Ratchet effectDobbiamo salvare il capitalismo e la società aperta

La pandemia ha rafforzato il pregiudizio per cui le decisioni degli individui sono irrazionali e vanno guidate da alcuni sapienti mandarini. Ma l’economia di mercato ha arricchito il mondo perché sa scombinare i piani degli esperti. Dall’ultimo numero di Linkiesta Magazine + New York Times World Review

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La morte dell’economia di mercato è stata a lungo un evento tanto previsto quanto esagerato. Forse, però, questa volta è diverso. Per ragioni che hanno poco a che fare con il mercato e molto con il contesto, politico e culturale, nel quale ci troviamo.

Dal punto di vista non biologico ma politico, la pandemia somiglia molto alle tante crisi di cui è costellata la storia degli ultimi due secoli. In esse, è facile individuare un tratto comune. Come ha spiegato in un’importante ricerca del 1987 l’economista Robert Higgs, «lo Stato è cresciuto repentinamente all’arrivo di ogni grande crisi. Dopo che la crisi è passata, il peso dello Stato si è ridotto, anche se solitamente non è tornato ai livelli pre-crisi, o anche solo al livello che avrebbe raggiunto se avesse continuato a crescere al tasso pre-crisi».

Higgs ha sottolineato come gli apparati pubblici crescano, sostanzialmente, in corrispondenza di alcune emergenze nazionali. Egli immagina una sequenza innescata da episodi particolarmente rilevanti che procede per quattro stadi: si va dal primo, la normalità pre-crisi, a una espansione delle attività dello Stato in risposta alla crisi. C’è poi una fase di assestamento: il momento nel quale, per l’appunto, i nuovi poteri guadagnati dallo Stato vengono usati per risolvere la situazione di crisi. Poi, perlomeno nell’esperienza americana che Higgs esamina, si osserva un momento di retrenchment, un passo indietro rispetto ai poteri di cui lo Stato si è appropriato e ha fatto uso durante la situazione di crisi.

Del resto, se quegli interventi a qualcosa sono serviti, dovrebbero poi portarci a un ritorno alla normalità, giusto? Se organizzare la produzione dall’alto per riconvertire le fabbriche a forniture di armamenti anziché, per esempio, di automobili per utilizzo civile, è servito a qualcosa, la guerra a un certo punto deve finire e, auspicabilmente, dev’essere vinta. Una volta finita la guerra, non c’è il ritorno alla normalità? Sì, ovviamente si torna a vivere in pace ma, spiega Higgs, la “normalità” non coincide appieno con il mondo di prima. Si atterra, per così dire, in un contesto nel quale la spesa è meno elevata, e i poteri dello Stato meno estesi che nella situazione di crisi, ma comunque la spesa è più alta e i poteri pubblici sono più ampi di quanto non lo fossero prima della crisi stessa.

È così che lo Stato cresce, attraverso quello che Higgs chiama un “ratchet effect”, un effetto cricchetto, che non riporta mai esattamente alla posizione di partenza. Per Higgs, «l’espansione dell’ambito di intervento dei poteri dello Stato dipendeva dagli avvenimenti pregressi, in altri termini era path-dependent.

La strada che l’economia politica avrebbe imboccato dipendeva dallo sviluppo che aveva conosciuto in passato». Egli assegna dunque un ruolo cruciale alle credenze, alle convinzioni diffuse delle persone, alle visioni del mondo: «Chi ha spinto la crescita dello Stato era continuamente motivato e limitato dalle proprie convinzioni in merito al potenziale e ai pericoli, ai benefici e ai costi delle possibili politiche prese in considerazione. Tali convinzioni derivavano a loro volta dall’interpretazione che essi davano degli avvenimenti passati».

La pandemia Covid-19 è esplosa in un mondo nel quale l’intervento pubblico era più esteso di quanto non lo fosse mai stato, perlomeno nei Paesi occidentali, ma aveva preso anche una forma diversa. Di diseguaglianze si parla molto ma le ultime riforme per rendere più efficaci i sistemi di welfare risalgono agli anni Novanta. In un mondo dove l’innovazione tecnologica è rapida e pervasiva, il capitale umano fa la differenza. Ma i sistemi di istruzione pubblica scontano problemi importanti, fra cui una carenza di innovazione al proprio interno, in tutti i Paesi. Mentre in Europa la spesa pubblica veleggia non molto lontano dal 50 per cento del Prodotto interno lordo, il dopo-2008 ha visto tutte le speranze e le ambizioni concentrarsi nelle Banche centrali.

Questo risultato è molto coerente con l’idea chiave degli intellettuali contemporanei. Essa non è la convinzione che il capitalismo debba essere “temperato” nei suoi effetti sociali, assicurandosi che nessuno resti indietro e provando a pareggiare le condizioni di partenza delle persone, quanto invece l’idea, radicatissima, che le imprese lasciate libere allochino risorse in modo dannoso per la società nel suo complesso e pertanto le scelte (in termini di persone impiegate, di stabilimenti aperti, di prodotti realizzati) vadano corrette “a monte”.

