Milano-MiamiL’arte incontra la moda nel progetto MI+MI

La Contemporary Art Exhibition curata da Aldo Premoli in collaborazione con Fabbrica Eos all'Istituto Marangoni è il tentativo di creare un gesto insieme critico e utile, unendo nove artisti contemporanei che usano i materiali più disparati. Dal più tradizionale olio su tela (Bodino) al ferro e alla resina (SonJa Quarone), fino allo shooting fotografico con esposizioni multiple stampato direttamente su Plexiglas (Davide Bramante)

Premoli

Pubblichiamo il discorso tenuto da Aldo Premoli in occasione della presentazione di “Mi+MI”, la Contemporary Art Exhibition realizzata in collaborazione con Fabbrica Eos all’Istituto Marangoni di Milano. 

La collaborazione tra artisti visivi e moda non è certo nuova. La contaminazione (e talvolta l’appropriazione) operata dal couturier nei confronti dell’artista è sempre esistita. Basti pensare ai flirt estetici di Elsa Schiapparelli con Salvador Dalì, Alberto Giacometti e Leonor Fini, negli anni ’30 dello scorso anno.

Nel 1949, dopo essersi laureato in Pictorial Design al Pittsburgh Carnegie Institute of Technology, Andy Warhol si trasferì a New York, dove divenne uno degli illustratori di maggior successo e imitati degli anni ’50. Con clienti come Harper’s Bazaar e Tiffany & Co. Warhol si era già ritagliato una storia lavorativa con l’illustrazione e la pubblicità, e in precedenza aveva prodotto disegni di scarpe nel 1955 per Glamour, la rivista. Anche molti anni dopo, negli anni ’80, Gianni Versace usava le sue raffigurazioni Marylin per meravigliose stampe colorate su seta – proprio come oggi Daniel Roseberry, direttore artistico del marchio Schiapparelli, usa l’immaginario surreale di Salvador Dalì per i suoi spettacolari ensemble.

Sezione uno. Nell’empireo della filosofia
Quindi si dovrebbe presumere che non ci sia differenza tra moda e arte? Dopotutto, sono la stessa cosa? Non esattamente: di certo non sempre. Rimandiamo per un attimo (lo faccio in modo sintetico) al pensiero di uno dei filosofi più fashionable di questo periodo. Sto parlando del coreano-tedesco Byung-Chul Han le cui fortune editoriali sono note.

In La salvezza del bello si legge, 2019 (Nottetempo) si legge: «La morbidezza è il segno distintivo del nostro tempo. È ciò che accomuna le sculture di Jeff Koons, l’iPhone e la depilazione brasiliana. L’oggetto levigato rimuove così ogni negatività. Jeff Koons è un maestro delle superfici lisce. Anche Andy Wharol era un seguace delle superfici lisce, ma la sua arte è ancora segnata dalla negatività della morte e del disastro».

Le Marilyn di Warhol sono un segno della sua fabbrica, ma il dipinto che ha raggiunto la quotazione massima (oltre 100 milioni di dollari) è Silver Car crash, che ritrae un terribile incidente stradale: «In Jeff Koons non ci sono disastri, lesioni, crepe e lacrime; tutto scorre in transazioni regolari e regolari. In presenza della sua arte, non è necessario alcun giudizio. Così l’alterità o negatività dell’altro e dell’estraneo è completamente eliminata. Il mondo della morbidezza è un mondo di pura positività. Ma la negatività è un momento essenziale dell’arte: l’arte è una ferita dell’anima che si oppone alla positività della levigatezza».

Basti pensare al ritratto di Francis Bacon o ai corpi dipinti da Lucian Freud, anche quello di una top model come Kate Moss.

Per Byung-Chul Han: «Nell’arte c’è molto spesso qualcosa che mi scuote, mi sconcerta, mi interroga, e da cui nasce l’appello: “Devi cambiare vita”. La morbidezza e la positività sono piuttosto una caratteristica della moda (a differenza del caso dell’abbigliamento da strada) piuttosto che piacere che scuotere. La bellezza oggi è un paradosso. Il culto della bellezza è onnipresente ma ha perso la sua trascendenza ed è diventato poco più che un aspetto del consumismo, la dimensione estetica del capitalismo».

Byung-Chul Han rinvigorisce la teoria estetica per la nostra era digitale. Andando molto più in profondità delle nostre reazioni superficiali ai video e ai meme virali, Han rivendica la bellezza, mostrando come si manifesta come verità, tentazione e persino disastro.

