Mai scontatiDodici bottiglie per brindare al 2022

Per milioni di persone la notte di San Silvestro ha un forte significato e quella cena deve essere memorabile. Il 31 dicembre è anche l’occasione in cui l’effervescenza è d’ordinanza, ma trovare buone idee per non scadere nella prevedibilità non è sempre facile. Ecco dodici soluzioni tra le quali provare a pescare

Tre champagne sostenibili
Per gli irriducibili dello champagne, che proprio non sanno o non vogliono rinunciare a richiamo del vino più luccicante, ecco tre possibilità un po’ fuori dal coro, che coniugano ecologia in vigna (cosa rara: la Champagne resta il fanalino di coda tra i vini bio francesi), artigianalità in cantina e inconsueta provenienza geografica.

Champagne Bourgeois-Diaz
Jérôme Bourgeois si è ormai affermato tra i nuovi talentuosi vignerons della regione vinosa più osannata del pianeta. Ci è riuscito nonostante una posizione geografica defilata (la Valle della Marna occidentale, nell’Aisne), lontano dai centri nevralgici del potere locale (Reims e épernay), in un areale dove regna il pinot meunier (considerato il vitigno “plebeo” della Champagne). Da sette anni ha ottenuto la certificazione ufficiale del metodo biologico e biodinamico, frutto di un percorso iniziato tempo addietro. In cantina la vinificazione procede in coerenza con il lavoro viticolo, senza artifici enologici. E nei vini si sente. Tra le sue etichette vorrei menzionare il brut nature “BD’N”, composto di un paritario assemblaggio di meunier e pinot nero, e non dosato. Con la sua generosità, il suo profilo profondo, speziato e vinoso, nonché la tesa e croccante asciuttezza, è un vino di spiccata personalità. Provatelo all’antipasto, con le terrine, il pâté, i canapé. Ma terrà onorevolmente testa anche alla selvaggina da piuma!

Pascal Doquet
Nel prendere le redini dell’azienda di famiglia, ormai quasi vent’anni or sono, Pascal Doquet e sua moglie Laure hanno optato per una parabola di conversione agronomica. Lo hanno fatto con tali forza, competenza e coerenza che Pascal è poi divenuto il presidente dell’Association des Champagnes Biologiques. Una delle singolarità della bella azienda dei Doquet, i cui vini sono andati affinandosi e hanno guadagnato definizione con il passare degli anni, è di isolare volutamente le poche uve provenienti dal Vitryat, territorio (detta anche Perthois) molto marginale e decentrato, soprattutto rispetto al blasone che possono vantare i vigneti di Vertus (dove ha sede la cantina) o del Mesnil, rispettivamente Premier cru e Grand cru dell’altisonante Côte des Blancs. Proprio il Vitryat dà vita alla cuvée extra-brut blanc de blancs “Horizon” (100% chardonnay). La versione attuale è basata sulla vendemmia 2018 con una quota molto consistente (41%) di vini di riserva; quasi due anni sui lieviti e un dosaggio contenuto a 5 grammi. Ne risulta uno champagne apertamente tenero, delicato, gustoso, in stimolante equilibrio tra rotondità e sapidità. La dolcezza del dosaggio si percepisce in modo distinto e conferisce al sapore comfort e serenità. Un aperitivo gratificante!

Christophe Mignon
Due terroir “collaterali” (Festigny, nella valle del Flagot, e Le Breuil, in quella del Surmelin, entrambi areali-satellite della celebre Vallée de la Marne) e un vitigno preponderante, in sintonia con la storia dei luoghi: il meunier. È su queste basi che Christophe Mignon ha costruito la propria tenuta viticola, rielaborando la preziosa eredità del suo trisavolo. Lavora da anni usando fitoterapia, omeopatia e princìpi biodinamici (anche se il domaine non è certificato bio ufficialmente), osservando le fasi lunari. Il suo rosé de saigné brut nature “ADN de Meunier” si distingue per l’intensità cromatica della veste (in alcuni millesimi pressoché rossa). È uno champagne ottenuto dalla macerazione del meunier protratta per circa un giorno e mezzo, poi vinificato in vasca (niente legno). Tre o quattro anni sui lieviti prima della sboccatura, e nessun dosaggio. L’annata 2015 rivela un rosato serio, asciutto, compatto ma dinamico, di perentoria vocazione gastronomica (mettetelo alla prova con l’ossobuco, ad esempio). Profumato di malto e di cereali integrali, sfodera in bocca una sinergia tra sapidità e note amare di genziana e radicchio. Un vino estraneo a certi facili e scoloriti modelli “femminei” che si vorrebbero attribuire alla categoria rosé…

green grass field during daytime

Tre non-champagne europei (non italiani)
Coloro che sono ancora persuasi che lo Champagne sia necessariamente imbattibile quando si parla di spumanti troveranno eclatanti sorprese tra le migliori bottiglie di altre (talora insospettabili) realtà vitivinicole. Tre alternative dal Vecchio Continente.

