La mala sindacalizaciónLo sciopero sciagurato di Landini va a tutela dei privilegi e contro la crescita

Una decisione dannosa sia perché rompe il consenso intorno al governo Draghi (prezioso in questa fase) sia per le sue ragioni. Il segretario generale della Cgil chiede più attenzione per dipendenti e pensionati quando la priorità sarebbe, al contrario, alleggerire il sistema previdenziale e investire nello sviluppo

Roberto Monaldo / LaPresse

Dopo il balcone dei 5Stelle ecco oggi Maurizio Landini che vuole ridurre la povertà per tutti, dimenticando – come da tradizione – crescita, bilancio ed equità intergenerazionale e trovando così uno spazio politico che va ad ampliare l’opposizione al governo insieme a Meloni/No vax & green pass.

CGIL e UIL proclamano di scioperare per tutti, lavoratori dipendenti, pensionati e giovani (degli autonomi non c’è traccia), ma dimenticano che sono soprattutto gli under 34 ad essersi impoveriti negli ultimi 20 anni al contrario degli over 65, mentre si allargava il divario fra retribuzione dei lavoratori e importo delle pensioni, mentre l’età pensionabile effettiva con quota 100 ed altre misure si abbassava, mentre la spesa sociale comunque cresceva, mentre gli investimenti diminuivano e mentre la crescita con i governi di Giuseppe Conte si azzerava.

La priorità è una sola: investire in produttività e ridurre il costo del lavoro per puntare a una crescita dell’occupazione e dei salari e quindi, peraltro, dei contributi per le pensioni. Da Conte, meno crescita e in pensione prima, siamo passati a Draghi, cioè più crescita e in pensione pesando meno su giovani e lavoratori.

La manovra, espansiva grazie all’Unione Europea, che ci porta fuori da quota 100, destina 4 miliardi a mercato del lavoro e occupazione, non tralascia comunque la spesa sociale e il supporto ai veri ultimi a partire da un reddito di cittadinanza in questo senso rivisto. Il taglio dell’IRPEF per la metà è a beneficio dei redditi più bassi.

La speranza è che questa mala-sindacalizzazione non porti molti a scioperare in difesa di privilegi più che di crescita e sviluppo per tutti.

Lo sciopero del 16 è una sciagura non solo perché rompe il consenso alla politica del governo Draghi, così prezioso in questa fase, ma per il merito di ciò che afferma il segretario generale della Cgil che chiede più attenzione «ai dipendenti» e ai pensionati, e che ci sia una «vera» riforma delle pensioni grazie alla quale ognuno possa andare in pensione a 62 anni, e, infine, che il governo tuteli «le persone più bisognose».

Ricordando a Landini che i contributi previdenziali e assistenziali vengono versati anche dai lavoratori autonomi (che hanno pensioni più basse), categoria che mai cita, serve chiarire che negli ultimi 20 anni è raddoppiato il divario tra la retribuzione media dei lavoratori (che pagano i contributi) e l’importo medio delle pensioni. Quando l’età della povertà cala, il trasferimento di risorse si ha all’interno delle famiglie dove il pensionato aiuta il giovane, ma su questo meccanismo, profondamente iniquo, non possono contare molti giovani.

In percentuale su quanto i lavoratori producono (PIL) continuiamo ad avere una spesa pensionistica più alta di quasi tutti gli altri Paesi (spendiamo 70/80 miliardi in più all’anno rispetto alla Spagna), a scapito degli investimenti in produttività – spesa, questa sì, che porta a una crescita del PIL, dei salari, degli occupati (in primis giovani), e quindi dei contributi per pagare le pensioni. Dal 2019 il rapporto tra spesa pensionistica e PIL è tornato ad aumentare per via di quota 100 e della bassa crescita.

I contributi versati oggi dai lavoratori non bastano a pagare le attuali pensioni e la fiscalità generale integra con oltre 30 miliardi l’anno, quindi parte delle pensioni le pagano tutti i contribuenti.

Le previsioni macroeconomiche della Ragioneria Generale dello Stato per un quadro sostenibile della spesa pensionistica (comunque in crescita costante rispetto al PIL dal 2027 al 2046 per poi calare a seguito dell’applicazione generalizzata del calcolo contributivo) puntano su una costante crescita della produttività del lavoro, oggi ferma, fino a un +1,3 nel 2030 e un +1,5 nel 2050.

Prevedono altresì una crescita del PIL fino a un +2,1% nel 2030, nel 2019 pre-pandemia era stata pari a +0,3. Il tasso di disoccupazione, 9,3 nel 2020, è previsto che cali fino al 7,6 nel 2030. Le previsioni demografiche prevedono un flusso migratorio netto pari a 162 mila persone di media in più all’anno fino al 2070 e un tasso di fecondità che “dovrà” passare dall’1,24 del 2020 all’1,47 nel 2030. È certificato dunque che una politica economica che non persegua crescita, più produttività del lavoro, più occupati, più regolarizzazioni di migranti, sarebbe in contrasto con gli obiettivi dei governi e la sostenibilità del sistema pensionistico.

Le prestazioni pensionistiche sono suddivise in prestazioni previdenziali e assistenziali, queste utime – invalidi civili, indennità di accompagnamento, pensioni e assegni sociali e pensioni di guerra – sono in costante aumento da una decina di anni e pesano per circa 23 miliardi l’anno.
La spesa sociale in Italia è elevata e cresce a ritmi insostenibili, i trasferimenti a carico della fiscalità generale sono passati dai 73 miliardi del 2008 ai 114 del 2019, 41 miliardi in più all’anno, un aumento annuo superiore al 4% non giustificato dal peggioramento delle condizioni sociali di una parte della popolazione.

In conclusione, ogni misura, demagogicamente richiesta, non volta ad alzare gradualmente l’età effettiva di pensionamento, non volta a ridurre la spesa a carico della fiscalità generale a integrazione dei contributi versati dai lavoratori, non volta a ridurre il divario tra la retribuzione media dei lavoratori e l’importo medio delle pensioni, non volta a investire in formazione per allineare alla domanda immigrati e giovani, non volta a far crescere la produttività del lavoro, corrisponde a un attentato ai diritti dei giovani, dei lavoratori attuali e dei pensionati di domani.

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