Ma nella moda non solo il bello, ma anche il brutto diventa lucido. Anche il brutto perde la negatività del diabolico e si trasforma in una formula di consumo: un esempio per tutti: il punk nasce come street wear espressione disperata di vendetta e muore in passerella resuscitato o forse è meglio essere evocato come un fantasma in passerella.

Sezione 2. Boot on the ground
Kim Jones, stilista della linea uomo di Dior durante il periodo della pandemia, si è imbattuto in alcuni libri illustrati di Kenny Scharf: grazie alla mediazione della Gagosian Gallery, lo ha contattato. si è fatto conoscere sulla scena artistica dell’East Village a New York negli anni ’80, compagno di viaggio di Keith Haring e Jean-Michel Basquiat, ma anche di Tama Janowitz, Bret Easton Ellis e Jay McInerney. Quarant’anni dopo, Scharf entra in contatto con Kim Jones, il capo della collezione uomo di uno dei marchi di moda più prestigiosi al mondo, Dior.Impossibile resistere: Dior ha alle spalle anche il conglomerato del lusso più potente al mondo, LVMH.

 

Al centro di tutto c’era When the Worlds Collide, una tela del 1984 ora parte della collezione permanente del Whitney Museum. Così i dipinti spray e le illustrazioni in stile cartone animato di Sharf hanno ricevuto il savoir-faire artigianale della maison francese attraverso ricami e dettagli su camicie, capispalla e altro ancora.

La collaborazione tra artisti visivi e artisti della moda non è certo nuova. Né quello di Scharf, noto per le sue incursioni mai viste prima nel merchandising. Vale la pena di citarne alcuni qui: la prima sfilata è stata nella boutique Fiorucci di New York nel 1979; nel 1992 ha collaborato con Stephen Sprouse; nel 2014 per la collezione primavera/estate di Jeremy Scott; nel 2016 ha spruzzato le finestre di Bulgari di Rodeo Drive a Los Angeles. Negli intervalli tra queste date ha personalizzato tutto: macchine per sigarette, televisori, aspirapolvere, telefoni, tostapane, radio, asciugacapelli, biciclette… Inoltre i prodotti nati dalla sua collaborazione con lo stilista Heron Preston – per lo più t-shirt e felpe – sono ormai onnipresenti sui fashion shop online più in voga del momento da Farfetch a Mytheresa, da Modes a MrPorter.

Questo tipo di collaborazione è ormai molto frequente. Citiamo solo per la cronaca la collaborazione con l’artista visiva italiana Mariella Senatore per la crociera 2021 di Dior, e ancora per Dior couture 2021 abbiamo visto murales paesaggistici concettuali, disegnati dall’artista contemporanea francese Eva Jospin.

Il direttore creativo di Valentino Pierpaolo Piccioli ha scelto di far sfilare la sua ultima collezione Couture all’Arsenale di Venezia dove vengono presentate la Biennale di Arte e la Biennale Architettura. Lo ha fatto in dialogo con oltre 20 gartisti contemporanei selezionati ad hoc dal curatore Gianluigi Ricuperati . Quella di Piccioli è stata una dichiarazione di amore per l’arteche tuttavia sottointende questo pensiero: «La moda non è ‘arte’, perché quest’ultima basta a se stessa mentre la prima ha sempre uno scopo, una funzione, un utilizzo. Riconoscere le differenze è il primo passo per istruire un ascolto reciproco, fatto di curiosità, entusiasmo e rispetto».

Impossibile poi ignorare le incursioni nel campo dell’arte di Virgil Abloh scomparso solo pochi giorni fa. Nel 2019 nell’ambito di Art Basel, per il Vitra Campus, aveva presentato, all’interno della Fire Station disegnata da Zaha Hadid, una collezione ispirata a Jean Prouvé. Nel 2021, in piena pandemia, ha organizzato un’asta online sulla piattaforma Canary Yellow, insieme a Damien Hirst e al designer Tetsuzo Okubo. Un progetto difficile da etichettare, che ha visto giubbotti, camicie, maglioni, giacche da motociclista provenienti direttamente dal guardaroba dell’artista britannico “ritoccati” con gli interventi di Okubo il quale, attingendo dall’immaginario artistico di Hirst, ha applicato sui tessuti pillole, smiley e teschi. Capi davvero unici “marchiati” dagli schizzi di colore prodotti da Hirst che li indossava in pieno furore creativo.

