Covid & the CityNew York è irriconoscibile, ma la magia tornerà

La città americana è ancora avvolta dalla cappa della pandemia e non trasmette quella febbricitante elettricità che l’ha resa leggendaria e unica. Locali vuoti, negozi chiusi, ristoranti che alle undici di sera non servono i clienti per mancanza di personale (nella città che non dorme mai!). Eppure è sbagliato darla per vinta, perché si risolleverà, come ha sempre fatto

jermaine-ee, Unsplash

New York non è New York senza la febbricitante elettricità che pervade le sue strade, senza la naturale unicità che si avverte girando per la città, senza l’incoscienza adolescenziale di chi s’addentra in una giungla da cui rischia di non uscire integro.  

New York è una città difficile, un Vietnam direbbe Pietro Castellitto, e proprio per questo da due secoli è la città più viva del mondo, dove accadono le cose, dove bisogna stare per assistere allo spettacolo della vita. 

Nessuno ha mai descritto New York con maggiore esattezza di quanto abbia fatto in sole due righe E. B. White nel 1948: «It’s a miracle that New York works at all. The whole thing is implausibile», «Che New York funzioni è un miracolo. È una città inverosimile». 

New York infatti funziona a stento, ma tutto le viene perdonato e tutto passa in secondo piano di fronte alle favolose e improbabili opportunità che offre. 

Il miracolo di New York è sempre stata la sua precarietà, il suo saper intrecciare inferno e paradiso, il suo riuscire a conciliare il trionfo e il fallimento della civiltà contemporanea a distanza di qualche isolato. 

La percezione che se ce la fai qui ce la potrai fare ovunque non è solo il verso di una canzonetta moschicida, ma un’esperienza reale che per nessuna ragione al mondo vuoi che ti sfugga («I want to be a part of it», è l’altro verso-manifesto di New York, New York).  

New York è il romanzo di formazione dell’Occidente, un processo di civilizzazione che non dorme mai, una piattaforma ottimista rivolta al futuro che non lascia però scampo a chi pensa di scendere dall’auto in corsa per tornare indietro e cercare di fermare la storia.  

Difficile descrivere ciò che da sempre viene abbozzato per tentativi concentrici, spesso anche per capolavori, ma nessuno dei quali preso singolarmente è esaustivo.

Le immagini del cinema, le pagine della letteratura, i generi musicali, le storie di sport, la moda di strada, l’arte contemporanea contribuiscono tutti insieme a formare il Canone culturale e civile di New York, ma per avere un altro ritratto esatto della città a me piace rivedere la scena iniziale della Febbre del sabato sera, il film tratto da un fantastico reportage giornalistico tra i maschi italoamericani e latini che amavano sfidarsi nelle sale da ballo il sabato sera e che qualche anno fa si è scoperto essere stato inventato di sana pianta dal suo autore.

Un’impostura newyorchese in purezza che nella versione cinematografica parte con lo skyline di Manhattan, il ponte sull’East river, i sobborghi proletari, la metropolitana e Staying Alive dei Bee Gees ad accompagnare la passeggiata da gradasso di periferia di John Travolta, stiloso e popolare al tempo stesso, consapevole di essere in quell’istante il re della città, malgrado si scopra qualche minuto più tardi che era semplicemente andato a prendere in magazzino una latta di vernice per una cliente del negozio di ferramenta dove faceva il garzone.

Questa è New York, mitomane, immatura e larger than life come John Travolta. Ruvida, grossolana e lercia come sa chiunque l’abbia visitata, ma soprattutto dinamica, vivace e sprigionatrice di energia pulita. 

C’ero già stato un paio di volte in precedenza, ma ho cominciato a frequentarla assiduamente soltanto dopo l’11 settembre 2001 e ci ho vissuto parecchi anni e ci torno tutte le volte che posso: New York è la città che amo e negli anni ho percepito la spinta propulsiva con cui è rinata dopo le stragi islamiste, la capacità collettiva di risollevarsi dalle tenebre e quella personale di ritrovare se stessi in un ambiente disperato ma ricco di opportunità. 

