 6,2% da ottobre 2020 a ottobre 2021, il più rapido aumento dei prezzi di 12 mesi in oltre 30 anni.

Un report dell’Istat a novembre rivelava che l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività, al lordo dei tabacchi, registrava un aumento dello 0,7% su base mensile e del 3,8% su base annua (da +3,0% del mese precedente).

Un aumento legato soprattutto alla crescita dei prezzi dell’energia, che ha spinto l’inflazione verso nuovi record (novembre è stato il quinto mese consecutivo di aumento dell’inflazione). «I beni energetici continuano a essere protagonisti, contribuendo per più di due punti percentuali all’inflazione e spiegando buona parte dell’accelerazione rispetto a settembre», spiegava l’istituto di statistica.

Una delle conseguenze di questo stravolgimento dell’economia globale si legge nell’aumento dell’incidenza della tassazione sul Pil. In Italia, come scrive il Sole 24 Ore, è passata al 42,9%, dal 42,4% del 2019, che la fa suo malgrado avanzare anche nella graduatoria internazionale sul peso del fisco nell’anno che ha visto lo shock della pandemia. È il quarto valore più alto tra i Paesi industrializzati che formano l’area Ocse, dove il rapporto tasse/Pil è stato in media del 33,5%.

Il report “Revenue Statistics 2021” dell’Ocse fa anche un bilancio dell’impatto del Covid sui vari tipi di tassazione: generalmente, nei 36 Paesi analizzati, c’è un calo dell’incidenza rispetto al Pil delle imposte sulle aziende e un aumento dalle tasse sui redditi personali e dai contributi sociali. «Le misure di sostegno varate dai governi durante la pandemia hanno contribuito a una relativa stabilità degli introiti da tassazione, proteggendo l’occupazione e riducendo i fallimenti aziendali in modo molto più pronunciato rispetto alla crisi finanziaria globale del 2008-2009», si legge nel documento dell’Ocse.

Sono molti gli indicatori che rivelano le conseguenze a lungo termine della pandemia sull’economia mondiale. La grande ondata di dimissioni partita soprattutto dagli Stati Uniti – nota come The Great Resignation – potrebbe essere un altro segnale.

In un quadro più generale, il Covid riduce naturalmente l’offerta di lavoratori, il che significa – come conseguenza – meno beni e servizi prodotti, quindi prezzi più alti. L’Atlantic fa un altro calcolo rapido sul modello statunitense, anche questo replicabile, con proporzioni diverse in Italia o in Europa: «Al momento circa 95mila persone risultano positive al test Covid ogni giorno negli Stati Uniti. Supponiamo che 50mila di queste siano persone occupate, e che in media ogni persona che risulta positiva perde, in modo conservativo, tre giorni di lavoro. Aggiungi altri dipendenti che devono mettersi in quarantena perché hanno avuto uno stretto contatto con un caso positivo, o che devono saltare il lavoro per prendersi cura di un parente malato, e sembra probabile che fino a mezzo milione di persone perda un giorno di lavoro come conseguenza diretta dei contagi».

Oltre al bilancio giornaliero dei contagi, il Covid riduce ulteriormente la forza lavoro a causa dei lavoratori che – ragionevolmente – hanno paura di contrarre la malattia sul luogo di lavoro e che quindi hanno lasciato temporaneamente la forza lavoro o sono andati in pensione.

E poi ci sarebbe il grande squilibrio di genere causato dalla pandemia. In Italia le rilevazioni di settembre dell’Ispettorato nazionale del lavoro indicavano un dato preoccupante sulle dimissioni dei genitori lavoratori, soprattutto donne, nei mesi della pandemia.

Nel 2020 sono quasi 33mila le donne che hanno lasciato il loro impiego tra dimissioni e risoluzioni consensuali convalidate dall’Ispettorato Nazionale del Lavoro. La causa è dovuta soprattutto al fatto che il lavoro di cura, in famiglia, è affidato quasi esclusivamente a loro: tra le donne di 25-49 anni con figli in età prescolare e le donne senza figli c’è una differenza del tasso di occupazione pari a 74,3 per cento.

È vero che negli ultimi mesi l’economia sembra essere ripartita in alcuni settori. Lo stesso presidente del Consiglio italiano Mario Draghi, a settembre, aveva avuto toni positivi per descrivere la condizione del nostro Paese. «Il quadro economico è di gran lunga migliore di quel che pensavamo», ha detto il premier durante la conferenza stampa di presentazione della Nota che aggiorna il Documento di economia e finanza. Ma è chiaro che l’inflazione, l’occupazione e le distorsioni del mercato causate dalle anomalie degli ultimi mesi non si possono aggiustare del tutto in breve tempo. E non si può ignorare il fatto che i problemi, prima di tutto sul fronte sanitario, sono tutt’altro che finiti.

«La variante Omicron e la risposta internazionale alla sua scoperta – conclude l’Atlantic – fanno pensare che i problemi dell’economia legati al Covid potrebbero durare anni, non mesi. Siamo ancora nel pieno di un’economia pandemica, e lo saremo per un bel po’».

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