Sezione 3. Forma e materiale
Uno dei tratti che accomunano Arte e Moda è la ricerca sui materiali. È dal XIX secolo che l’uso dei materiali va oltre e oltre le forme predefinite. Nel Novecento l’arte concettuale (fenomeno europeo in primis) e l’Arte Povera (fenomeno italiano in primis) mettono al centro della loro ricerca questo mood, entrato poi anche nel vocabolario della moda. Non si pensa più solo al tessuto come materiale per “riempire” una forma, ma anche a una forma costruita a partire dal materiale (nel caso della moda, il tessuto) utilizzato.

Ora, nella selezione di artisti che ci viene proposta oggi dalla Galleria che stiamo inaugurando, assistiamo all’utilizzo dei materiali più disparati. Dal più tradizionale olio su tela (Giampiero Bodino) all’acrilico su tela (Trolio) per arrivare alla stampa fotografica su stampa (Davide Bramante). Dalla tecnica mista su tela (Manuel Felisi) alla saldatura su tela (Dario Goldaniga). Dai POLIMERI (Beatrice Gallori) al ferro e alla resina (SonJa Quarone). E poi c’è lo shooting fotografico con esposizioni multiple che viene poi stampato direttamente su Plexiglas. (Davide Bramante).

Ma la ricerca dei materiali non finisce qui. Grazie alla tecnologia digitale, la moda come l’arte (Crypto Art) sta sperimentando da qualche tempo addirittura la smaterializzazione dei suoi oggetti.

Sezione 4. Moda e arte nel metaverso
Qualche settimana fa, Mark Zuckerberg – con la sua presentazione che annunciava il cambio di nome della sua azienda da Facebook a Meta – ha riportato al centro del dibattito pubblico il termine e il concetto di “Metaverso”.

Proprio nel Metaverso – Arte e Moda – hanno dato inizio a uno straordinario cambio di paradigma. Ancora una volta è stato il lavoro degli artisti a primeggiare su quello dei couturier. Esemplare è il lavoro che Fabio Gianpietro svolge da tempo.

Sezione 5. Arte, moda e finanza.
A questo punto dovrebbe essere chiaro perché aprire una galleria che offra arte contemporanea (ma a ben vedere TUTTA l’arte è contemporanea per chi osserva) all’interno di un Istituto dove si studiano moda e design diviene un gesto insieme critico e utile.

Il più potente dei conglomerati del lusso LVMH (possiede marchi come Louis Vuitton, Dior, Fendi Marc Jacobs, Bulgari…) nel 2006 ha inaugurato la Fondation Louis Vuitton a Parigi, uno spazio unico dedicato all’arte contemporanea progettato dall’archistar Frank Gehry.

I proprietari del secondo più potente conglomerato del lusso Kering (possiede Gucci, Balenciaga, St. Laurent, Bottega Veneta, Alexnder McQueen ma anche la casa d’aste Chriestie’s) nel 2021 hanno inaugurato la sede della loro collezione d’arte nell’edificio ristrutturato della Bourse du Commerce a Parigi. Ma avevano già mostrato il loro interesse per l’arte contemporanea con favolose mostre a Venezia, sia nella spettacolare Punta della Dogana ristrutturata dal celebre architetto giapponese Tadao Ando, ​​sia nell’altro straordinario polo espositivo chiamato Palazzo Grassi.

Il gruppo Prada ha completamente ristrutturato un’ex area industriale di Milano, ricoprendo addirittura una torre preesistente con lamine d’oro. Oltre alle sue sfilate di moda, vi sono ospitate permanentemente mostre d’arte e proiezioni di film di ottima qualità. Prada ha poi esteso il suo intervento ad un altro spazio nella stessa città: la Galleria Vittorio Emanuele in Piazza del Duomo.. Si chiama invece Ca’ Corner della Regina un sontuoso palazzo veneziano sul Canal Grande dove Prada espone dal 2011 arte contemporanea. Più recente, l’inaugurazione di uno spazio espositivo anche sul Bund di Shanghai.

Infine e questa volta al contrario. A Parigi il mese scorso, un famoso stilista come Martin Margela ha inaugurato la sua mostra d’arte (niente moda, ma tutto è coerente con la sua solita moda) presso il dep store Gallerie Lafayette.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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