Alta Alella
La denominación de origen protegida Cava è un gigante sovraregionale spagnolo del metodo classico, che si attesta attorno a 250 milioni di bottiglie vendute ogni anno. Una realtà in buona parte agroindustriale, che nasconde però qualche azienda a dimensione artigianale, capace di curare una produzione raffinata e meticolosa. Per far fronte a una stagnazione commerciale, il vertice qualitativo della DO (i Cava Superior) va oggi peraltro verso una riforma delle regole di produzione che impone, dal 2022, invecchiamenti prolungati e una viticoltura obbligatoriamente biologica entro i prossimi tre anni. In Catalogna, l’area per la quale è più famoso il cava e da cui proviene oltre il 90% della produzione, ha messo radici trent’anni fa la famiglia Pujol-Busquets Guillén. Ad Alella, sobborgo bucolico 20 km a nord del centro di Barcellona, gestisce una tenuta viticola dove è nato il progetto Celler de les Aus (Cantina degli uccelli), dedicato ai vini naturali (ossia bio e senza additivi enologici). A questa gamma fanno riferimento anche i cava Alta Alella, ottenuti da vitigni autoctoni. L’etichetta “Capsigrany” (nome catalano dell’averla capirossa) è un brut nature (cioè non dosato) prodotto con pansa rosada 100% (piantata nel 1957) e affinata almeno un anno e mezzo sui lieviti. Il millesimo 2017 ha un naso finemente vegetale, con note di frutta ben matura. In bocca è asciutto, vinoso, minerale e dotato di un’elegante cremosità.
Un vino adatto ai crostacei come gli scampi crudi.

Gusbourne Estate
Europei o no? Galeotto fu il Brexit, ma tra gli intenditori il potenziale qualitativo dei vigneti inglesi non è più un segreto. D’altra parte la Gran Bretagna vantava secoli addietro una rilevante produzione, che gli eventi storici hanno decimato. Il surriscaldamento globale sta ricreando le condizioni climatiche affinché il sud dell’isola possa dare English sparkiling wines di tutto rispetto (tanto che alcune aziende della Champagne investono ormai Oltremanica).
Gusbourne Estate è un’azienda giovane, radicata ad Appledore, nel Kent, ma in pochi anni ha riscosso un tale successo di critica e di pubblico da ampliare notevolmente superfici e produzione. Un successo meritato; assaggio da anni i suoi vini (ora anche fermi) senza mai delusioni. Il brut “Reserve” (pinot noir, meunier e chardonnay in parti pressoché equivalenti, una piccola parte fermentata in rovere, almeno 36 mesi sui lieviti, dosaggio 8 grammi, sempre millesimato) è divenuto un classico: sfoggia accenti complessi e frutto maturo, tensione gustativa e dolcezza di pasticceria senza svenevolezze. Degustato alla cieca sovrasta parecchi champagne mainstream della stessa fascia di prezzo.

Movia
In sloveno si dice Brda. È il territorio transnazionale che i friulani chiamano Collio, noto soprattuto per i suoi vini bianchi. La storica azienda Movia, guidata oggi da Aleš Kristančič, è un patrimonio viticolo della zona proprio a cavallo del confine italo-sloveno. All’interno dell’ampia e articolata gamma di vini (soprattutto fermi, bianchi, o “arancioni”, ovvero fatti con uve bianche macerate come fossero rosse) anche alcuni spumanti. L’etichetta di spicco, che ha concorso a conferire a Movia una certa notorietà anche mediatica, è il “Puro”, metodo classico imbottigliato con mosto di un’annata recente, il quale innesca la rifermentazione in bottiglia di un vino fermo maturato quattro anni in barrique. La particolarità è che la bottiglia non è sboccata ma contiene ancora i lieviti della presa di spuma. Per eliminare il residuo va dunque conservata a testa in giù e stappata rocambolescamente à la volée, oppure in un recipiente contenente acqua (su YouTube non manca il tutorial). Il Puro è fatto con ribolla gialla e chardonnay; ovviamente non è dosato. L’annata 2016 consegna un vino delicato, sobriamente sapido e amarognolo, con un garbato finale su note di burro demi-sel. Trascinante la bevibilità. Per le linguine con i lupini di mare.

