Il lebbrosario della miseriaLo sciopero dimostra che, sulla questione sociale, la Cgil è parte del problema

Il sindacato è contrario a meccanismi che incentivino lavoro, investimenti e progresso tecnologico. E Landini non ha una direzione concreta da indicare, se non ricette utopiche e reazionarie

LaPresse

Al di là delle adesioni allo sciopero e delle presenze nelle piazze mobilitate dalla CGIL e dalla UIL, anche ieri è emerso con chiarezza che il grosso del sindacato italiano è parte del problema e non della soluzione di quella gigantesca questione sociale, aperta da vent’anni di ininterrotto declino economico. 

Landini e Bombardieri hanno proclamato esplicitamente uno sciopero “per i poveri”, sacrificati a loro dire dai provvedimenti del governo, continuando a interpretare i bisogni dei ceti più disagiati in base a un’analisi dei processi di impoverimento che rovescia l’ordine delle cause e degli effetti. 

La CGIL e buona parte della sinistra politica e sindacale ritiene che l’Italia, negli ultimi decenni, abbia duramente patito le trasformazioni del capitalismo globale non per averne sciupato le opportunità e averne declinato le sfide, ma per non essersi chiamata fuori dai suoi ingranaggi e non avere dichiarato la secessione economica e morale dalle sue ingiustizie. Questa è da tempo anche l’analisi della destra sovranista, che ha però dalla sua il vantaggio competitivo di un nazionalismo ad ampio spettro, dal protezionismo alla xenofobia, e sta quindi erodendo da quasi trent’anni – iniziò la Lega – i consensi elettorali anche tra gli iscritti alla CGIL.

A scandalizzare, in un sindacato progressista, dovrebbe essere un patto sociale fondato su un sistema di rendite e garanzie improduttive, destinato a impoverire gli stessi garantiti e a inaugurare la guerra tra i poveri. L’esempio è proprio rappresentato dalla spesa previdenziale – il frutto più caratteristico e più velenoso del welfarismo sindacale all’italiana – che si è dilatata a dimensioni abnormi, edificando un monumento mostruoso di iniquità sociali, di genere e generazionali e di pensioni insieme agevolate e miserabili, per cui è ormai impossibile distinguere la gravità del bisogno dallo stigma del privilegio. 

Di fronte a tutto questo, da buona parte del sindacato confederale e in particolare dalla CGIL non è mai venuta una parola, se non di autocritica, di consapevolezza della necessità di aggiornare la cassetta degli attrezzi e anche quella dei valori. 

Al contrario: la CGIL rimane programmaticamente contro ogni tentativo di porre mano a meccanismi efficientemente redistributivi, perché non finalizzati a togliere ai ricchi per dare ai poveri, fino a giungere a redistribuire la miseria, ma a migliorare il potenziale di crescita, cioè a incentivare lavoro, investimenti e progresso tecnologico e arrivare per questa via a fare in modo che i poveri siano di meno, siano meno poveri e meno disuguali. 

Basti ricordare lo sciopero generale del 2014 contro il Jobs Act, che Landini ieri ha appunto ricordato per rivendicare continuità e coerenza all’azione sindacale. Anche allora la CGIL era contro, malgrado fosse una riforma egualitaria, perché sfidava il profilo più identitario del sindacato contemporaneo, quello di considerare la legislazione la vera trincea della giustizia sociale. 

Il lavoro non può essere stabile, se la legge non lo stabilizza. La povertà non può essere battuta, se la legge non la combatte o – direbbe Di Maio – non la abolisce. Le aziende non possono rimanere in Italia se non c’è una legge che impedisca loro di delocalizzare. Il sindacato italiano sta ancora incredibilmente, tragicamente e irreparabilmente fermo qui.

È certo vero che povertà e disuguaglianza sono essi stessi prodotti politici, ma in senso opposto a quello indicato dalla CGIL. In Italia sono il prodotto dell’illusione che si potesse attraversare indenni la crisi politica dello stato nazionale e la crisi fiscale dello stato sociale aspettando semplicemente che passasse la nottata, che invece era qui per restare e che non sarebbe stata così cupa se l’Italia, a differenza di altri paesi europei, non avesse proseguito il proprio business as usual e la politica e il sindacato non avessero continuato, come se niente fosse, a vendere indulgenze per una salvezza ormai impossibile.

Dei poveri a questo sindacato è rimasto l’ingombro e il senso della frustrazione e dell’impotenza, senza una parola sensata da dire, una direzione da indicare, una meta da raggiungere che non sia quella, utopica e reazionaria, del ritorno all’età dell’oro dei diritti sociali. Della CGIL e della gran parte del sindacato italiano oggi potrebbe dirsi quello che Christopher Hitchens scriveva di Madre Teresa di Calcutta. Che non amasse i poveri, ma la povertà, e non si preoccupasse di guarire i malati, ma di santificare la malattia per offrirla all’amore di Dio attraverso la carità dell’uomo. 

Ma se così è – anche senza addebitare a Landini e Bombardieri le mire affaristiche che Hitchens sospettava in Madre Teresa – c’è davvero da dubitare che da un sindacato ridotto a lebbrosario della miseria possa uscire qualcosa di progressista.

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