Colli di bottigliaÈ ancora troppo difficile prevedere quando finirà la carenza di risorse

Alcuni indicatori sembrano promettere un ritorno al normale funzionamento delle catene di approvvigionamento. Ma forse non è così: un’analisi del Wall Street Journal spiega che le aziende tendono a sottovalutare la portata dei problemi del commercio globale, e per questo fino ad oggi abbiamo avuto difficoltà a indovinare i tempi di ripresa del mercato

AP / Lapresse

La carenza di beni di ogni genere non sembra destinata a finire nei prossimi giorni. Lo si sente ripetere da qualche mese ormai, scarseggiano le risorse per gli approvvigionamenti, le catene di produzione rallentano, e in un mondo in cui tutto è interconnesso se mancano le materie prime è difficile costruire semilavorati, che a loro volta sono essenziali per la produzione di beni più complessi (le automobili, per esempio).

C’è stato un momento in cui questa situazione intricata sembrava potersi sbloccare. È vero, infatti, che i tempi di consegna per le aziende che si trovano nel mezzo di queste catene di approvvigionamento non crescono più da qualche settimana, almeno così hanno riferito alcune aziende europee e statunitensi. Anche le tariffe di spedizione globali sembrano aver raggiunto il loro picco e le fabbriche asiatiche stanno riaprendo. Alcuni rivenditori ottimisti dicono di poter avere un certo tipo di rifornimento già in vista del periodo natalizio.

Alcuni osservatori dicono addirittura tre mesi, per ritrovare i ritmi di un tempo. I più razionali sembrano dire sei, il doppio, ma significherebbe comunque vedere la soluzione all’orizzonte. In ogni caso, nella prima metà del 2022 si potrebbe raggiungere una parvenza di normalità dal punto di vista delle scorte.

Questi sono tutti buoni segnali, commenta il Wall Street Journal, che però spiega perché c’è motivo di essere ancora cauti – se non addirittura scettici – su queste tempistiche: «Certe previsioni si sono già rivelate sbagliate più volte negli ultimi mesi. E con così tanto in gioco, vale la pena chiedersi perché».

Alcuni investitori ritengono che gli osservatori abbiano sottovalutato la domanda dei consumatori, che in realtà sarebbe più alta di quella considerata nei calcoli. Ma non solo. Il quotidiano econmico americano riprende un’analisi di Kallum Pickering, economista senior alla Berenberg Bank di Londra, che offre una spiegazione ancora migliore. Nell’ultimo anno, Pickering, ha spesso chiesto ad analisti e aziende di disegnare catene di approvvigionamento, identificare le criticità e stimare quanto tempo ci vorrebbe per risolverle. La loro risposta era in genere di sei mesi, basata sull’esperienza storica.

«Il problema – scrive il Wall Street Journal – è che la catena di approvvigionamento delle singole aziende è in realtà solo un filo in una rete di approvvigionamento globale, che collega molte altre aziende agli stessi produttori e distributori. Non puoi semplicemente fare la media dei tempi che ti stanno dando le singole società».

La verità è che quando le aziende dicono agli analisti che stanno spendendo risorse per risolvere i problemi della catena di approvvigionamento, non tengono conto del fatto che le stesse esigenze, con risorse e tempi uguali, le hanno anche altre aziende che insistono sugli stessi fornitori. In questo modo il collo di bottiglia non si risolve mai davvero, o comunque gli effetti di quegli interventi si annullano.

Proprio i colli di bottiglia, segnala il Wall Street Journal, sono concentrate in punti delicati delle catene di approvvigionamento, dove fanno più danni. Cioè in alto: ad esempio nell’estrazione di materie prime – che è il punto più alto – oppure nell’ assemblaggio di alcuni piccoli pezzi chiave, come i microchip.

In un recente rapporto della Banca dei regolamenti internazionali (Bank for international settlements) si evidenzia come la produzione delle industrie statunitensi attualmente colpite dalla carenza di beni debba attraversare mediamente ancora altre 2,5 fasi di produzione prima di raggiungere i consumatori. «L’effetto a cascata della carenza di questi prodotti sulla produzione complessiva è spesso doppio», scrive il Wall Street Journal. In gergo economico si usa l’espressione “effetto frusta” (bullwhip effect) per indicare l’aumento dei danni causato dal fatto che i colli di bottiglia si realizzano così in alto, quindi così distanti dal consumatore finale.

Naturalmente, anche la domanda ha giocato un ruolo in questa storia: è confluita tutta verso le merci – a danno dei servizi – a causa della pandemia, evidenziando alcune carenze anche quando la produzione è tornata ai livelli del 2019. In più, i ritardi sono stati anche aggravati da eventi imprevisti, come incendi negli Stati Uniti, le basse velocità del vento in Europa, un incendio in un impianto di semiconduttori giapponese e la siccità a Taiwan.

«Alla fine – conclude il Wall Street Journal – il riequilibrio della domanda verso i servizi, lo scioglimento dell’effetto frusta e gli investimenti nelle spedizioni e nella capacità produttiva probabilmente spingeranno nuovamente i prezzi verso il basso e faranno tornare alla normalità le scorte. Ma in un mondo di catene di approvvigionamento globalizzate, anticipare i tempi di questa inversione potrebbe essere quasi impossibile».

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