Foto Di Persona Che Versa Liquore Sul Bicchiere Di Vino

Tre non-champagne europei (italiani)
E poi c’è il comparto spumantistico italiano. Nel biennio che ha visto spuntare il tricolore in ogni dove anche senza motivo vale la pena ricordare che non sempre le bottiglie più interessanti provengono dai quadranti più celebrati dello Stivale. Ecco tre “contro-esempi”, se non a km zero, a basso chilometraggio.

Marco De Bartoli
Marsala non ha certo costruito la propria reputazione facendo leva sugli spumanti. Anzi: i vini liquorosi cui da secoli è legato il suo nome sono quanto di più lontano si possa immaginare dall’effervescenza. Un piccolo, piccolissimo movimento spumantistico locale dimostra invece che il terroir è un’entità spesso duttile e multiforme. L’azienda De Bartoli, erede del più innovativo vignaiolo che abbia conosciuto il territorio negli ultimi decenni – cui la città ha da poco dedicato una piazza! –, ha smosso il comprensorio anche in questa tipologia, dimostrando che Marsala ha tutte le carte in regola per produrre non già buoni, ma grandi metodi classici, e sfatando il mito che solo regioni settentrionali o d’altitudine si addicano alla spumantizzazione.
Il brut nature Sicilia “Terzavia” 2018 fonde a meraviglia piglio giovanile e maturità espressiva, incanalati in movenze spontanee, dettate da un’apprezzabilissima sapidità. Un effervescente di vera statura. È prodotto con grillo 100% vinificato e affinato parzialmente in rovere, poi rifermentato in bottiglia con mosto dell’annata seguente, ottenuto dalle medesime vigne. Chapeau!

D’Araprì
Alla base di tutto c’è un’intuizione: le potenzialità del bombino bianco, vitigno tradizionale del nord della Puglia. È così che, oltre quarant’anni or sono, Girolamo D’Amico, Louis Rapini e Ulrico Priore diedero vita a un progetto sorprendente: creare a San Severo, vicino a Foggia, un’azienda dedita alla sola spumantizzazione. Più che una scommessa, quasi un’eresia, se pensiamo che la Capitanata è sempre stata legata a doppio filo con la viticoltura, ma non certo con il metodo classico! La perizia con cui D’Araprì lavora consente all’azienda di proporre vini di fattura apprezzabile e affidabile, nonostante i consistenti volumi (circa 100mila bottiglie) prodotti ogni anno. Tra le varie etichette, vale la pena ovviamente iniziare dal brut, versione “base” dell’azienda, fatta con bombino bianco prevalente e un saldo di pinot nero, affinata due anni sui lieviti e moderatamente dosata (5 g/l): un vino in equilibrio tra morbidezza e freschezza, fragranza e ricerca di una incipiente maturità.

Daniele Piccinin
Daniele Piccinin è un vignaiolo tanto determinato quanto umile. Due qualità che si riverberano nei suoi vini, dal carattere schietto, diretto, verace e rigoroso. Nel 2006 Daniele ha creato la propria azienda vitivinicola a San Giovanni Ilarione, sui colli alle falde dei monti Lessini, nel Vicentino. L’inizio di un percorso di caparbia ricerca agronomica e vinicola, guidato dalla ferma volontà di evitare la chimica in vigna come in cantina, e di recuperare la durella, uva autoctona storica ma in costante contrazione (1.080 ettari mezzo secolo fa, appena 470 oggi). Il lavoro di Piccinin, e di pochi altri colleghi, dimostra che questo vitigno ha intrepido carattere e una naturale inclinazione per la spumantizzazione. Proprio dalla durella nasce l’“Arione”, frutto di una vinificazione in acciaio (90%) e in legno, di una successiva presa di spuma con mosto prodotto in azienda, e poi due anni di sosta sui lieviti, senza alcun dosaggio finale. L’Arione è un metodo classico di ammirevole stoffa: dritto, ficcante, complesso e molto espressivo, dotato di una spuma elegante e di una notevole personalità anche nel lungo finale. Un vino da portare in tavola senza esitazioni, capace di giostrare con gli abbinamenti semplici (come pane e sopressa veneta) e quelli più raffinati (ad esempio la ricciola o l’ombrina).