New York non è New York senza il vigore e la spietatezza che la rendono quello che è e che fanno dimenticare le implausibilità di cui scriveva White nel dopoguerra. 

Arriviamo al punto: due anni dopo l’attacco del virus, New York non è più quella che abbiamo conosciuto. Chi ci vive la difende con i denti e spiega che rispetto a qualche mese fa, quando ancora non c’erano turisti e visitatori e il virus ancora in circolo, sembra addirittura rinata, con i musei che sono tornati pieni, con Broadway che ha riaperto e con la Fifth Avenue in grande spolvero. 

Eppure chi se la ricorda nel periodo pre Covid sa che non è così, sa perfettamente che prima o poi tornerà alla sua impareggiabile vitalità, ma riconosce che la via della guarigione è ancora lunga. 

Oggi New York è ancora gravemente ferita. Da nord a sud, Manhattan è costellata di locali vuoti, di negozi chiusi, di delivery che smettono di consegnare dopo le 9 di sera, di ristoranti che alle undici di sera non servono i clienti per mancanza di personale (nella città che non dorme mai!). È molto più cara e sporca del solito, con i famosi taxi gialli praticamente spariti, con la metropolitana nel caos e popolata di matti e di homeless, con i dehors sulla strada concessi agli esercizi commerciali ma costruiti senza alcun criterio estetico al punto che sembra di passeggiare a Soweto, non a Manhattan. 

Milano, per fare un paragone con una città colpita altrettanto gravemente dal Covid, oggi è tornata alla sua quasi normalità, si è risvegliata, la pandemia sembra un ricordo. New York invece è ancora annebbiata dal virus.  

L’uccisione del povero Davide Giri a Morningside Park non c’entra con il periodo difficile che sta vivendo la città, né c’entra la surreale polemica italiana sulla sottovalutazione del caso da parte del New York Times a causa di un pregiudizio contro i bianchi e della scelta editoriale di tutelare la comunità nera. Non c’entrano perché l’omicidio del nostro connazionale è stata una sfortunata coincidenza e perché non è vero che il Times abbia trattato con meno enfasi il caso per tutelare la minoranza nera in nome dell’ideologia del politicamente corretto.

Quest’anno ci sono stati più di 400 omicidi a New York, oltre a quello di Giri, piuttosto è questo il problema della città che trascende il Covid, non la presunta copertura ideologica del Times, tanto che a novembre è stato eletto un ex poliziotto come sindaco di New York.

Eric Adams entrerà in carica a gennaio, ieri ha indicato la nuova capa della polizia, Keechant Sewell, la prima donna a ricoprire il ruolo, e in generale la sua elezione è una risposta chiara all’incapacità di Bill De Blasio di garantire sicurezza ai suoi concittadini e alla follia di certi movimenti neomarxisti convinti fosse una buona idea tagliare i fondi alla polizia per protestare contro i casi di razzismo che hanno indignato il paese e il mondo.

New York ha superato l’11 settembre e la crisi finanziaria, la bolla digitale, la bolgia criminale degli anni Settanta e il virus dell’Aids, e prima ancora lo sforzo bellico e Central Park trasformata in baraccopoli durante la Grande Depressione. Guai a scommettere contro New York, come suo malgrado fece nel 1975 il presidente Gerald Ford cui fu attribuita una frase leggendaria, «Drop dead», lasciatela morire, nel negarle un aiuto federale per la bancarotta. New York si è ripresa alla grande, mentre Gerald Ford è stato battuto da Jimmy Carter. 

Questa sarà sempre una città implausibile, ma a un certo punto sarà capace di diradare anche la cappa in cui l’ha avvolta il maledetto corona, perché ogni volta la magia di New York estrae qualcosa dal cilindro e immancabilmente rinnova il miracolo.