Revival sovranistaZemmour spinge la Francia a interrogarsi sul suo futuro

Il polemista ha già vinto la sua battaglia politica: obbligare sia Marine Le Pen che i neo gollisti a modificare radicalmente la propria piattaforma. Tutti tranne Macron che due anni fa col discorso di Mureux aveva anticipato il tema della fallita integrazione e assimilazione degli immigrati

LaPresse

Attenti alla Francia. Èric Zemmour non diventerà mai presidente della République, ma ha già vinto la sua battaglia politica. Lo nota giustamente il più liberal tra i nouveaux philosophes, Alain Finkielkraut, di solida cultura antifascista e anti razzista: «Zemmour ha reso un servizio alla democrazia; è arrivato e ci ha detto: La Francia ha un avvenire? Persevererà nel suo essere tale?”. A mio avviso sono interrogativi giustissimi». 

Beninteso, nessuna indulgenza nei confronti delle sparate razziste e xenofobiche di Zemmour, intellettuale francese di origini algerine che si autodefinisce «ebreo berbero». Ma questo non deve impedire di cogliere l’interesse e le sfide che la sua inaccettabile piattaforma pone, anche in Italia. Zemmour ci sfida su un tema che purtroppo sfugge completamente all’agenda e al dibattito politico in tutti i paesi europei, Italia in testa: le nostre radici, la nostra identità, la nostra cultura nazionale si stempera, si devono stemperare in un indistinto relativismo e multiculturalismo, o vanno difese, curate, approfondite? Quale è il futuro della nostra identità nazionale nel mondo globalizzato? Vi sono o non vi sono problemi non solo nella integrazione, ma soprattutto nella assimilazione ai nostri valori dei milioni di immigrati nel nostro paese?

Negare la raffinata rozzezza delle risposte e proposte di Zemmour non può significare eliminare il problema. Tanto più in un Italia nella quale il tema identitario, delle radici e delle tradizioni ha dato vita a una Lega, quella di Umberto Bossi, non quella di Matteo Salvini, che è stata ed è protagonista nel complesso gioco degli assetti politici.

Ma dobbiamo anche registrare che Zemmour non solo pone temi ineludibili, ma in Italia elusi, ma che è riuscito a radicalizzare in Francia tutte le altre forze politiche, Emmanuel Macron escluso. Macron, uomo che attinge consensi da sinistra come dal centro, e che sente il polso della Francia con rara sensibilità, come ha dimostrato il suo improvviso, clamoroso successo nel 2017, aveva anticipato Zemmour due anni fa affermando  nel famoso discorso di Mureux due verità che in Italia fanno scandalo: in buona parte l’integrazione e l’assimilazione degli immigrati e fallita e questo per colpa di un Islam politico che incancrenisce – ha usato questo verbo – le fondamenta stesse della Repubblica. Dunque, ha saputo porre con forza il tema delle regole, dei provvedimenti da adottare con urgenza, per impedire che questo Islam politico faccia precipitare in un marasma il tessuto politico e culturale della Francia.

Zemmour ha estremizzato, lo faceva da anni, questa intuizione, questa analisi di un Macron capace come pochi di sentire la Francia profonda e vi ha aggiunto proposte oltre il limite del razzismo.

Il fatto è che così facendo, Zemmour, col suo 10-15% di favori elettorali, ha obbligato sia Marine Le Pen che i neo gollisti, a modificare radicalmente la propria piattaforma politica. La Le Pen ha dovuto cessare il suo spostamento verso il centro, la moderazione dai toni sempre più gollisti e ritornare al vecchio repertorio della destra securitaria.

I neo gollisti, da parte loro, hanno abbandonato totalmente i toni liberal dell’epoca dominata dalla leadership di Jacques Chirac e si sono spostati su una piattaforma di destra.

Ma soprattutto, Zemmour ha spinto tutti, persino un socialista come Arnaud Montebourg, auto candidato alle presidenziali, su una posizione di piena difesa delle prerogative e della sovranità della Francia come nazione, contro il dissolvimento nella sovranità europea perseguita ormai solo da Macron. 

Un revival sovranista, che coinvolge oggi forze che raccolgono più del 60% dei favori dei sondaggi. Non va dimenticato infatti che Macron in realtà è tutt’altro che maggioritario, raccoglie e ha raccolto solo il 24-28% dei voti. Ha vinto e con tutta probabilità rivincerà la presidenza unicamente grazie al meccanismo del ballottaggio contro la destra. Dunque, oggi, sono complessivamente più che maggioritari in Francia, ma divisi tra loro, i partiti che sono a fianco della Polonia nel sostenere la assoluta preminenza della legislazione francese su quella dell’Unione Europea. Una mina formidabile nel progetto europeista.

Infine, ma non per ultimo, una notazione. Non abbiamo sin qui fatto cenno alle posizioni della sinistra francese. La ragione è presto detta: non è in grado di tenere il passo, non sa conoscere, e men che meno non sa rappresentare il paese reale. Il partito socialista rimane inchiodato a un più che marginale 6%, i Verdi non riescono ad andare oltre il tradizionale 7% e il radicale di sinistra Mélenchon non supera l’8%. Pessimi i rapporti tra queste tre forze e falliti prima di iniziare i tentativi di presentare un candidato unico alle presidenziali.

Un triste declino. 

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