Tre idee per la mezzanotte
Chi ha detto che per augurarsi un’ottima annata occorra un’etichetta di prestigio? Avete già bevuto e mangiato molto, gli spiriti sono annebbiati, le papille affaticate: lasciate in pace Dom Pérignon e allo scoccare dell’ora X puntate su un bicchiere più facile, disimpegnato e accogliente.

clear wine glass with brown liquid

Vittorio Bera e Figli
Il moscato astigiano è così deprezzato dalla propria industrializzazione e dal discredito che subiscono oggi i vini dolci da essere pressoché finito nel dimenticatoio. L’Asti spumante ha recentemente persino tentato l’acrobazia dell’asti secco, uno spumante quasi asciutto, immaginato per rincorrere un mercato ingrato. Nelle mani giuste il moscato in versione frizzante sa invece dare un nettare aromatico, dolcissimo e altrettanto goloso. Una bevanda che, con i suoi 5 o 6 gradi alcolici, è pressoché imbattibile nell’abbinamento con panettone, pandoro, frolle, biscotti alla frutta secca, crostate, ecc. Alessandra e Gianluigi Bera hanno raccolto il testimone dal papà Vittorio, a sua volta erede di una tradizione di oltre due secoli. A Canelli, patria indiscussa del moscato sabaudo, lavorano in agricoltura biologica da molti anni. Il loro moscato d’Asti è fermentato in autoclave d’acciaio ma in modo spontaneo, fino a raggiungere un magico equilibrio tra zuccheri, spuma, acidità e poco alcol. L’annata 2020 attualmente in commercio possiede una spuma cremosa, un naso aromatico e balsamico (miele, salvia, pesca sultanina); i suoi ben 140 grammi/litro di zucchero conferiscono golosità ma mai stucchevolezza: la beva è irresistibile.

I Doria di Montalto
L’abbinamento trippa o cassoeula e champagne è diventato un must tra i radical chic. In effetti non è male, ma il connubio tra tradizione culinaria nordica e vini di pari tradizione resta imbattibile (e irrinunciabile). Per coloro che, nonostante l’indice glicemico, i trigliceridi e il colesterolo alle stelle di un 31 dicembre non sanno rinunciare alla consuetudine di lenticchie e cotechino di mezzanotte, molto meglio puntare su sani valori agresti d’un tempo. La bonarda mossa dell’Oltrepò pavese è uno dei vini più sottovalutati e snobbati d’Italia; invece in casi come questi (ma non solo!) si dimostra formidabile. La versione frizzante “Le Briglie” dei Doria di Montalto (due secoli di esperienza in Oltrepò) è un solido riferimento di bonarda (o croatina che dir si voglia) spigliata, golosa, guizzante, saporita e digeribile. Per tacere del rapporto qualità prezzo. Servitela a non più di 14 gradi!

Marchiori
Lontano dai modelli (iper)produttivistici di tanta parte del mondo del prosecco – che gli ha consentito di sbaragliare la concorrenza internazionale, champagne incluso, quanto a volumi venduti –, la famiglia Marchiori lavora da anni in una logica di metodica ricerca coniugata con il buon senso contadino della tradizione. Da 16 vigne collinari di Farra di Soligo, epicentro della Docg Conegliano-Valdobbiadene, nascono uve figlie di viti da selezioni massali, coltivate con metodi poco invasivi e vinificate con sapienza. È così che prendono vita prosecchi che traggono dalle loro pregevoli veracità e precisione la capacità, tra l’altro, di suggellare una serata in modo rinfrescante, senza appesantirsi. Tra le diverse versioni di valdobbiadene prosecco superiore si distingue per franchezza, definizione ed eleganza il brut Rive di Farra di Soligo “Rocciamadre” (85% di glera più altre varietà autoctone; 50 giorni di autoclave, 6 grammi di zucchero), che nell’annata 2020 dimostra inappuntabile esecuzione, fittezza di un gusto pieno e cremoso, senza pesantezza, e un encomiabile incontro tra spontaneità e accuratezza formale. Un valdobbiadene di razza, per rendere omaggio con buona creanza l’anno nuovo.

L’autore desidera ringraziare per aver messo a disposizione per questa ricognizione i campioni delle ultime versioni in commercio: Balan srl (per Pascal Doquet), De Bartoli, Elemento Indigeno (per Gusbourne Estate), Marchiori, Sarfati (per Alta Alella), TripleA (per Bera e Movia), Venti10 (per Christophe Mignon). Trasparenza sul conflitto d’interessi: l’autore desidera rendere noto che presta consulenza professionale per Stefano Sarfati.

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