La Federal Reserve e la Banca centrale europea sono istituzioni il cui potere è andato crescendo enormemente, secondo la dinamica di Higgs. L’obiettivo di stabilizzare i mercati ne ha fatto attori importanti nei mercati obbligazionari. Per quanto non siano mancati coloro che hanno sostenuto che la regolamentazione finanziaria dovrebbe servire essenzialmente a indurre gli operatori economici a comportamenti più prudenti, soprattutto quando essi possono determinare un “rischio sistemico”, la pervasività dell’intervento degli istituti di emissione ha probabilmente più che bilanciato queste buone intenzioni.

I mercati finanziari non sono mai somigliati a una bisca tanto quanto oggi: e non per assenza di intervento pubblico ma al contrario, proprio perché l’intervento pubblico è espressamente orientato a evitare che si abbiano momenti di aggiustamento. Con grandi poteri vengono grandi responsabilità e i banchieri centrali non si sono sottratti.

Oggi essi sono investitori, finora “neutrali” (ovvero che hanno tentato di mantenere nei propri interventi una composizione corrispondente a quella del mercato) ma indubitabilmente di cruciale importanza, più di alcuni grandi attori imprenditoriali e finanziari. Ma sono pure impegnati a condizionare l’allocazione dei fattori produttivi da parte della totalità dei settori industriali, in nome dei cosiddetti criteri ESG: i quali di fatto indicano ai privati dove essi possono e dove essi non possono investire. Gli intenti sono apparentemente lodevoli ma le conseguenze sono radicali. Da anni non si vedeva qualcosa che somigliasse tanto a un tentativo di socializzazione dei mezzi di produzione.

Il sistema, è bene ricordarlo, si regge su una necessità percepita come imprescindibile, ovvero il sostegno ai grandi debitori che sono, essenzialmente, gli Stati. Per evitarne il default, tutto è concesso. È con la stessa mentalità che ci siamo accostati alla pandemia. Gli Stati hanno scelto di ridurre la libertà di movimento delle persone e hanno compensato gli individui di questa perdita attraverso sussidi nell’ordine di svariati punti di Prodotto interno lordo. Questo è stato possibile nella credenza che saranno le Banche centrali a rendere sostenibili debiti pubblici più elevati che in passato: nel caso degli Stati Uniti, decisamente più elevati che in passato. L’effetto cricchetto di Higgs consiste qui nell’erogazione di aiuti che, come è noto, è tanto facile dare quanto difficile togliere. E che paradossalmente potrebbero risultare la zeppa che incastra l’ingranaggio sopra descritto.

Le persone hanno percepito di ricevere soldi “piovuti dal nulla”, che tuttavia per un anno (a causa delle restrizioni) hanno potuto spendere con una qualche difficoltà. L’allentamento delle restrizioni ha prodotto un aumento dei consumi che si è scontrato con una capacità produttiva che, nell’anno della pandemia, si era prudentemente e velocemente riorientata e con un’economia globale gravata da dazi che concorrono anch’essi a un aumento dei prezzi. L’esito è l’inflazione che potrebbe indurre le Banche centrali a un cambiamento di rotta. Se l’economia di mercato non è morta, i suoi spazi si stanno assottigliando con grande rapidità

In realtà, nella pandemia essa ha dato buona prova: sia nella capacità di ricalibrarsi delle filiere internazionali sia, soprattutto, nella velocità con cui si è arrivati in breve tempo ad avere addirittura più di un vaccino contro la malattia prodotta da SARS-CoV-2. Questo è un caso interessante. I più ottimisti fra gli esperti prevedevano lo sviluppo di un vaccino in circa due anni. Big Pharma ce l’ha fatta in otto mesi.

L’economia di mercato ha straordinariamente arricchito la nostra parte di mondo, e poi anche il resto del pianeta, proprio perché scombina i piani degli esperti. “Dove” e “come” debbano essere allocate le risorse dipende da negoziazioni e scelte disperse nella società, con una pluralità di “decisori” che seguono ciascuno la sua strada e provano a mettere in gioco intuizioni le più diverse. Se le Banche centrali diventano i “decisori di ultima istanza”, il mercato non c’è più. I nostri Paesi sono da anni economie miste e in queste economie la componente libera e privata sta rapidamente contraendosi e va concentrandosi in spazi interstiziali. Conta anche il fatto che Covid-19 ha reso ancora più forte un pregiudizio delle nostre classi dirigenti: quello per cui le decisioni degli individui, se non guidate dall’alto, sono pericolose e irrazionali e vanno per questo riorientate da alcuni sapienti mandarini. La società aperta è molto più “chiusa” oggi di quanto non fosse a fine 2019. Senza libertà, non c’è capitalismo.

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